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TematicheItalia ed EuropaUcraina, la guerra cambia un’Europa sull’orlo del riarmo

Ucraina, la guerra cambia un’Europa sull’orlo del riarmo

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Un cambiamento importante portato dalla guerra in Ucraina è quello del pensiero dominante in Europa riguardo la postura da tenere al cospetto della guerra. A mente ancora calda, questo articolo tenta di leggere alcune sfumature legate alle vicissitudini della prima guerra europea del secolo XXI.

La storia (non) si ripete

Se il “secolo breve” iniziò nel 1914 con un’escalation potenzialmente mondiale, il nostro potrebbe essere un secolo ancora più breve. Allo stesso modo, se la seconda parte del secolo scorso aveva diviso il mondo in due blocchi ben distinti, la prima parte di questo secolo potrebbe dividerlo in ancora più blocchi. 

L’Europa affronta una guerra per la prima volta come entità unica, unita da legami economici, politici e culturali conclamati. Ancor più specificatamente, un’organizzazione come l’Unione europea affronta una guerra per la prima volta, e per la prima volta con una postura univoca, unidirezionale, condannando la Russia per aggressione, intervenendo fermamente in favore di un paese considerato vittima, mettendo in campo misure che sfociano lentamente nel militarismo. 

La creazione di un’identità militare che agisse come fronte unico verso un nemico esterno è qualcosa che né i padri fondatori, né le peggiori crisi internazionali erano riusciti finora a plasmare. 

Se la sovrastruttura dell’Ue come la conosciamo oggi è rappresentata da ideali pacifico-umanistici leggibili da un lato come necessità (economiche, politiche, di circostanza), dall’altro innegabili virtù (spinta verso l’inclusione, la solidarietà, la comprensione delle persone come fratelli europei: “generazione Erasmus” insegna), la struttura del progetto affonda le radici nel terrore rosso e nella difesa di stampo nord-atlantico post ‘45. 

Questa guerra sembra aver riportato all’idea originale il fine dell’Europa: un blocco unito di popoli simili (ma che non vogliono ammetterlo) in costante guerra tra loro, (ri)sorti nella culla della civiltà moderna. Riunirli, renderli stabili e dirigerli contro il proprio nemico fu una mossa che solo gli scacchisti americani allora potevano immaginare, per potenza e ingegnosità.

Ma il passaggio dalla completa distruzione del continente alla divisione del mondo in due parti, con il meridiano di Berlino come spartiacque, e la contestuale disunità prima, debolezza poi, non potevano che far nascere una forza di interposizione passiva in Europa, gli stepping stones necessari ad avvicinare le due sponde dell’Atlantico. 

Oggi la situazione è ben diversa, il processo di integrazione europea è arrivato a uno stato di maturazione molto avanzato. Il caso vuole che alla domanda di ricostruzione di un esercito di difesa paneuropeo rispondano una presidenza del Consiglio francese in piena campagna elettorale e una guerra combattuta nel portico di casa. Proprio a riguardo è da ricordare l’impegno dell’Eliseo verso la costituzione della Difesa Europea nell’ambito della PESD (Politica di Sicurezza e Difesa), e il perfezionamento del geometrico Strategic Compass, il cui taglio del nastro è previsto proprio per il mese di Marzo 2022. Questa guerra non può che irrobustire le vecchie tradizioni CEDiste francesi, poi europee.

Il continente mostra i muscoli

Sperimentiamo oggi, dopo iniziali tentennamenti, un approdo su posizioni “terzocentriste” nel vecchio continente. Ciò che non avvenne all’alba del costituirsi della cortina di ferro, sembra compiersi: l’Europa come terza base in uno scontro tra due blocchi. Il tutto sta avvenendo senza traumatismi da seconda guerra mondiale, cosa che rende imprevedibile un eventuale futuro in questo senso. Imprevedibilità dovuta alla novità della situazione: un’Europa in armi contro qualcosa che non sia l’Europa è fatto storicamente inedito. É di questi giorni il ritorno in auge dei discorsi sulla rimilitarizzazione completa anche nei palazzi di Bruxelles. 

Sempre di questi giorni sono tre fatti riguardanti alcuni paesi Europei oltremodo interessanti, che rendono reale la formazione di un terzo polo nella nuova corsa alla potenza. 

In primis la Germania, che interrompe una tradizione ormai quasi secolare di rifiuto a dare supporto militare a paesi in guerra. Già di per sé una notizia che varrebbe più di un articolo, considerando che dopo aver scatenato due conflitti mondiali in un solo secolo, “Berlino ha deciso di rimanere un nano militare” (cit). Il 27 febbraio 2022 verrà ricordato in futuro come la “rimilitarizzazione della Germania”. È la data dell’annuncio del neo cancelliere Olaf Scholz, in una delle sue prime mosse puramente disambigue in politica estera, riguardo lo stanziamento straordinario di 100 miliardi per le forze armate tedesche. Al contempo questo non scuote solo Germania ed Europa in quanto ad abbandono di neutralità e pacifismo esasperanti, ma schiaffeggia in faccia tedeschi ed europei risvegliandoli da un torpore lungo almeno due generazioni. Affermazione scorretta, ma per rendere l’idea: nessun europeo ad oggi vivente ha mai visto una guerra. Perciò sarebbero da considerare come normali  le possibili reazioni estreme del pubblico votante (europatriottismo spinto contro pacifismo assoluto).

In secondo luogo, la Svizzera. La neutrale Svizzera. A volte ammirata per stabilità e prosperità, a volte odiata per gli stessi motivi. La notizia è che invece, questa volta, la Svizzera è “molto probabile” che si schieri, dopo secoli di “posizioni prudenti”. Il governo elvetico si è unito lentamente al coro di sanzioni e condanne ormai piovute da tutto il mondo dapprima con una black list diretta contro cittadini russi e che vieta i rapporti d’affari nel paese a chi vi figura. Poi, dalla tv pubblica in lingua francese con l’annuncio di Ignazio Cassis che recitava un forte “è molto probabile”,  la Svizzera ha congelato i beni al suo interno riconducibili a cittadini russi, in linea con le posizioni Ue. La svolta non sta tanto nel tono con cui la dichiarazione è stata fatta (pacato, tranquillo, svizzero), quanto nel fatto che tatticamente va a tappare un buco importante che le sanzioni europee e americane avevano per forza di cose lasciato aperto: congelando i beni al loro interno, erano entrambi consci del fatto che il grosso dei patrimoni oligarchici non detenuti nei paradisi fiscali era sparso tra le montagne del paese dei cantoni. 

Terzo, allargando il discorso, la copiosa pioggia di armi che il mondo fa cadere sull’Ucraina. 
All’appello americano di portarlo in salvo il presidente Zelensky risponde di non volere passaggi, ma mezzi per contrastare Putin. I paesi europei, (anche in questo: novità) vedono l’occasione e rispondono inviando materiali di supporto alla logistica, alla cura dei feriti. Questa volta però, inviano anche dotazioni dedicate all’offesa. Si forma addirittura una coalition of the willings composta da personale paramilitare da tutto il mondo, patrocinato dagli Stati di cui è cittadino e dall’Ucraina, disposto a scendere in prima linea e sparare al “nemico”.

Il caso più clamoroso è ovviamente quello tedesco, dove si interrompe dopo 16 anni la distensione che aveva caratterizzato l’era Merkel. La Germania invia razzi, 500 Stinger, più 100 armi anti-carro. I Paesi Bassi ne inviano 200. Mandano missili anche Polonia e Lituania, bloccate nel rifornimento di armi ancora più distruttive solo dall’impreparazione di chi dovrà usarle. Mitragliatrici dal Belgio, munizioni e armi da Francia e Italia. Fuori seguono Gran Bretagna, Usa con stanziamenti miliardari e la Turchia fornisce droni e munizioni da tempo ormai. 
I russi sono forse superiori da ogni punto di vista in questa guerra, ma gli ucraini sono armati come non mai e pieni di buone amicizie in prospettiva.

Questi fattori dimostrano una solidità inedita e combattiva del mondo occidentale, mondo del quale l’Ucraina vuole essere parte. È la corale volontà di difendere un ordine internazionale in cui l’imperfetto equilibrio tra le potenze aveva finora tenuto lontana la guerra dall’Europa. Che questa risposta si basi sul pretesto dell’offesa arrecata dall’aggressione russa all’intera comunità internazionale, o in nome della difesa di cosiddetti valori, cosiddetti occidentali, poco importa. 

E anche questo, a modo suo, è un cambiamento.  

Enea Belardinelli
Geopolitica.info

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