Un oceano per due, la rivalità geopolitica di Cina e India

Per migliaia di anni le regioni corrispondenti a Cina e India hanno potuto quasi ignorasi per via della catena dell’Himalaya, che rende impossibile un’invasione terrestre su larga scala di una delle due civiltà contro l’altra. Oggi però i due giganti asiatici sono diventati potenze industriali affamate di energia, ed è soprattutto la Cina ad avere sia il bisogno di soddisfare un appetito energetico sempre maggiore, sia quello di allontanarsi dal suo spazio geopolitico naturale per uscire dal soffocamento impostogli dalle rotte marittime, dalle quali dipende lo status di potenza commerciale dell’impero di mezzo, con il risultato di entrare in rotta di collisione proprio con l’India nelle acque dell’Oceano Indiano.

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La sopravvivenza della Repubblica Popolare Cinese oggi è legata in maniera determinante all’importazione di fonti energetiche e all’esportazione di manufatti. Per garantire questi flussi commerciali, è fondamentale la rotta del Mar Cinese Meridionale, che collega l’affamata (di energia) e produttiva costa cinese allo Stretto di Malacca, porta di accesso all’Oceano Indiano e quindi al Medio Oriente, all’Africa e all’Unione Europea attraverso il Canale di Suez. Lo Stretto di Malacca è il collo di bottiglia irrinunciabile di questa rotta, un passaggio obbligato che nel suo punto più stretto  – quello in corrispondenza con Singapore – è largo meno di 3 km, condizione che lo rende vulnerabile: basterebbe un numero relativamente contenuto di navi per bloccarlo completamente, strozzando l’economia cinese sia dal lato dell’export di merci, sia da quello dell’importazione di petrolio.

Il controllo dei punti chiave delle rotte navali più importanti del commercio globale è la colonna su cui si fonda la supremazia dell’Impero Americano, e il controllo di quella che consente il passaggio dal Mar Cinese Meridionale all’Oceano Indiano mette nelle mani degli strateghi di Washington la possibilità di soffocare la Cina, minacciando il suo status di potenza commerciale. Una condizione che la Cina non può tollerare.

Per uscire dal “Dilemma di Malacca”, il governo di Beijing  sta portando avanti tutta una serie di progetti di lungo periodo: dal tentativo di conquistare il Mar Cinese Meridionale, ai piani infrastrutturali della Belt and Road Initiative (BRI), le nuove vie della seta per la Cina del futuro. La BRI però è un progetto che preoccupa l’India, al punto che durante l’ultimo summit dell’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai (SCO), New Delhi ha negato il supporto al progetto cinese, differenziandosi dalla decisione favorevole espressa da Pakistan, Russia, Kazakistan, Kirghizistan, Tagikistan e Uzbekistan. L’India è preoccupata dal rischio di ritrovarsi accerchiata dalla presenza cinese, che a cose fatte avrebbe approdi commerciali – e come vedremo, potenzialmente anche militari – tutt’intorno alla sua sfera di proiezione geopolitica.

Spesso quando si parla dell’India si finisce a parlare anche del Pakistan, e questo caso non fa eccezione. Un progetto fondamentale della BRI è il Corridoio Economico Sino-Pakistano (CPEC): una rete di infrastrutture che, attraverso il territorio del Pakistan, collegherà la Cina al porto di Gwadar, approdo che consentirebbe alla Repubblica Popolare di approvvigionarsi via terra anche nel caso in cui le rotte marittime diventassero impraticabili a causa di un conflitto. Tuttavia, anche il percorso del CPEC è vulnerabile visto che attraversa due aree con forti elementi di instabilità quali il Balochistan e lo Xinjiang. Beijing infatti sta progettando di costruire anche un base militare a Jiwani, sempre sulla costa pakistana, un’installazione militare simile a quella operativa a Gibuti, nel Corno d’Africa.

A quel punto, l’India si troverebbe con un insediamento militare cinese sia all’imbocco del Golfo Persico che in quello del Mar Rosso, ma non solo: ci sono anche lo Sri Lanka e il Myanmar.

La Cina ha lavorato a lungo nel creare punti di approdo commerciale in tutto l’Oceano Indiano, per poi i iniziare un’opera di allargamento militare volta a creare un sistema di porti, relazioni e infrastrutture che va da Hong Kong fino al Sudan che gli esperti hanno definito “collana di perle” ma che ormai è più corretto collocare nel contesto generale della BRI. L’esempio calzante è il porto di Hambantota in Sri Lanka. Dopo i pesanti investimenti cinesi, il governo locale  è stato costretto a trovare un accordo con Beijing, risoltosi con la concessione dell’uso esclusivo del porto per 99 anni come saldo per i debiti. La struttura è diventata così un hub commerciale e militare per la marina cinese.

Un’altra storia che dimostra la necessità cinese di svincolarsi dal Dilemma di Malacca è quella dell’oleodotto che, partendo dalla città costiera di Kyaukpyu in Myanmar, attraversa tutto il paese fino ad arrivare nello Yunnan. Anche questo è un corridoio dalla geografia impossibile, finanziato completamente dalle industrie cinesi: 2.400 km di territorio irregolare, giungla, aree tribali e luoghi quasi inaccessibili ma che diventa praticabile se l’obiettivo è  costruire alternative all’approvvigionamento energetico vincolato allo Stretto di Malacca, una priorità della geopolitica cinese che giustifica ogni impresa, anche la più audace e costosa.

L’India dal canto suo è un Paese che cerca di tenersi un equilibrio di relazioni tra la globalizzazione dell’Occidente e quella dei BRICS, portata avanti da Cina e Russia. Dall’inizio degli anni ‘90 New Delhi ha adottato una politica proiettata verso Oriente per contenere e allo stesso tempo unirsi all’ascesa della Cina, aumentando gli scambi commerciali con Beijing e le relazioni strategiche con i paesi del Sud-Est asiatico coinvolti nella disputa del Mar Cinese Meridionale: il Vietnam, le Filippine, la Thailandia e anche il lontano Giappone. La strategia dell’India si distingue da quella degli altri BRICS per un rapporto molto più intenso con l’America, che nella disputa del Mar Cinese Meridionale riveste un ruolo cruciale. L’India infatti partecipa insieme a USA, Giappone e Australia alla Quadrilateral Security Dialogue (QSD o Quad), un’alleanza militare informale in chiave anti-cinese. L’India ha una grande marina militare, ma per competere con la marina oceanica messa in cantiere dalla Cina avrà bisogno dell’appoggio di Washington e dei suoi alleati nella regione.

In conclusione, anche se l’ultimo vertice bilaterale tra Narendra Modi e Xi Jinping è stato un successo e ha aiutato a ristabilire la fiducia reciproca, le problematiche di lungo periodo rimangono sul terreno, inestricabilmente legato alla geopolitica di queste due immense civiltà divenute potenze industriali, militari e stati continentali dalla proiezione incontenibile. Per adesso le tensioni tra Beijing e New Delhi non risultano tanto gravi da portare a uno scontro frontale, ma in futuro dovranno affrontare il conflitto tra i loro interessi geopolitici. La catena dell’Himalaya ormai non è più sufficiente a tener separato il destino dei giganti dell’Asia e lo spazio dell’Oceano Indiano non sembra abbastanza per contenere due ambizioni così grandi.