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TematicheAmbiente, Infrastrutture ed EnergiaUcraina e transizione energetica: quanto vale Kyiv per l’UE?

Ucraina e transizione energetica: quanto vale Kyiv per l’UE?

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Lo scatenarsi della crisi russo–ucraina, ha sconvolto pesantemente i programmi del vecchio continente, ritrovatosi con una condizione finanziaria ancora traballante dopo la pandemia ad affrontare una transizione economica, tecnologica ed energetica e un conflitto che ha di fatto tagliato una buona parte delle risorse a basso costo, in particolar modo quelle energetiche. Il problema principale che pone questo evento è il rallentamento di un processo, avviatosi nel 2020 con il Green deal, che oltre a rinnovare la società e l’economia assicurerebbe una certa autonomia a livello energetico, elemento cardine di tutte le strategie dei paesi d’Europa dagli anni ‘70 ad oggi. In Ucraina, nonostante l’aggressione che sta riducendo in macerie le sue regioni orientali, vi è anche del potenziale che potrebbe dare una svolta sia ad una nazione in rovina e bisognosa di aiuto che ad un’ Unione Europea che fatica nel prendere decisioni risolutive per emanciparsi dai legami scomodi.

Le risorse di Kyiv
La grande repubblica ex sovietica, pur essendo conosciuta per le grandi esportazioni alimentari,
ora ridotte all’osso, è anche un potenziale hub di molteplici risorse minerarie ed energetiche utili
sia per rilanciare il progetto di transizione che di ovviare alle forniture sotto embargo della
Federazione russa. In questo caso è necessario distinguere un pre e un post invasione; prima
dell’attacco russo infatti Kyiv possedeva consistenti riserve di idrocarburi convenzionali e non
convenzionali, stimate in 9 miliardi di tonnellate equivalenti di petrolio (Btep). Le riserve di gas
naturale erano invece stimate a 5,4 trilioni di metri cubi (tcm), con riserve provate di 1,1 tcm di
gas naturale, oltre a più di 400 milioni di tonnellate (Mt) di gas condensato e 850 Mt di riserve
di petrolio. La perdita della Crimea e delle regioni orientali, quelle più ricche di idrocarburi, ha di
fatto limitato sul nascere questa possibilità, ad oggi ridotta persino per i bisogni del paese.

Per la stessa ragione, la produzione di acciaio, uno dei prodotti quantitativamente più importanti
nelle esportazioni ucraine, è passata dalle 21/22 milioni di tonnellate nel 2021 alle 6.3 nel 2022,
con un miglioramento nel 2023 che però vede nell’embargo russo alle esportazioni via mare il
principale problema per un ritorno ai livelli pre-crisi. Nonostante queste chiare problematiche, e
considerando quantomeno una stabilizzazione dell’area, vi sono però altre risorse che fanno
gola alle industrie europee nel sottosuolo ucraino che sono solo in parte o poco sfruttate. Tra i
minerali che rientrano nella prima categoria vi è sicuramente il titanio, con una concentrazione
pari al 7% delle riserve provate a livello mondiale, di cui l’UE era netta importatrice sia
dall’Ucraina che dalla Russia. L’importanza strategica di questo elemento, caratterizzato da
robustezza, flessibilità e resistenza alla corrosione, è legata dal un lato al settore aerospaziale
e della difesa, importanti consumatori di leghe in titanio per la produzione di missili e aerei,
mentre dall’altro vi è un importate consumo a livello industriale in diversi settori come quello
chimico e delle costruzioni. Ulteriore elemento è la nuova importanza che sta acquisendo
l’ossido di titanio per l’attuazione della transizione energetica, con potenziale di incrementare
durata ed efficienza delle batterie e dei pannelli fotovoltaici. Un altro elemento già in
sfruttamento ma con un buon potenziale è il manganese, utilizzato nella metallurgia e per la
costruzione di batterie, di cui sono stimate importanti riserve, per quanto con un grado di
purezza inferiore a quello di altre aree geografiche.

Tra gli elementi il cui potenziale è pressoché inesplorato troviamo invece due dei principali
elementi della transizione energetica, ovvero le terre rare e il litio. Se per le prime le riserve
devono ancora essere provate, ma di cui sono documentati siti promettenti in diverse aree del
paese, per il Litio degli studi preliminari indicherebbero l’Ucraina come primo paese europeo per
riserve di materiale, che per quanto non sia dello stesso grado di qualità rispetto ai giacimenti
sudamericani, la vicinanza geografica va sicuramente in aiuto. Ulteriori elementi ancora da
quantificare ma ben presenti sul territorio sono il rame, di cui vi sono tracce abbondanti in 3
oblast, e la grafite, di cui gli esperti indicano giacimenti con riserve provate per circa 13,7 milioni di tonnellate. Nonostante l’ampia diffusione mondiale di entrambi questi elementi, le
previsioni di aumento della domanda si scontrano nel caso del rame con una scarna
propensione all’aumento degli investimenti del settore estrattivo, fattore che contribuisce ad
elevare in modo sostanziale i prezzi, data la minor offerta per livelli maggiori di domanda. Nel
caso della grafite invece, i recenti tagli all’export decisi da Pechino, primo player al mondo per
estrazione e raffinazione di questa materia, hanno contribuito anche in questo caso ad elevare il
prezzo, rendendo competitive nuove aree geografiche.

Infine, un ultimo fattore che può essere considerato importante sia a livello ambientale che
economico, per quanto da considerare solo sul lungo periodo, è l’export di energia elettrica.
Tale fattore è possibile sia dalle eredità del passato sovietico che dalla politica di sostegno
pubblica alle grandi infrastrutture energetiche, in particolare per le centrali idroelettriche e i
reattori nucleari. Eliminando le centrali sotto occupazione o vicine al fronte, si possono contare
9 reattori attualmente attivi e capaci di fornire il grosso delle esportazioni elettriche ucraine fino
a questo momento. Non casualmente, a conflitto già iniziato, il governo di Kyiv ha siglato degli
accordi con Westinghouse per l’incremento della flotta attuale, con ulteriori 9 reattori moderni da
costruire e un interesse concreto nei reattori di IV generazione SMR. Nel 2021 le esportazione
elettriche ucraine verso i paesi dell’UE raggiungevano i 3334 Gw/h e considerando la recente
sincronizzazione delle reti tra Bruxelles e Kyiv, posta in essere circa un mese dopo l’invasione,
le basi per un futuro da contributore netto al sistema elettrico europeo sono concrete.

Interessi e dubbi dell’UE
L’interesse europeo verso le risorse di Kyiv era noto da ben prima dello scoppio del conflitto, il
13 luglio 2021 infatti, a qualche mese dallo scoppio del conflitto, UE e Ucraina siglano la EU –
Ukraine Strategic Partnership on Raw Materials Roadmap, un documento strategico i cui punti
salienti contenevano i seguenti temi;

  • sviluppare una strategia a basse emissioni di carbonio per l’estrazione e la lavorazione delle
    materie prime in Ucraina;
  • rafforzare la sostenibilità nell’approvvigionamento e lavorazione di materie prime e batterie;
  • declassificare e rivalutare le riserve secondo standard internazionali;
  • esplorare le possibilità di estrazione di nuove risorse;
  • monitorare impatto ambientale di miniere durante e dopo operazioni;
  • identificare e condurre progetti di joint venture tra attori industriali e di investimento dell’UE e
    dell’Ucraina.
    Ovviamente lo scoppio del conflitto ha rallentato questa partnership, ma date le necessità di
    ricostruzione del paese, le sue risorse saranno considerate un asset pregiato negli accordi di
    sostegno postbellici, in particolar modo data l’urgenza strategica di assicurarsi forniture di
    materiali critici al di fuori dell’asse russo-cinese. In questo senso l’effettivo riconoscimento dello
    status di candidato all’ingresso nell’Unione Europea sembrerebbe confermare la volontà di
    intrecciare rapporti più duraturi con Kyiv. I maggiori dubbi a riguardo di quella che sembrerebbe
    una proficua alleanza, dipendono in modo principale dall’esito del conflitto in corso. Osservando
    il panorama attuale, molte delle risorse fossili e diverse delle aree dove si prospettano attività
    estrattive, sono state o sono parte attiva del conflitto e il rallentamento del supporto occidentale
    non fa che portare verso un “congelamento” della linea del fronte. In questo senso i dubbi
    europei sembrerebbero orientarsi verso l’effettiva sostenibilità economica e militare del sostegno
    a Kyiv, in particolar modo senza il cospicuo apporto dell’alleato statunitense, sempre più
    incentrato verso le elezioni del 2024. Nonostante questi tentennamenti, le risorse presenti in
    Ucraina sono evidentemente importanti ed anche una eventuale sconfitta militare non
    precluderebbe un sostegno politico che preservi il paese da future aggressioni. I fattori
    d’interesse per aiutare adesso e in futuro il paese aggredito si legano dunque anche ai progetti
    di rinnovamento europei. Sta ora alla volontà politica di Bruxelles prendere una piega decisa in
    merito e legare o meno il futuro di Kyiv con il proprio.

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