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TematicheRussia e Spazio Post-sovieticoUcraina: con la Russia serve solidità

Ucraina: con la Russia serve solidità

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Perché sanzioni economiche deboli e ritorsioni in campo energetico potrebbero non rappresentare la soluzione ideale per la crisi con la Russia.

L’Unione Europea è divisa sull’approccio da utilizzare nei confronti della Russia e lo è da tempo. La crisi ucraina ne rappresenta l’ennesima prova. Per gli Stati Membri è importante non lasciare al Cremlino la possibilità di insinuarsi nelle fessure europee senza rispondere in maniera decisa.

I Paesi dell’Unione Europea fanno squadra?

La Francia desidera vedere una difesa europea più autonoma e forte, motivo per cui potrebbe cavalcare l’onda delle difficoltà di negoziato tra NATO e Russia per ottenere qualcosa in più in questo senso; la Germania, ancora figlia per certi versi dell’Ostpolitik – alcuni politici tedeschi ancora considerano che l’apertura verso est della RFT abbia rappresentato un fattore decisivo per l’allentamento delle tensioni in periodo di guerra fredda –  e incagliata nella questione Nord Stream 2, è nel mirino dei Paesi più russofobi per non aver ancora chiarito la sua posizione; l’Italia, sicuramente dipendente dal gas russo e sicuramente critica verso pressioni economiche simili a quelle che nel passato hanno diminuito di parecchi punti percentuali il suo export verso la Federazione russa, è tradizionalmente aperta al dialogo e al lasciare il beneficio del dubbio al suo grande fornitore di energia. 

Francia, Germania, Italia, a cui si è aggiunto il Regno Unito, stanno spingendo per mantenere aperto il negoziato con il Cremlino. Lo si è percepito chiaramente al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite di fine gennaio. Il presidente francese Macron, inoltre, è intenzionato a ripristinare il dialogo in seno al Formato Normandia (probabilmente non prima che la tensione scenda rispetto ai livelli attuali). 

Certamente l’atteggiamento generale dell’occidente è di denuncia nei confronti delle azioni russe, questo è evidente leggendo qualsiasi dichiarazione pubblica. Le opzioni di risposta sono molteplici: sanzioni economiche senza precedenti, esclusione della Russia dal circuito SWIFT, supporto economico e militare all’Ucraina, e così via.

Le misure di ritorsione economica

Partendo da questi presupposti, tuttavia, e ripercorrendo la cronologia delle misure prese da UE e Stati Uniti per contrastare l’assertività russa degli ultimi quindici anni, è lecito chiedersi se la minaccia di sanzioni e ritorsioni economiche nei confronti dell’intera Federazione o di specifiche individualità legate al presidente Putin sarebbero veramente efficaci per neutralizzare la minaccia di un’invasione dell’Ucraina e, più in generale, per mandare un segnale forte e chiaro a Mosca. Ciò che potrebbe avere maggiore efficacia è un’azione di grandi dimensioni, portata avanti in maniera compatta e decisa dall’intero gruppo dei Paesi occidentali. Come appuntato dal presidente Biden, ciò creerebbe una seria minaccia per il sistema economico russo. Ne ha rappresentato un indizio la brusca caduta dei mercati azionari russi della seconda metà di gennaio, quando gli investitori, spaventati dal crescere delle tensioni diplomatiche, hanno visto scendere di 6 punti percentuali le loro azioni. 

È fondamentale, in questo scenario, adottare fermezza e unità, in modo da creare un deterrente credibile per il Cremlino. Negli ultimi 8 anni, dall’introduzione del regime di sanzioni e contro-sanzioni in conseguenza all’invasione della Crimea e della destabilizzazione del Donbass, le autorità russe hanno portato avanti politiche economiche e monetarie con lo scopo di rendere la Federazione russa la più indipendente possibile: grandi riserve di moneta per i casi di emergenza, preferenza per l’utilizzo del rublo per le transazioni internazionali, sostituzione dei prodotti di importazione con produzione interna (il settore agroalimentare italiano è tra i settori ad averne sofferto di più). Ciononostante, ci sono due fattori che rendono ritorsioni economiche di grande dimensioni una misura che il Cremlino dovrebbe cercare di evitare: il primo è l’impossibilità di rendere l’economia di un Paese come la Russia totalmente indipendente (ricordiamo nuovamente quanto successo nei mercati azionari); in secondo luogo, e in maniera più evidente, il fatto che il PIL russo dipenda così tanto dall’esportazione di idrocarburi verso i Paesi occidentali minaccia seriamente la tenuta delle casse federali. 

Il fattore energia

Entra dunque in gioco il fattore energia. Nelle ultime settimane si è parlato spesso di dipendenza energetica europea nei confronti della Russia, ma viene spesso omesso un dettaglio che dovrebbe essere molto più significativo nell’analisi (geo)politica della crisi diplomatica che stiamo osservando: la Russia non può permettersi di chiudere i gasdotti e interrompere il flusso di gas verso l’Europa occidentale. L’export di idrocarburi rappresenta circa il 60% del totale e l’Europa riceve il 60% della produzione russa. In poche parole, interrompere i flussi di gas per decisione di una o dell’altra parte avrebbe effetti eccezionalmente sfavorevoli nel breve periodo e conseguenze dirompenti nel lungo periodo. Il tema dell’energia, per quanto reso ancora più complesso e controverso dal percorso verso la transizione energetica dell’UE, è storicamente il piede che mantiene aperta la porta (metafora per “dialogo politico”) tra Occidente e Cremlino in qualsiasi circostanza. L’offerta americana di sostituire il gas russo con importazioni verso l’Europa di GNL sembra difficilmente realizzabile e politicamente sconsigliabile. L’Europa, poi, difficilmente potrebbe davvero rinunciare al gas russo nel medio termine. Almeno, con gli attuali fattori in campo. 

Prendendo in considerazione la possibilità che una tale opzione venisse davvero portata avanti, l’unica alternativa che la Russia avrebbe per “continuare a pagare le pensioni ai propri cittadini” sarebbe quella di cercare e trovare nuovi mercati alternativi verso cui indirizzare i gasdotti. L’isteria provocata da una simile possibilità rischierebbe seriamente di mettere i russi con le spalle al muro: una mossa pericolosa quando si tratta con le autorità russe, testimone la storia. 

O peggio: potrebbe verificarsi ciò che, ragionevolmente, gli Stati Uniti più temono, ovvero un rafforzamento delle relazioni sino-russe sulla base di più intensi interscambi energetici. Power of Siberia, un gasdotto attivo dal 2019 e con il potenziale di fornire 38 miliardi di metri cubi (mmc) di gas all’anno verso la Cina potrebbe già venire ampliato: ci si aspetta un accordo già quest’anno. La prospettiva ovviamente deve tener conto di numerose difficoltà geopolitiche che hanno finora impedito una totale convergenza degli interessi russi e cinesi. Ciononostante, commutare il fattore energetico a favore della Cina e a discapito dell’Occidente potrebbe creare grossi pericoli, in primis per l’Unione Europea, ma anche per gli Stati Uniti. Rimane ancora speranza per una soluzione diplomatica della crisi. Gli analisti si augurano che Stati Uniti e Russia stiano mostrando i muscoli per assestare situazioni che da tempo stridevano tra loro e che l’Europa riesca ad inserirsi per normalizzare la crisi. Dovesse non essere così, scegliere ritorsioni economiche di grande impatto e mantenere le relazioni energetiche potrebbe essere l’approccio più efficace. Bastone e carota.

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