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TematicheRussia e Spazio Post-sovieticoUcraina: crisi globale o crisi regionale?

Ucraina: crisi globale o crisi regionale?

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Ormai da due anni l’opinione pubblica di vari Paesi assiste sgomenta a un conflitto solo apparentemente scoppiato all’improvviso, ma i cui ripetuti segnali premonitori sono stati sottovalutati con maggiore o minore buona fede. Nelle molteplici e legittime interpretazioni si parla di una “crisi di tipo ottocentesco”, oppure di una crisi geopolitica tutta interna all’Europa e agli equilibri europei non nuova, peraltro, se solo si ricorda la tragica crisi balcanica degli anni Novanta seguita alla dissoluzione della Jugoslavia. Indubbiamente l’Ucraina, insieme all’intera area del Caucaso, risulta meno conosciuta alla maggioranza e taluni atteggiamenti della politica estera russa di Putin (la brutale lotta al separatismo e terrorismo in Cecenia dopo il 1999, l’intervento in Georgia nel 2008, il referendum in Crimea nel 2014) hanno determinato atteggiamenti “corali” antirussi non facilmente giustificabili da parte dei Paesi dell’Unione europea, coinvolti in relazioni economiche – in particolare per gli approvvigionamenti energetici – rilevanti, soprattutto, se si tiene conto, e che ne avevano guardato con favore l’intervento in Siria a fianco di Assad.

Il dato cui riferirsi è la collocazione geopolitica della Russia tra Europa e Asia, il suo essere potenza imperiale (teocratica) in epoca zarista (fino al 1917), il mantenimento sostanziale – sotto la struttura federale dell’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche – delle realtà territoriali e multinazionali del passato zarista (solo piccole modifiche nell’area baltica dopo la Prima Guerra Mondiale e per un ventennio fino alla fine della Seconda guerra mondiale), l’ascesa al potere di Gorbačëv (1985) il quale con la perestrojka (distensione, disarmo, democrazia) e la glasnost tenta l’avvio di un processo in qualche modo democratico della società russa. Liberalizzare la politica per rilanciare l’economia. La “lunga guerra fredda”, la competizione con l’Occidente, i segnali frequenti di insofferenza nell’universo del socialismo reale – Polonia, Ungheria, Cecoslovacchia, la guerra in Afghanistan… – hanno indebolito le risorse necessarie per il mantenimento di una egemonia non più sostenibile con l’utilizzo prolungato delle forze armate. 

L’economia sovietica – dopo gli anni della stagnazione brezeneviana – è sostanzialmente al collasso e dunque si rende necessaria una svolta che il leader russo intravede nel processo di liberalizzazione. Tuttavia per liberalizzare la società era necessario intaccare l’ubi consistam di quel Partito comunista da cui si era generata l’URSS; in altri termini il pluripartitismo era inconciliabile con il sistema sovietico. Le prime aperture provocano un effetto domino nei Paesi socialisti dell’Europa orientale soggetti alla sempre più mal sopportata egemonia sovietica dalla fine della Seconda Guerra Mondiale. Ancor più devastante risulta quanto avviene negli altri territori dove la secessione di Bielorussia e Ucraina (8 dicembre 1991, presidente Boris El’cin, Gorbačëv si dimetterà il 25 dicembre) apre il progressivo sfaldamento dello spazio sovietico. Il recupero della sovranità di questi due soggetti non avrebbe dovuto comportare ipso facto un passaggio di questi all’orbita cosiddetta occidentale (Stati Uniti ed Europa), al contrario avrebbero potuto svolgere il ruolo di come aree-ponte tra i due mondi, evitando così che in Russia potesse rinascere il tradizionale e secolare – con qualche fondamento storico preciso – sentimento di essere “accerchiati” da nemici. Sono gli anni in cui la NATO si allarga ai Paesi ex socialisti e l’Unione europea, pure più lentamente, segue questo percorso senza incontrare eccessive rimostranze da parte della Russia, fatta eccezione per le polemiche sorte per l’eventuale installazione di basi militari in Polonia. C’è da chiedersi, rispondendo positivamente, se la supposizione di una definitiva “uscita di scena” della Russia non sia stata un grave errore di valutazione da parte dei politici occidentali. La Russia, infatti, non solo è rimasta in scena, ma si è riproposta come una delle maggiori potenze sullo scacchiere internazionale.

L’avvento al potere di Putin ha consentito, con difficoltà, la ricostruzione dello Stato russo con iniziali scelte di politica estera dialoganti e collaborative verso l’Europa e gli Stati Uniti, che sono state poi alla base del consenso di cui Putin ha goduto diffusamente in patria e all’estero. Ciò nonostante, l’allargamento della NATO a cui si è fatto cenno ha concretamente riproposto la sindrome dell’accerchiamento mentre la soppressione di alcuni diritti dei cittadini russofoni all’interno dello Stato ucraino hanno posto le basi per una crisi che avrebbe dovuto essere risolta con un assetto di larghe autonomie, come previsto dagli accordi di Minsk che nessuno – compreso il governo russo – si è preoccupato di far rispettare.

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