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TematicheItalia ed EuropaL'Unione Europea nella contesa per l'Artico

L’Unione Europea nella contesa per l’Artico

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La contesa per lo spazio artico, coinvolge i grandi player internazionali come USA – Cina e Russia, ma rappresenta un’area strategica per l’Unione europea e per la sua proiezione esterna. La regione deve il proprio nome ad ἀρκτικός ossia “vicino all’Orsa, settentrionale”, metaforicamente essa è terreno di scontro strategico tra le potenze settentrionali del globo ovvero USA – UE e Russia. A queste si è aggiunta la Repubblica Popolare Cinese, la quale nel 2018 all’interno del “Documento di strategia artica” si definì come “Stato confinante con l’Artide”.

FRONTE DEL NORD 

I decenni post caduta del Muro di Berlino sono stati caratterizzati da cooperazione, ricerca e collaborazione multilaterale nell’Artico. Complici nuove rotte per l’accaparramento di risorse naturali, il cambiamento climatico e il “ritorno della storia” – con buona pace di Francis Fukuyama – l’Artico è divenuto protagonista della proiezione e visione di ogni Stato che voglia avere un ruolo nel mondo del XXI secolo. Nell’Artico per tutti vige il trittico: ricerca scientifica, cui si accompagnano altri due elementi perno di ogni dottrina nazionale ossia l’accaparramento delle risorse. Da quando nel 2014 Gazprom sfatò il tabù della navigazione in acque artiche per petroliere la Russia ha riportato in essere gran parte di quelle capacità militari che alla fine della guerra fredda erano cadute in abbandono. Così facendo gli USA e l’Alleanza Atlantica sono tornate a condurre esercitazioni nelle acque artiche. Ma il ruolo più interessante della partita lo conduce ad oggi la Cina. Probabilmente Pechino, almeno fino allo scoppio della guerra in Ucraina e per via delle tensioni nel Mar Cinese Meridionale, da due lustri è più interessata al potenziale economico della regione e alle possibilità di navigazione offerte dallo scioglimento dei ghiacci marini boreali rispetto alla partita militare. Un anno di conflitto in Ucraina hanno fatto sì che il luogo per eccellenza della multilateralità si sia trasformato anch’esso in faglia di scontro, anche per l’Unione europea tutta. Ciò ha portato Bruxelles ad unirsi con i partner dell’Occidente nella sospensione dalle attività di vari quadri di cooperazione regionale nel quadro del pacchetto di sanzioni contro la Russia e al coinvolgimento della Bielorussia nel conflitto in Ucraina. Oltre a sanzioni dirette e alla sospensione di vari quadri multilaterali la politica esterna dell’UE si è concretizzata in tre dichiarazioni congiunte con gli Stati membri riguardanti la politica della dimensione settentrionale, la cooperazione euro-artica di Barents e il Consiglio degli Stati del Mar Baltico.

DALL’ARTICO PASSA LA SFIDA DELL’UE 

Due sono gli assiomi dai quali l’Unione europea non può prescindere anche nell’Artico. Il primo è che la sua proiezione esterna è e deve legarsi indissolubilmente con la NATO, poiché senza di essa militarmente e tecnologicamente non sussiste come attore. Il secondo assioma prevede – dato il New Green Deal – il sostanziare la propria presenza nel mondo facendo del fattore verde il perno delle sue operazioni e investimenti in più aree. Come analizzato precedentemente la regione artica ha assistito a una crescente presenza militare russa e  all’ambizione cinese di integrare il percorso del Mare Artico settentrionale con l’iniziativa Belt and Road Initiative. Entrambi questi elementi rendono gli assiomi sopra esplicati come fondamentali. Sono ben tre gli Stati membri – Danimarca, Svezia, e Finlandia – dell’Unione europea che hanno parte del proprio territorio nella regione artica e oltre cinquecentomila cittadini europei ci vivono. Concretamente la nuova politica artica europea, che resta un unicum rispetto altre aree regionali di pertinenza europea, si soli a attraverso due fondamentali atti e dichiarazioni: il “Documento di strategia per l’Artico” e le “Dichiarazioni del Parlamento Europeo sull’Artico” della IX Legislatura. Il “Documento di strategia per l’Artico” dell’ottobre del 2021 – che segue quello del 2016 – ha risposto ai cambiamenti globali e della regione artica in modo puntuale e in sintonia con la direzione di sviluppo economico intrapresa dall’Unione europea con le politiche legate all’ESG. Legare il “Documento di strategia per l’Artico” alle politiche climatiche serve da un lato a raggiungere gli obiettivi finanziati ed economici definiti dal Green Deal e a raggiungere l’ambizioso obiettivo di essere un attore geopolitico. Secondo cruciale momentum legislativo sono le “Dichiarazioni del Parlamento Europeo sull’Artico” della IX Legislatura. Nella relazione del 2021 è espressamente dichiarato Anna Fotyga (ECR, PL) autrice della relazione del Parlamento che “l’Artico non sarà più soltanto una regione remota o inaccessibile (…) ma svolgerà effettivamente un ruolo cruciale nel futuro dell’Europa”. Il perno dell’interesse per l’Artico è fondamentalmente economico. Senza le risorse artiche gli obiettivi legati alla transizione verde non sono facilmente raggiungibili per Bruxelles. Infatti, l’Artico è caratterizzato dalla presenza di diverse risorse energetiche e minerarie, cui si aggiungono le  strategiche terre rare. A queste si aggiungono il 13% delle riserve globali di petrolio non ancora scoperte e il 30% di quelle di gas naturale, costituendo quindi un importante fonte di risorse energetiche. Risorse energetiche, che al netto della transizione verde, restano cruciali per l’indipendenza del continente europeo. Punto focale dell’interesse europeo per l’Artico è costituito dal fatto che esso sia ricco di metalli e minerali, tra cui spiccano carbone, piombo, e nickel, e di diverse terre rare. Assoggettate al dominio incontrastato della Cina in realtà l’UE possiede la regione di Narsaq, in Groenlandia, che conterrebbe fino a un quarto delle terre rare del mondo nel suo sottosuolo. Se vi è una lezione data dalla guerra monetaria del 2008, dalle sanzioni del regime liberale occidentale e dall’allargamento dei BRICS e Via della Seta è che la geoeconomia e le sue implicazioni sono cruciali nel XXI. Per suddetto motivo, sia che riguardino rotte navali o terre rare, l’Artico diviene cruciale per un’Unione europea sempre più alla ricerca di un posto nel mondo.

PARADIGMA VERDE E RISORSE 

Articolando il processo verde europeo esso può e deve essere inteso non come una serie di etiche e disciplinari azioni, bensì nel modo con cui Thomas Kuhn definì il “cambio di paradigma”. Le implicazioni delle politiche climatiche europee comportano che esse siano il leitmotiv dell’azione europea nel globo. L’Artico ne diviene palcoscenico eletto in quanto con una temperatura in crescita a ritmi più che doppi rispetto alla media globale e il rapido scioglimento del ghiaccio marittimo, la regione artica sta attraversando una fase di profondi cambiamenti e il suo monitoraggio permette di raccogliere preziose informazioni per agire sul fronte climatico. Senza etiche illusioni va ricordato che se riscaldamento globale sta infatti  trasformando il Polo Nord da un’area remota e inaccessibile a una regione ricca di potenzialità e, di conseguenza, in grado di attirare le attenzioni di diversi attori esterni, nel caso gli obiettivi del 2050 non vengano centrati per l’Unione europea sarà importante avere un posto al tavolo artico. Logicamente anche nell’Artico senza Alleanza Atlantica – perseverando nel non assecondare le spinte euroasiatiche di importanti player fondamentali per l’UE – le capacità strategiche devono essere intese e prese in collaborazione con i partner NATO. A tal proposito sta vedendo luce anche un utilizzo dual-use del sistema satellitare Galileo, ad oggi limitato a operazioni Search and Rescue (SAR). Ad oggi la Commissione europea, in accordo con l’European External Action Service ha firmato la EU Arctic policy, un patto per cercare di diminuire e azzerare gli impatti del cambiamento climatico sull’ambiente artico. L’Unione europea si muove come elefante normativo, ma nel campo della ricerca sull’Artico agisce attraverso Horizon Europe. 

L’Artico risponde alle esigenze di troppi player, alla necessità europea di esserci nel mondo e probabilmente in quel bisogno del Vecchio Continente si cela l’unica speranza per esso di essere ancora luogo multilaterale e non solo “granaio” di terre rare e risorse del XXI secolo.

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