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Ucraina: le ripercussioni sull’Italia e le ombre sull’energia nel discorso di Draghi

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Mentre il conflitto in Ucraina prende pieghe per alcuni versi inattese e continua a vedere un sostanziale immobilismo di Nato, Unione Europea e Italia, le parole pronunciate da Draghi nell’informativa alla Camera di questa mattina pongono una serie di interrogativi che la maggioranza dei media italiani non ha posto in rilievo. Rappresentano l’ultimo tratto di indecisioni dei giorni scorsi derivanti dalla necessità per un verso di condannare formalmente gli attacchi russi e, per l’altro, di non rovinare le relazioni che ci legano alla Russia, dalla quale dipendiamo per il 46% delle forniture di gas.

L’ambigua posizione italiana ha portato al duplice attacco delle forze in campo: prima le dichiarazioni di Lavrov e poi quelle di Zelensky a minare la credibilità del governo. A tale immagine internazionalmente poco stabile si aggiungono le sibilline dichiarazioni del premier italiano di oggi, relative alle questioni energetiche e all’incipiente emergenza che pare affacciarsi dalla crisi in Ucraina. È opportuno sottolineare alcuni passaggi del discorso, per mettere in luce i rischi e le contraddizioni che emergono dalle parole del Presidente del Consiglio. In un passaggio del suo discorso, infatti, Draghi ha fatto sapere testualmente che “il Governo è al lavoro per approntare tutte le misure necessarie per gestire al meglio una possibile crisi energetica”. A questo riguardo, per non farsi trovare impreparati, “le misure di emergenza includono una maggiore flessibilità dei consumi di gas, sospensioni nel settore industriale, e regole sui consumi di gas nel settore termoelettrico”. 

È di immediata comprensione quanto tali parole – che sono sfuggite ai più – facciano presupporre scenari di restrizioni energetiche a tinte fosche per un paese già fortemente piegato dal rincaro dei prezzi dell’energia degli ultimi mesi e da un ritardo imbarazzante rispetto al resto d’Europa sulle riaperture post Covid e sul riavvio del settore turistico (che pesa per circa il 13% sul PIL nazionale). Senza menzionare, peraltro, quanto gli obblighi vaccinali e di super green pass per categorie d’età e lavoratori, inediti per ogni altro paese europeo, abbiano avuto ripercussioni sui settori coinvolti. Parlare oggi di “una maggiore flessibilità sui consumi” evoca politiche di contenimento dei consumi, di fatto confermate dalle “sospensioni nel settore industriale” e da “regole” – ulteriori regole, si potrebbe aggiungere – relative ai “consumi di gas”, che fanno immaginare che gli inverni prossimi saranno freddi e con un impatto sulla produzione e sui consumi di portata potenzialmente drammatica per l’economia del paese nonché sulle libertà individuali.

Il discorso di Draghi presenta altri elementi su cui è necessario riflettere. Il Presidente del Consiglio ha fatto riferimento a una possibile “riapertura delle centrali a carbone, per colmare eventuali mancanze nell’immediato”. Si tratta di un’affermazione che smentisce radicalmente anni di retorica sul green e, al contempo, quanto da lui stesso avallato con la firma del PNRR, i cui maggiori investimenti si concentrano proprio sulle energie rinnovabili e sulla “transizione ecologica”. Con quelle parole Draghi ha smentito se stesso e quanto fatto con l’istituzione con il suo governo del dicastero dedicato proprio alla “transizione ecologica”.

A questo proposito, alcune osservazioni paiono urgenti: 1) le politiche avviate da qualche anno con grande enfasi sul green, dall’Unione europea e pienamente fatte proprie dall’Italia con altrettanto giubilo, non tenevano conto del contesto mondiale e dei rischi che lo scenario russo-ucraino presenta da anni, almeno in maniera evidente dal 2013 e da Euromaidan; 2) tali politiche non consideravano lo status quo dell’energia europea e italiana: abbiamo nei fatti abbandonato la possibilità di trivellare e utilizzare fonti energetiche sul nostro territorio e dipendiamo per il 90% da forniture di gas dall’estero, e in particolare dalla Russia; 3) il governo è stato incapace non tanto di prevedere un precipitare della crisi tra Russia e Ucraina (cosa per definizione difficile, sebbene –occorre aggiungere – non impossibile, visti i presupposti), quanto di approntare misure di breve e medio periodo utili a non trovarsi sguarniti come rischiamo oggi.

In tal senso, il piano previsto dal PNRR sul quale il governo ha puntato molta della sua credibilità appare come un progetto di lungo periodo che non tiene affatto conto delle esigenze del breve. Dei circa 191 miliardi di investimenti, infatti, alla “Rivoluzione verde e transizione ecologica” saranno destinati 59,47, vale a dire la voce più cospicua dell’intero piano (l’ultima voce del piano è per la sanità, 15,63 miliardi). Nello stesso documento presentato dal governo italiano si fa riferimento a più riprese alla decarbonizzazione del paese (se ne parla precisamente per ben 27 volte nel Piano), che oggi non appare più prioritaria, a ben vedere. 

Le parole odierne di Draghi mostrano dunque se non la contraddittorietà di quanto fatto e proposto fino a poche ore fa, almeno la miopia nel non considerare le difficoltà geopolitiche, ma anche la necessità di rivedere l’intero impianto sul quale si sta basando la nostra prospettiva futura e anche la credibilità del governo, nominato con il preciso compito di “portare a casa” il Piano. Una strategia come quella intrapresa dal nostro esecutivo, che non tenga opportunamente in considerazione le variabili geopolitiche, conflittuali, le questioni in campo da anni a livello internazionale e le loro possibili ripercussioni sul tessuto economico nazionale, è quanto meno una strategia tronca o, per usare un eufemismo, poco lungimirante o utopistica.

Le dichiarazioni dei vertici russi e ucraini, le contraddizioni del premier e le recenti critiche del Wall Street Journal pongono – al di là della retorica del nostro governo e di quanto si legge troppo spesso sui media nazionali – una seria questione di credibilità internazionale della compagine governativa, in un momento storico dirimente per il mondo intero e per il nostro paese, già dilaniato da due anni di gestione pandemica parossistica e fallace (siamo il secondo paese per morti in Europa) e da divisioni interne che rischiano seriamente di lacerare ulteriormente un già fragile e instabile tessuto sociale.

Alessandro Ricci

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