La gestione dell’emergenza umanitaria siriana in Turchia

La lunga guerra in Siria non è ancora terminata e come tutte le guerre provoca un grande movimento di persone causato dalla distruzione di interi paesi e dalla paura di essere uccisi. Il grande flusso di rifugiati verso i paesi confinanti ha determinato un notevole aumento della popolazione risiedente in Turchia e ha sviluppato un vasto dibattito su come gestire queste persone nel modo ottimale, senza turbare la pace sociale.

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Il governo turco si è trovato a dover gestire molti più arrivi di quelli previsti: oltre al costante flusso di rifugiati arabo siriani provenienti dalle grandi città, si sono sommate tutte quelle persone di origine curda in fuga dalla zona curdo siriana, colpite dall’offensiva dello Stato Islamico culminata con l’assedio di Kobanȇ, grande città curda al confine con la Turchia.

A fronte di questa emergenza, il governo turco si è comportato in modo ambiguo.

Proveniente da anni di supporto ai gruppi islamici anti Assad, il governo turco è stato colto impreparato dall’avanzare dello Stato Islamico verso nord, fino al lambire dei confini turchi. L’emergenza umanitaria siriana ha investito il governo, il quale inizialmente si è limitato a dare asilo ai profughi ma che successivamente ha visto aumentare esponenzialmente il carico di impegno, fino a temere per la sicurezza nazionale. Ad aggiungersi, le richieste del settore di popolazione curdo-turca, i quali chiedono a gran voce un coinvolgimento militare turco contro lo Stato Islamico che colpisce i consanguinei risiedenti in Siria.

La Turchia nel frenetico tentativo di ridefinire la linea politica del paese e affrontare tutte le difficoltà della complessa situazione, prende tempo, chiudendo per lunghi giorni la frontiera. L’azione, molto dura e criticata da numerosissime personalità e organizzazioni internazionali a protezione dei diritti umani, ha impedito a migliaia di profughi l’entrata nel paese.

Si sono formate code e molte persone sono rimaste bloccate in una terra di nessuno, tra la paura di essere attaccate dall’esercito dello Stato Islamico e l’impossibilità di entrare in Turchia. Il governo Erdoğan, secondo opinioni di analisti e dichiarazioni pubbliche, si è comportato in questo modo per due motivi, entrambi legati al passato travagliato delle relazioni tra turchi e curdi.

In primo luogo, il blocco delle frontiere era volto ad impedire agli uomini e alle donne curde in Turchia di andare a combattere al fianco dell’YPG, impegnato nello sforzo di ricacciare lo Stato Islamico lontano dai territori controllati dal Comitato Supremo Curdo, DBK.

In secondo luogo, si sostiene che il governo turco inizialmente non avrebbe voluto aiutare militarmente un embrione di Stato Curdo, non ostile al Partito dei Lavoratori del Kurdistan, PKK il quale per anni ha manifestato l’esigenza di esistenza curda con metodi violenti.

Nell’ottobre 2014, la situazione finalmente si sblocca. Con una decisione parlamentare, vengono dati poteri al governo di poter organizzare azioni militari in territorio siriano, con l’obiettivo di contrattaccare lo Stato Islamico e la possibilità di organizzare missioni internazionali a guida NATO con base in Turchia. Quindi con silenzio assenso si è assistito alla partenza di combattenti volontari curdi e curdi iraqueni verso la Siria, per respingere l’avanzata dello Stato Islamico e si è permesso ai civili di entrare in Turchia.

Ad oggi la maggioranza dei rifugiati siriani sono ospitati in campi profughi oppure presso familiari turchi. I campi profughi governativi sono gestiti dall’AFAD “Turkish Disaster and Emergency Management”, un’organizzazione fondata con il compito di gestire le crisi successive ai terremoti che scuotono spesso la Turchia ma prontamente adattatasi alla gestione della crisi umanitaria che ha sconvolto la vicina Siria. Prendendo ad esempio un imponente campo profughi di nuova costruzione nei dintorni di Suruҫ, possiamo constatare la forza dello Stato turco.

Il nuovissimo campo profughi di Suruҫ Çadirkent Konaklama Tesisi secondo dati comunicateci da un operatore AFAD, accoglie 35.000 persone, circa 18.000 adulti soli e 5.000 famiglie. Il campo non è ancora pieno e ogni giorno si registrano fino a 500 arrivi. La pace sociale è perseguita facendo risiedere in diversi quartieri a seconda dell’etnia, la popolazione del campo. Vi sono distretti curdi, arabi e yazidi.

Il grande campo di Suruҫ Çadirkent Konaklama Tesisi è composto da 15 distretti e in ogni distretto sono costruite 500 tende a due stanze per famiglie. Le tende sono bianche in plastica e ben costruite ma se piove, il pavimento rivela la sua debolezza e si rischia di finire con i piedi bagnati. Secondo le regole, se un figlio è adulto, ossia attorno ai 30 anni, può andare a vivere in una tenda più grande, dove sono ospitati gli uomini o le donne sole.

In ogni distretto ci sono bagni in comune, container con lavatrici e lavelli. Ci sono anche tende adibite a luogo di ritrovo, una scuola e un ambulatorio medico. La scuola, obbligatoria fino ai 18 anni, è pensata per 3000 ragazzi e ragazze e il modello di insegnamento è siriano. Sono impiegati tre assistenti sociali e tre medici; ma se il problema è grave o necessita di operazione chirurgica, gli ospedali turchi hanno l’ordine di trattare i pazienti rifugiati in via prioritaria e a titolo gratuito.

L’ordine e i rapporti con l’organizzazione AFAD sono mantenuti dal capo del distretto, che deve essere siriano ed eletto da tutti gli abitanti maggiorenni del campo.

Parallelamente all’azione governativa, alcuni comuni frontalieri, storicamente, economicamente e politicamente intrecciati alla vita dei curdi risiedenti in Siria, si sono visti obbligati a sostenere lo sforzo di accoglienza. Un esempio di come i comuni spesso non aspettino l’operato governativo pur di dare accoglienza ai fuggitivi è il comune di Suruҫ, città complementare di Kobanȇ.

Suruҫ e Kobanȇ sono due città sorelle, i loro abitanti, per la stragrande maggioranza curdi, spesso sono imparentati tra loro ma abitano in due diversi Stati: la Siria e la Turchia. Le due città infatti sono divise da una frontiera mai completamente assimilata.

Data la vicinanza al confine, la cittadina di Suruҫ è stata una delle più maggiormente investite dal flusso di rifugiati provenienti dalla Siria, in particolare da Kobanȇ, distante appena un’ora di macchina. La municipalità che è organizzata su stampo curdo, ossia con un uomo e una donna al vertice dell’organizzazione di governo, non ha mai indugiato nel donare asilo ai fuggitivi.

Il campo profughi di Arin Mirxan ospita circa 50 tende c’è spazio per un ulteriore allargamento. Le tende, una stanza per famiglia, sono ben isolate da terra grazie ad un fondo in mattoni e un pavimento in bancali di legno; la copertura invece è scarsa, un sottile telo di plastica non permette un buon isolamento dal caldo ne una protezione dal freddo. Tutti si ammalano spesso.

Scegliere di stare a Suruҫ invece di andare più lontano, nel campo gestito dal governo turco, è una scelta politica. Gli abitanti del campo Arin Mirxan sono tutti curdi e vogliono tornare alle proprie case a Kobanȇ, quando si potrà. Qui l’organizzazione del campo è “alla curda” e come per il comune, il vertice è gestito da due persone, un uomo e una donna elette da tutti i maggiorenni.

Questo è il luogo dove trovano riposo e riparo molti combattenti curdi e le loro famiglie. Dalla frontiera di Suruҫ o da qualche varco vicino, si parte per andare a difendere le proprie case, rimaste al di là della frontiera. Si parte per combattere lo Stato Islamico che ancora conserva avamposti nella regione a confine con la Turchia.