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TematicheAfrica SubsaharianaL’Uganda dopo l’Ebola: il prospetto di un futuro incerto

L’Uganda dopo l’Ebola: il prospetto di un futuro incerto

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L’undici gennaio scorso il Ministro della Salute ugandese, Jane Ruth Aceng, ha ufficialmente annunciato il successo del contenimento dell’epidemia di Ebolavirus ed il graduale allentamento delle misure sanitarie restrittive che sono state applicate nel Paese. Quello che spetta all’Uganda è un percorso complicato: a seguito dei danni provocati dalla pandemia COVID-19, la Nazione è stata messa a dura prova dal virus dell’Ebola dimostrando tuttavia grande capacità nella gestione delle situazioni di emergenza sanitaria. La ripresa dell’Uganda sembra però più complessa del previsto, infatti è l’apparato economico della regione quello che si è mostrato più vulnerabile ed ha, apparentemente, subito in maggior misura le conseguenze lockdown imposto dal Governo.

L’Ebola in passato

L’agente patogeno in questione è il Sudan ebolavirus, una variante facente parte del genere Ebolavirus, si trasmette tramite contatto diretto dei fluidi corporei e indirettamente attraverso superfici contaminate da questi. I sintomi sono comuni e ciò rende difficile l’identificazione della malattia: questi comprendono nei primi stadi febbre, dolore muscolare e mal di gola. Nella fase acuta i sintomi si aggravano causando elevate perdite di liquidi che portano, nei casi peggiori, alla morte

Tra le più pericolose nel suo genere, questa variante aveva già colpito la regione africana in passato. L’ondata appena conclusa è la quinta registrata dalla prima identificazione del virus, avvenuta nel 1976 in Sudan. Infatti, nel biennio 2000-2001, l’Uganda ha affrontato la più grande epidemia di Ebola che, secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), infettò circa 425 persone provocando 224 decessi e registrando un tasso di mortalità al 53%. Era da quasi un decennio che nel Paese non si rilevavano casi e ciò fece pensare che questo triste capitolo fosse chiuso, almeno fino al 20 settembre del 2022 quando il Governo ugandese decretò la situazione di emergenza sanitaria a seguito dell’identificazione del primo paziente infetto nel dipartimento di Mubende situato nella parte centrale della Nazione.

La risposta dell’Uganda e il contenimento efficace

Il contagio si è diffuso rapidamente nei distretti dello Stato colpendone otto in particolare: Bunyangabu, Jinja, Kagadi, Kassanda, Kyegegwa, Masaka, Wakiso e Kampala. In quest’ultima, la capitale, l’agente patogeno è dilagato nelle scuole dove l’alto numero di casi riportati ha spinto il governo a prendere misure volte ad impedire la circolazione del virus.  Pochi giorni dopo è stato infatti imposto un lockdown volto a limitare gli spostamenti nelle giurisdizioni di Mubende e Kassanda rafforzato successivamente con l’interruzione delle attività di intrattenimento, la chiusura dei luoghi di culto e da un coprifuoco in vigore nelle ore notturne.

La reattività con cui l’Uganda ha contenuto la propagazione della malattia è stata lodata dai paesi occidentali i quali hanno fornito sin dai primi giorni dell’emergenza supporto economico e sanitario. Gli Stati Uniti si sono mostrati proattivi verso il paese dell’Africa orientale inviando aiuti per circa 22 milioni di dollari che sono stati destinati al potenziamento dei sistemi di tracciamento. Parte di questi sono stati convogliati verso progetti di ampliamento ed efficientamento delle strutture sanitarie, miglioramento dell’equipaggiamento e formazione del personale. Oltretutto, Washington, come forma di precauzione volta al contrasto della diffusione dell’Ebola ha introdotto nei principali aeroporti statunitensi dei sistemi di screening per i viaggiatori in arrivo dalla nazione africana.

Il contributo dell’Unione Europea ha seguito uno schema differente: sono stati stabiliti aiuti umanitari per un ammontare di 3 milioni di euro parte dei quali sono stati devoluti alle organizzazioni non governative operanti nel territorio che hanno fornito assistenza alle comunità più colpite; i restanti, circa la metà, sono stati destinati all’OMS per le attività di coordinamento, ricerca e sorveglianza. Quest’ultima, nel frattempo, ha fornito tre differenti tipologie di vaccini sperimentali per il trattamento della malattia dell’Ebola, ma sfortunatamente si sono rivelati poco efficaci nel fronteggiare l’epidemia nel breve periodo anche se i risultati dei trial clinici che hanno coinvolto la popolazione fanno ben sperare nella futura realizzazione di un vaccino capace di contrastare l’insorgenza della malattia.

Il lockdown della paura

Mentre la celere risposta all’emergenza da parte delle autorità governative è stata accolta positivamente dai paesi occidentali, diversa è stata la reazione della popolazione residente nei distretti sopposti a misure di restrizione.
All’origine dei timori generati da questo nuovo lockdown tra la popolazione c’è sicuramente il peso delle conseguenze di quello precedentemente imposto durante l’epidemia  di COVID-19 che ha aggravato la forte crisi economica ormai apparentemente diventata endemica nel Paese.

Sono proprio le economie urbane, quelle più esposte agli effetti delle limitazioni sugli spostamenti, ad averne risentito di più in quanto la loro funzionalità è fortemente influenzata dalla stabilità nazionale che garantisce l’efficienza della fitta rete di scambi che alimenta l’attività economica dell’Uganda basata prevalentemente su un commercio tipicamente locale sostenuto dal settore dei trasporti, il primo ad avere risentito maggiormente delle restrizioni. Così l’effetto immediato delle misure di contenimento, cioè ridurre e controllare il transito tra i vari distretti, ha messo fortemente in crisi questo settore. Con l’ampliamento delle aree sotto lockdown, Kampala, il centro logistico della nazione, ha sofferto in larga misura le conseguenze di questo blocco che ha rallentato l’economia creando malcontenti tra la popolazione che fatica ancora a ripartire in seguito allo shock globale provocato dall’invasione russa dell’Ucraina.

Questo rallentamento dell’economia, avvenuto durante una fase così critica del percorso di ripresa, rende più difficoltoso il raggiungimento di una situazione ottimale minata dalla continua inflazione in crescita, ma soprattutto potrebbe peggiorare in futuro la già diffusa crisi alimentare nelle zone più povere del paese africano e isolare dall’azione statale le comunità rurali che vivono di un’economia di sussistenza. Per tamponare l’insorgenza di questa problematica, come annunciato dal Ministro della Comunicazione Godfrey Kabbyanga, il Governo ha inviato durante il lockdown razioni alimentari nei distretti dove l’Ebola ha colpito più duramente. 

Il bilancio conclusivo

Dopo quattro interminabili mesi l’Uganda è riuscita a respingere l’ondata epidemica. In base alle linee guida dell’OMS in materia di diffusione di Ebolavirus trascorsi 42 giorni dall’ultimo paziente confermato, se non vengono registrati altri casi, si può dichiarare la fine della situazione di emergenza sanitaria. Le tempistiche in questione sono dettate dalle caratteristiche di diffusione e sviluppo della malattia che attestano a 21 giorni il termine massimo di incubazione dell’agente patogeno; quindi una volta trascorso il doppio dei giorni e in assenza di segnalazioni di nuovi contagi, il virus può considerarsi debellato.

Secondo l’ultimo comunicato ufficiale di gennaio del governo di Kampala, ammonta a 142 il numero di persone che dall’inizio della nuova emergenza sanitaria sono state contagiate dal ceppo sudanese; di queste 55 hanno perso la vita e 87 sono guariti. Il tasso di letalità di quest’ultima ondata ammonta all’incirca al 39%: una percentuale significativa che, in mancanza di una risposta decisa ed immediata da parte delle autorità ugandesi, sarebbe stata destinata a salire rendendo la situazione ingestibile soprattutto per il compartimento sanitario dello Stato. Il raggiungimento di un risultato così positivo in termini di contenimento lo si deve alla cooperazione della comunità che, secondo il Ministro della Salute ugandese, si è mostrata ricettiva ed è riuscita a contrastare, nonostante le misure introdotte dal lockdown, l’improvvisa crisi sanitaria.
La politica di contenimento adottata dal Governo ha dato i suoi frutti e si è mostrata un faro nel panorama africano producendo risultati, in termini di controllo del contagio, che non hanno nulla da invidiare confrontati con quelli dei paesi occidentali registrati durante l’emergenza COVID-19. Indubbiamente, anche quelli raggiunti dall’Uganda richiedono dei sacrifici in termini economici e sociali e le conseguenze sono pagate a caro prezzo, specie nei paesi in via di sviluppo dove la ripresa, almeno nel breve periodo, risulta spesso difficile.

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