Un inedito asse Russia-Vaticano per una soluzione politica della crisi siriana
Approdata al ventunesimo mese, la guerra civile siriana appare giunta in queste settimane a un importante punto di snodo. Il 17 e il 18 dicembre, Roma ha ospitato un incontro di alto profilo dell’opposizione siriana. Una riunione gestita con grande riserbo in cui è stata data voce a quella parte favorevole a una soluzione negoziale del conflitto. Allo stesso tempo si è trattato di un tentativo di pacificazione delle diverse anime della rivolta sempre più divisa sull’assetto della Siria del futuro.  

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Il vertice romano coordinato dal National Coordination Committee for Democratic Change (NCC) si è fatto portatore di voci e istanze che, partendo da differenti presupposti, ragioni e interessi, osteggiano il rovesciamento violento del regime politico di Assad. Infatti l’NCC e il suo leader Haytham al Manna costituiscono il nucleo di un eterogeneo cappello di correnti e movimenti d’opinione che, al di là del comune intento pacificatorio, divergono però sulle strategie con cui porre termine alla più lunga e cruenta tra le crisi provocate dall’esplosione delle “primavere arabe”. Benché generalmente vengano ammesse le responsabilità governative nell’uso indiscriminato della violenza, tale corrente si è mostrata reticente nell’esprimere un’aperta condanna per i gravi abusi compiuti dalle autorità in carica, con le quali ha mantenuto aperti canali di dialogo e dalle quali è riconosciuta come unica opposizione politica legittima del Paese. Per le forze del NCC il cambiamento democratico in Siria, può essere risolto solo in modo pacifico, senza ingerenze esterne.

A quanto pare, questa piattaforma sarebbe alla base del dialogo che si è svolto a Roma, in cui si sarebbe parlato anche del futuro assetto politico del Paese e del ruolo delle minoranze. Tra le diverse sigle che hanno preso parte al meeting: il Democratic Forum, la Watan Coalition, il Syrian Trade Union/ Women Syrian Activist, il Building Syrian State e la West Kurdistan Assembly. Su posizioni diametralmente opposte si trovano il Syrian National Council (SNC) e le forze armate dissidenti riunite nel Free Syrian Army (FSA) che controllano importanti centri urbani come Homs, Hama, Daraa e – stando a fonti locali – la quasi totalità delle province orientali a maggioranza curda. Tra l’altro queste sono le forze (che all’interno hanno un’importante componente jihadista) che oltre all’iniziale supporto logistico dei Paesi del Golfo e della Turchia, proprio in questi giorni hanno incassato il sostegno diplomatico di alcune tra le più autorevoli Cancellerie europee, al quale si è aggiunto in tempi recenti l’ancor più importante riconoscimento americano. L’SNC che non ha riconosciuto la conferenza di Roma ha accusato il National Coordination Committee di collaborazionismo e di eccessiva vicinanza alla Russia – potenza contraria alla totale delegittimazione dell’alleato Assad (tra l’altro, la notizia della conferenza è filtrata tramite mezzi di informazione russi).

L’NCC, a sua volta, ha messo in luce le posizioni estremiste della resistenza armata e denunciato numerosi episodi di violenza di cui si sarebbe resa responsabile. Questo scambio incrociato d’accuse ha comunque il merito di sollecitare una necessaria quanto finora spesso assente riflessione sui destini futuri dello Stato siriano. I partecipanti alla Conferenza di Roma considerano l’incontro di due giorni come propedeutico a una conferenza generale dell’opposizione che si dovrebbe tenere prossimamente al Cairo e una chiara sollecitazione a Damasco per avviare un reale dialogo con l’opposizione. A questo punto sorgono spontanei alcuni interrogativi: perché la scelta di Roma e l’estremo riserbo intorno a un evento che al contrario potrebbe essere davvero uno snodo fondamentale per il futuro della Siria? Fermare la guerra civile trovando un accordo per una soluzione politica e allo stesso tempo tutelare le minoranze minacciate sono tutti obiettivi prioritari di un altro fondamentale attore di questa partita: la diplomazia Vaticana. In questo senso si era già registrato un forte impegno da parte della Comunità di Sant’Egidio nel luglio scorso (http://syrianncb.org/2012/07/30/syria-from-the-oppositions-gathered-in-santegidio-an-appeal-for-a-political-solution/). Chiaramente la Comunità, presente nel governo Monti con il ministro Andrea Riccardi ha dovuto cambiare approccio alla luce dell’impegno del ministro Giulio Terzi a sostegno dell’ala più dura della resistenza, sostegno culminato con il recente riconoscimento ufficiale.

L’obiettivo primario del Vaticano è quello di evitare che la rivolta assuma sempre più i connotati di uno scontro etnico-religioso: arabi, curdi e siriaci, musulmani alawiti o sunniti, drusi e cristiani di diverse confessioni rappresentano in proporzioni disuguali le componenti di una nazione eterogenea e oggi priva di quei grandi collanti ideologici – panarabismo e socialismo arabo – che nel secolo scorso avevano trovato proprio nel contesto siriano le proprie massime espressioni politiche. D’altro canto, è lo stesso pericolo di una rifondazione statale monopolizzata da una singola entità etnico-religiosa, quella arabo-sunnita, che ha permesso all’amministrazione Assad di preservare la fedeltà di una porzione tutt’altro che inconsistente della popolazione ed è nel timore di rappresaglie, in parte già iniziate, che vanno ricercate alcune delle concause che impediscono al conflitto di giungere a conclusione. Un ulteriore incognita attiene alle conseguenze geopolitiche che si connettono al collasso del regime B’aath, le cui ripercussioni avrebbero eco nei vicendevoli rapporti tra Siria, Israele, Iran, Russia e mondo occidentale in senso lato.

Una transizione traumatica imporrebbe inoltre, prima dell’auspicata ricostruzione dell’architettura costituzionale tramite processo elettorale, il passaggio in una prolungata fase di instabilità in un frangente temporale che vede il contesto mediorientale infiammato dai rinnovati moti popolari egiziani e dall’inasprimento delle tensioni nell’adiacente striscia di Gaza. Alla tragedia umanitaria di una realtà statale dilaniata da un conflitto che ha pressoché annullato il capitale infrastrutturale nazionale e provocato (al dicembre 2012) un numero di vittime e sfollati stimato rispettivamente nell’ordine di diverse decine e centinaia di migliaia, si aggiungono quindi le preoccupazioni per un assetto post-bellico su cui pendono pericolose incertezze tanto per la Siria quanto per l’intero quadrante del Medio Oriente. Conseguentemente, nella gestione di quelle che potrebbero rivelarsi le fasi conclusive della quasi biennale crisi siriana, attori locali e internazionali sono chiamati ad adottare un approccio lungimirante, capace, in ultima analisi, di subordinare le istanze di rivalsa dei vincitori alle esigenze di stabilità e pacificazione di un intero Paese.

In questo senso il Vaticano ha come interlocutori privilegiati la Russia e la Chiesa Ortodossa. Infatti Putin pur di preservare l’integrità della Siria sarebbe disposto a “mollare” Assad: «Mosca non è preoccupata del destino del regime, in Siria sono necessari cambiamenti. La Russia è favorevole a una soluzione alla crisi che eviti la disintegrazione dello stato e una guerra civile». Secondo l’analista Germano Dottori: «credo che alla Russia interessi fermare la Primavera Araba prima che raggiunga il Caucaso». Mosca guarderebbero quindi con favore a una transizione pilotata, il più possibile indolore, attorno al vice di Assad e si stanno muovendo per questo. Per farlo hanno però bisogno di stabilizzare anche il fronte militare e al di là di una certa narrazione dominante sembra che ci stiano riuscendo…