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TematicheMedio Oriente e Nord AfricaUn futuro per Gaza: un'autorità provvisoria e una forza...

Un futuro per Gaza: un’autorità provvisoria e una forza di sicurezza

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Una soluzione attraverso il diritto internazionale e la diplomazia

Il futuro per Gaza dovrà fondarsi sui principi del diritto internazionale e sui modelli di transizione adottati in altre aree di crisi. 
L’ipotesi più credibile è per una Autorità provvisoria sotto l’egida dell’ONU, rappresentativa delle realtà locali e con una  rinnovata Autorità Palestinese, cui guardano con attenzione gli USA e una riedita intesa Italia-Francia-Germania. 
Un ruolo di “garanti” dovrà essere assunto dalla Lega Araba e dai principali Stati Arabi, oltre che da USA e UE. Sullo sfondo rimane il percorso della formula “Due popoli, due Stati”, non dimenticando le voci della società civile israeliana e palestinese che rivendicano un riequilibrio nei rapporti sociali ed economici tra i due popoli. 

I fondamentali del diritto internazionale

Per affrontare un’ipotesi seria per il futuro di Gaza occorre affidarsi ad un progetto fondato su  tre strumenti essenziali: il diritto internazionale, incentrato sulla Carta delle Nazioni Unite, il diritto internazionale umanitario, ovvero le “leggi di guerra” poi evolute nelle Convenzioni dell’Aja e di Ginevra che tutelano la popolazione civile e disciplinano i regimi di occupazione, e il diritto internazionale penale, oggi delineato dal più avanzato sistema di codificazione dei crimini di guerra e contro l’umanità che si rinviene nello Statuto della Corte penale internazionale. 

Su queste basi si può tentare innanzitutto di ricostruire i profili giuridici principali della situazione in atto. Per linee generali, il diritto di difesa sancito dall’articolo 51 della Carta delle Nazioni Unite consente una reazione armata (di Israele) all’interno di un territorio (Gaza) da cui ha avuto origine l’atto di aggressione compiuto da Hamas il 7 ottobre, ingiustificato e  configurante “atrocità di massa” a fini di “terrorismo”, in particolare con la “presa di ostaggi”, e secondo diversi interpreti integrante anche gli elementi costitutivi del “genocidio” ai sensi dell’articolo 6 dello Statuto della Corte penale internazionale ( v. Jens David Ohlin). Il diritto di difesa vale anche per una reazione commisurata di Israele rispetto alle incursioni missilistiche che Hezbollah sta lanciando dal Libano.

Le posizioni di Habermas e delle agenzie governative USA 

La legittimazione a reagire di Israele trova probabilmente la più autorevole affermazione in una lettera sottoscritta dal filosofo tedesco Jürgen Habermas, tra i principali esponenti della Scuola di Francoforte, insieme al politologo Rainer Forst, al giurista Klaus Günter e alla storica delle relazioni internazionali Nicole Deitelhoff. Preoccupati della «cascata di proteste e di dichiarazioni politiche e morali», gli intellettuali affermano un «principio di solidarietà» per  Israele e per gli ebrei in Germania, sostenendo che il contrattacco di Israele «è giustificato». Anche se la sua esecuzione è discussa in modo controverso, la loro tesi è che non aiuta alla valutazione dei fatti se «alle azioni israeliane vengono attribuite intenzioni genocide». Gli autori raccomandano in ogni caso l’osservanza dei «principii di proporzionalità», affinché si evitino vittime civili e l’azione di guerra abbia comunque la prospettiva di una pace futura. Su quest’ ultimo aspetto occorre considerare anche le posizioni che sono state assunte contro Israele in diverse manifestazioni non solo del mondo arabo, e le iniziative promosse da molte università straniere e italiane per il ‘cessate il fuoco’ . Il New York Times ha pure segnalato il dissenso interno all’amministrazione Biden per il sostegno dato a Israele: oltre 400 esponenti  – per lo più delle fasce generazionali più giovani – di circa 40 agenzie governative hanno inviato una lettera di protesta al presidente in cui si chiede il  cessate il fuoco immediato nella Striscia e di sollecitare Israele a consentire l’arrivo degli aiuti umanitari per la popolazione di Gaza.

I vincoli per un’occupazione non illimitata

Con queste premesse va considerato che secondo la Carta delle Nazioni Unite il Consiglio di Sicurezza  dovrebbe intervenire per ristabilire le condizioni di sicurezza e creare i presupposti per una cessazione del conflitto, ma il Consiglio è paralizzato dai veti dei membri permanenti che non hanno trovato convergenze su una formula che comprendesse  la condanna di Hamas,  il diritto di difesa di Israele e la tutela della popolazione palestinese. Per questa ragione rimane in capo ad Israele valutare i suoi margini di intervento nel territorio di Gaza per colpire i terroristi e liberare gli ostaggi, sempre però nell’osservanza dei canoni dell’International Law. In particolare, il diritto internazionale bellico moderno non consente una occupatio di un territorio illimitata quanto al tempus e al modus. Per il dato temporale non si può stabilire oggi obiettivamente fino a quando potranno considerarsi soddisfatte le condizioni di sicurezza di Israele, almeno fin tanto che la comunità internazionale non riuscirà a promuovere una valida alternativa, ad esempio con un contingente internazionale di interposizione. Per il modus va ricordato che il diritto internazionale umanitario pone precisi obblighi di tutela della popolazione civile, per entrambe le parti: Hamas, che è l’aggressore e quindi ha agito in violazione del diritto internazionale, deve liberare gli ostaggi catturati (se non sono militari fatti prigionieri, i quali non possono essere sottoposti a tortura o adoperati  come “scudi umani”), non deve utilizzare ospedali, ambulanze, edifici civili per nascondere componenti militari, deve altresì assicurare l’evacuazione dei civili dalle zone di combattimento, e non coinvolgere civili quando lancia missili su Israele, e così via. Israele dal canto suo deve  reagire  secondo i principi di precauzione, proporzionalità e distinzione (deve mirare a obiettivi militari)  perché sia tutelata la popolazione civile: se colpisce un obiettivo civile è suo onere dimostrare che vi ha individuato un obiettivo militare – es. covo dei terroristi, base militare, cellula operativa – e nel caso fosse stato consapevole di poter coinvolgere civili dovrà dimostrare di avere  proceduto ai necessari avvertimenti e secondo i principi di necessità e proporzionalità. Sono queste in sostanza  le regole basilari delle Convenzioni dell’Aja e di Ginevra, le cui violazioni oggi integrano i crimini contro l’umanità e i crimini di guerra perseguiti agli articoli 7 e 8 dello Statuto della Corte penale internazionale, che ha piena giurisdizione sulle responsabilità di parte sia palestinese che israeliana. Questi principi sono stati ribaditi peraltro dallo stesso Prosecutor dell’Aja, Karim Khan, il 29 ottobre dopo aver visitato il valico di frontiera di Rafah tra l’Egitto e la Striscia di Gaza. In particolare, il procuratore Khan ha sottolineando le “atrocità di massa” compiute da Hamas, ma ha  anche precisato che per ogni atto bellico di Israele sarà verificato se sia stato conforme al diritto internazionale umanitario, con particolare riferimento ai principi di precauzione, proporzionalità e distinzione, che tutelano la popolazione civile. 

In tale prospettiva, nella condotta delle operazioni lo Stato ebraico dovrà tenere conto necessariamente dell’indirizzo della rete delle alleanze su cui storicamente ha consolidato il suo riconoscimento di Stato di recente costituzione e su cui intende poggiare la sua credibilità internazionale in particolare come Nazione democratica. Ha dunque un senso la posizione che in maniera responsabile hanno assunto gli Stati Uniti e l’Unione Europea nel sollecitare una ‘moderazione’ nella reazione di Israele. In via preliminare, si è voluto riconoscere realisticamente che in atto sostenere un “cessate il fuoco” tout court ostacolerebbe un’azione mirata di Israele a debellare il terrorismo di Hamas e a ricostruire un quadro di sicurezza per i suoi confini. Ragionevolmente però sono state sollecitate  le “pause umanitarie” a favore della martoriata popolazione palestinese, per consentire i soccorsi e i rifornimenti alimentari, le evacuazioni dei civili e favorire anche i negoziati per liberare gli ostaggi. 

Le proposte USA e della triade Italia-Francia-Germania: «tre sì e tre no».  

In questi scenari, se si vuole evitare l’aggravarsi della catastrofe umanitaria e l’escalation del conflitto occorre che la comunità internazionale elabori al più presto un progetto per la stabilizzazione di Gaza che convinca Israele e il Mondo Arabo. Sulla questione si sono però aperte alcune prospettive che potrebbero avere una concreta evoluzione a breve.  

Dagli Stati Uniti il Presidente Biden è intervenuto a chiarire la linea della Casa Bianca in un editoriale per il Washington Post: Gaza non potrà essere più una «piattaforma per il terrorismo», ma al tempo stesso «non ci deve essere alcun spostamento forzato dei palestinesi da Gaza», così come non si potrà realizzare «nessuna rioccupazione, nessun assedio o blocco e nessuna riduzione del territorio». Sul futuro assetto dell’area Biden ha precisato che Gaza e Cisgiordania dovranno essere riunite «sotto un’Autorità Palestinese rinnovata», mentre occorrerà lavorare per una «soluzione a due Stati». 

È la stessa linea che, nella sostanza, è stata tracciata qualche giorno addietro da una riedita intesa Italia-Francia-Germania in un documento presentato al capo della diplomazia europea Josep Borrell e all’ultimo Consiglio affari esteri. Si tratta di un piano su 6 punti, articolato su «tre no e tre sì».  I «no» riguardano:  

1) non potrà essere imposto lo spostamento definitivo in altri paesi della popolazione palestinese da Gaza; 

2) non vi può essere una riduzione del territorio di Gaza, per cui Israele non potrà rioccuparla in forma stabile, né si potrà accettare un ritorno di Hamas; 

3) Gaza non va slegata dal resto del territorio palestinese: la soluzione per Gaza va vista nel quadro di una “soluzione globale”. 

I tre «sì» concernono questi punti: 

1) la ricostituzione a Gaza di «una Autorità Palestinese», e Borrell ha precisato che se c’è già un’Autorità Palestinese (in Cisgiordania) «non occorre inventarne una nuova», ma va rafforzata con appropriate decisioni del Consiglio di Sicurezza; 

2) il «forte appoggio» politico e finanziario che questa Autorità dovrà avere con il coinvolgimento degli Stati arabi; 

3) un maggiore impegno dell’UE nella regione per la costruzione dello «Stato palestinese». Il documento, su cui dovrà pronunciarsi il Consiglio europeo, tratteggia anche l’importanza di delegittimare la falsa narrativa di Hamas come “difensore della causa palestinese” e l’obiettivo di individuare strumenti efficaci a livello internazionale per privare Hamas di tutti i finanziamenti che vengono distratti in armamenti invece di essere destinati al sostegno della popolazione.

In sostanza, la tesi dell’Occidente che potrebbe trovare sostegno anche nel Mondo Arabo è  che un regime di occupazione per il diritto internazionale non può che essere temporaneo e non può preludere a qualsiasi forma di “annessione”  del territorio palestinese, né tanto meno ad una deportazione di massa: Israele dovrà dunque impegnarsi a restituire la Striscia alla sua popolazione. Sul punto occorre anche non trascurare la narrazione collettiva della identità palestinese: si è evocato il rischio di una nuova Nakba, la  “catastrofe” che vide l’esodo di 700.000 palestinesi costretti a fuggire appena sorto Israele quando reagì all’aggressione araba del 1948. E su questi profili c’è pure la rigidità delle posizioni di Egitto e Giordania che hanno respinto ogni ipotesi di accettare nuove ondate di profughi palestinesi nei loro territori.

Un modello di Autorità transitoria per Gaza 

Le linee-guida formulate dal Presidente Biden e nel documento predisposto in ambito UE rappresentano una base di partenza su cui sarà necessario raggiungere le condivisioni per tradursi in un piano delle Nazioni Unite. Il percorso potrebbe essere implementato con modelli gestionali delle Autorità transitorie adottati in altre aree di crisi, come  ipotizza anche il giornale israeliano Haaretz, di ispirazione progressista. Il progetto potrebbe prevedere un provvedimento di I tempo in cui stabilire  una un’Autorità provvisoria per Gaza da cui sia allontanata l’attuale dirigenza di Hamas. Si tratterebbe di un’ amministrazione civile simile al  governo provvisorio istituito in Iraq, composto da rappresentanti delle forze locali come amministratori delle municipalità, sindacati, associazioni professionali, tribù, clan e organizzazioni non governative, su cui sarà necessario un vaglio di affidabilità e  imparzialità. Ad esse potranno unirsi figure autorevoli di Fatah e delle altre componenti moderate su cui si regge l’Autorità nazionale palestinese (Anp) in Cisgiordania. Un aspetto critico di tale prospettiva è proprio il riavvicinamento dell’ Anp a Gaza. Perché questa ipotesi possa delinearsi occorrerà creare le condizioni per consolidare una nuova e autorevole leadership dell’Anp, affinché si superino le accuse di corruzione e arrendevolezza rivolte all’attuale governo dell’ultraottantenne Abu Mazen, ritenuto «collaboratore dell’occupazione» per  non aver reagito come dovuto al moltiplicarsi degli insediamenti dei coloni israeliani nei territori dei palestinesi. D’altro canto lo stesso Abu Mazen ha dichiarato che un suo avvicinamento  su  Gaza non potrà avvenire «su un tank israeliano» e che potrà prenderlo in considerazione solo se si delinea «una soluzione globale».  

In ogni caso il presupposto sarà riconoscere un’Autorità palestinese senza la presenza di  Hamas, che ha confermato la sua natura terroristica e agito con nettezza nel perseguire l’annientamento di Israele. La soluzione dovrebbe prevedere anche un ruolo di “garanti” – con presenze diplomatiche, amministrative  e forze multinazionali di sicurezza – svolto dalla Lega Araba e dai principali Stati Arabi come Egitto, Giordania e anche da Stati del Golfo come Arabia Saudita e Emirati Arabi Uniti, oltre che da USA e UE, il tutto  sotto l’egida dell’ONU che dovrà approvare una Risoluzione in tal senso. 

Il peacemaking per la formula “Due popoli, due Stati”

Nel tempo si potrà affrontare anche la controversa questione dell’espansione dei coloni ebrei in Cisgiordania su cui Israele dovrà accettare un ridimensionamento e/o altre formule di integrazione che non compromettano l’autonomia palestinese, per poi ripartire dagli accordi di Oslo del 1993 e riconsiderare la formula “Due popoli, due Stati”, su cui sembra ancora convergere la comunità internazionale. In altri termini, l’idea è quella di muoversi sulle basi delle Risoluzioni Onu 242 e 338, secondo un piano che già nel 2020 aveva trovato convergenti gli Usa del Presidente Trump e un diverso Netanyahu, in cui si configurerebbe un unico  Stato palestinese su circa il 70% della Cisgiordania, un’ampliata Striscia di Gaza e con capitale un’area di Gerusalemme. Sullo sfondo occorrerà valutare in ogni caso il processo di rinnovamento della leadership israeliana, troppo compromessa dall’attuale deriva ultranazionalista che sta invece spingendo per una  occupazione prolungata su Gaza, e, alla pari di Hamas che non vuole Israele, di fatto non vuole una Palestina autonoma: è emblematico che siano proprio le correnti estremiste e radicalizzate delle due parti a non accettare il riconoscimento dell’altro. Se il conflitto fosse destinato ad inasprirsi il rischio è che le rispettive popolazioni si polarizzino proprio su questa prospettiva di una reciproca “guerra esistenziale” senza fine. 

In questa visione occorre avere la consapevolezza di molti altri aspetti critici che sono stati ben delineati da un’ampia letteratura sulla attuale situazione dei rapporti fra palestinesi ed israeliani. Le relazioni tra le due società sono storicamente asimmetriche perché se da un lato Israele ha visto un largo sviluppo economico e sociale, dall’altro i territori palestinesi sono contrassegnati da una economia sostanzialmente sostenuta dagli aiuti internazionali e da larghe fasce della popolazione condannate allo stato di profughi. Questa situazione, insieme all’estensione degli insediamenti dei coloni ebrei in particolare in Cisgiordania, ha portato a rilanciare verso Israele l’accusa di neo-colonialismo,  di espropriazione economica e di apartheid. Significative sul punto sono le riflessioni di Thomas Vescovi (L’échec de la solution à deux États in  Le Monde Diplomatique, novembre 2023): «Mentre i palestinesi dipendono dall’economia israeliana, i territori occupati costituiscono un terreno di sperimentazione per il complesso militare-industriale israeliano e una manna finanziaria non trascurabile per il capitalismo fondiario, che specula a proprio piacimento sulle risorse sottratte alla popolazioni locali». Da qui un dibattito che prima dei fatti del 7 ottobre aveva portato a parlare di soluzioni alternative con vari progetti di  Stato comune, Stato confederale e Stato bi-nazionale, tutti accomunati dalla convinzione che la soluzione dei due Stati non avrebbe risolto il problema di un contratto sociale per la tutela dei diritti di tutti, necessario per la pace. Dal 2012, ad esempio,  A land for All, «Una terra per tutti» una organizzazione composta da ebrei israeliani e arabi israeliani, propone una confederazione di due stati che garantisca la democrazia, la libertà di movimento e di insediamento sul modello dell’Unione europea, in cui le controversie verrebbero risolte attraverso un’assemblea congiunta israelo-palestinese o un tribunale congiunto per i diritti umani. L’organizzazione One Democratic State Compaign, costituita nella città di Haifa nel 2018 da attivisti, intellettuali e accademici ebrei palestinesi e israeliani, ha invece elaborato un piano articolato in dieci punti per il progetto di uno “Stato democratico comune” tra le due società. Fondamentali sono i  primi due  punti: il primo prevede «Un’unica democrazia costituzionale»,  tra il Mar Mediterraneo e il fiume Giordano che apparterrà a tutti i suoi cittadini, compresi i profughi palestinesi; il secondo richiama il «Diritto al ritorno, alla reintegrazione e al reinserimento nella società», di tutti i rifugiati palestinesi e dei loro discendenti, sia che vivano in esilio all’estero sia che attualmente vivano nella Palestina storica, compresi quelli con cittadinanza israeliana. 

Questi progetti ovviamente si sono arenati dopo l’attacco di Hamas del 7 ottobre e non avrebbe senso riproporli nella crisi in atto. Per quanto evidentemente circoscritti ad una comunità intellettuale, risultano tuttavia indicativi di uno spaccato della società civile più responsabile, che ha saputo guardare alle prospettive  delle relazioni tra ebrei e palestinesi al di là delle opposte radicalizzazioni che hanno portato alle tragiche vicende di questi giorni. Si tratta dunque di un patrimonio di idee che andrà riconsiderato probabilmente quando saranno consolidate in maniera più concreta le condizioni della pace.

Per evitare l’allargamento del conflitto

Buona parte della comunità internazionale è dunque convinta che un prolungamento dell’occupazione di Gaza, con l’aggravarsi delle distruzioni e delle stragi di civili, espone all’allargamento del conflitto, oltre ad essere in contrasto con i principi di necessità e proporzionalità cui deve uniformarsi il progetto di Israele di destabilizzare Hamas. Lo scenario peraltro non converrebbe allo stesso Stato ebraico: il rischio è di protrarre uno stato di guerra e di terrorismo permanente cui il governo di Tel Aviv dovrebbe far fronte con una mobilitazione prolungata dei riservisti tratti dalla società civile, il che significherebbe il blocco dello sviluppo economico e sociale del paese.

Il quadro generale della crisi richiede anche di non trascurare le insidie che sul cammino degli accordi Abramo (che avrebbero avvicinato Israele al mondo arabo) sono state poste dall’Iran, sostenitore di Hamas, e anche dall’interesse della Russia ad aprire un nuovo fronte che distragga l’Occidente dal sostegno all’Ucraina. Teheran in particolare sta già attaccando le basi americane in Iraq e Siria per consolidare l’egemonia regionale sulle continuità territoriali delle presenze sciite in Iraq, Siria, e Libano, e sostiene anche i ribelli Houthi  dello Yemen per controllare il traffico marittimo tra il Mar Rosso e l’Oceano Indiano. D’altro canto è evidente la rincorsa in atto per la leadership regionale sul mondo sunnita da parte della Turchia di Erdogan, in piena sfida con gli Stati Arabi, Egitto e Stati del Golfo in particolare.

In sostanza, il conflitto tra israeliani e palestinesi rischia di rappresentare ancora il paradigma dello scontro dei blocchi, oggi riconfigurato tra Occidente, “Sud globale”, e nuovi protagonisti regionali.  Tuttavia, considerato anche che al recente vertice di San Francisco è emerso qualche cenno di  iniziale distensione tra Usa e Cina, per evitare una ulteriore escalation del disordine globale si può auspicare che il Consiglio di Sicurezza riesca ad approvare una Risoluzione che stabilisca per Gaza una forza multinazionale di sicurezza e un’Autorità provvisoria garantite dal coinvolgimento dei Paesi arabi moderati, con una finalità: da un lato restituire dignità e speranza alla popolazione palestinese, e dall’altro proteggere Israele dalla minaccia terroristica. 

Un solo obiettivo concreto è dunque necessario perseguire per un futuro di stabilità anche in Medio Oriente: evitare lo scenario di una “guerra esistenziale” tra palestinesi e israeliani, e dar voce al linguaggio del diritto internazionale e della diplomazia. Se così non fosse si farebbe il gioco dei terroristi di Hamas, e dei vari attori che vogliono alimentare il disordine globale per affermare i loro disegni egemonici contro l’ Occidente.

Per approfondire le conoscenze sul Medio Oriente e sul conflitto in corso, scopri il nuovo corso intensivo in diretta online, sabato 2 dicembre dalle 9:00 alle 16:00, “Medio Oriente in fiamme: Comprendere il conflitto tra Hamas e Israele”.

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