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Le comunità ebraiche nel conflitto ucraino tra tradizione e emigrazione

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Il prossimo 24 febbraio ricorrerà il primo anniversario dell’invasione russa dell’Ucraina. Questa seconda fase del conflitto, iniziato de facto nel 2014, appare, ad un anno di distanza dal suo inizio, ben lungi da una qualunque risoluzione politica o militare. Il Paese, devastato da una guerra di logoramento di novecentesca memoria, ha visto una riduzione della propria popolazione pari al 17%. Più di sette milioni di ucraini, perlopiù donne, anziani e bambini hanno lasciato il Paese dirigendosi ad ovest, nelle vicine Polonia, Ungheria e Romania ma anche ad est, verso la Russia. Tra le minoranze etniche e religiose ucraine, la comunità ebraica, una delle più importanti e consistenti del Paese, ha subito una drastica riduzione.

La presenza ebraica nei territori dell’odierna Ucraina ha radici quasi millenarie. Dalla Rus’ di Kiev fino ai giorni nostri, gli ebrei ucraini hanno attraversato e costruito la storia di questa porzione geografica d’Europa e non solo. Dalla seconda metà del XIX secolo, e cioè a partire dalla lunga stagione sanguinosa e deplorevole dei Pogrom zaristi e polacchi, gli ebrei abitanti la cosiddetta “Zona di residenza”, il vasto territorio a cavallo tra il Mar Baltico e il Mar Nero, situato alla periferia occidentale dell’impero russo, emigrarono negli Stati Uniti, in Argentina e nei territori della Palestina ottomana. Con l’avvento del bolscevismo prima e del nazismo poi, la popolazione ebraica ucraina, che nel 1941 contava quasi 3 milioni di persone, vide la sua quasi completa liquidazione. Di quel mondo bucolico e rurale del tipico “Shtetl”, il villaggio ebraico, dipinto magistralmente nei racconti dello scrittore ucraino di lingua russa – yiddish Sholem Aleichem, non esisteva più nulla.

Nel 1959, al primo censimento sovietico post-guerra, la popolazione ebraica abitante la RSS Ucraina si attestava ad appena 800 mila persone, ovvero il -70% rispetto la prima metà degli anni’40. Un ulteriore decrescita si sarebbe avuta a partire dalla fine degli anni ’70. Migliaia di ebrei sovietici emigrarono verso gli Stati Uniti, stabilendosi soprattutto a Brighton Beach, New York, colloquialmente divenuta nota come “Little Odessa”, o ancora nei sobborghi di Tel Aviv e Haifa. 

Gli ultimi trent’anni hanno visto inizialmente una diminuzione delle emigrazioni verso Stati Uniti e Israele, seppur in quest’ultimo paese la presenza ucraina e russa si sia fatta sempre più consistente. Ma a partire dal 2014, anno di inizio delle ostilità con la Russia, la popolazione ebraica, proveniente perlopiù dagli oblast orientali, ha ripreso con maggiore e frenetico ritmo le emigrazioni verso Israele. Tuttavia, secondo alcuni dati del World Jewish Congress, risalenti al 2016, la comunità ebraica Ucraina era la quinta comunità per grandezza ed importanza a livello globale, seppur la sua popolazione, ovvero gli ebrei iscritti alla FJC (Federation of Jewish Communities of the CIS) si attestasse attorno ai 150 mila iscritti. A questi numeri, vorticosi, e al tempo stesso minori per una popolazione complessiva di 42 milioni di abitanti, bisognerebbe aggiungere anche coloro che hanno almeno una discendenza ebraica; In quest’ultimo caso le cifre si innalzano fino a sfiorare il mezzo milione. 

Gli anni Dieci del 2000 hanno visto un aumento degli atti di antisemitismo nei confronti delle varie comunità ebraiche, sparse in tutto il Paese. In città come Kiev, Odessa, Dnipro, Leopoli, scuole, sinagoghe e centri culturali ebraici, sono stati al centro di un’ondata di atti vandalici, inaspriti a seguito della crisi negli Oblast orientali. Joel Lion, ambasciatore israeliano a Kiev tra il 2018 e il 2021, durante la sua permanenza ha annotato e fatto presente, la preoccupante crescita delle ostilità verso la minoranza ebraica soprattutto da gruppi politici e paramilitari ruotanti il mondo dell’estrema destra. 

Per tal ragione, quando nel 2019 l’attore e commediografo di religione ebraica Volodymyr Zelensky vinse le elezioni alla presidenza col partito “Servitore del popolo”, numerosi analisti rimasero increduli dalla fiducia che gli elettori ucraini gli diedero. 

Ad un anno di distanza dall’inizio dell’invasione terrestre dei russi, il numero della comunità ebraica ucraina ha ripreso, tristemente a diminuire. Fin dalle prime fasi dell’invasione, l’Agenzia ebraica ha aperto diversi centri per l’emigrazione in città come Leopoli, Uzhhorod, Przemysl. Secondo alcuni dati, dal 24 febbraio 2022 ad oggi, la popolazione ebraica ucraina emigrata in Israele si attesta tra i 75 mila e i 100 mila e sono perlopiù donne, anziani e bambini. Tuttavia, la stragrande maggioranza ha preferito rimanere nel Paese, e anzi in alcuni casi ritornare, seppur in piena guerra. È il caso della città di Uman’.

Come ogni anno, infatti, decine di migliaia di ebrei ultraortodossi provenienti da ogni parte del mondo hanno riempito la piccola cittadina dell’Oblast di Cherkasy per festeggiare Rosh HaShanà, il Capodanno ebraico. Uman’ sede della tomba del Rabbino Nachman di Breslov è, assieme a Medzybizh, villaggio dove è sepolto il Baal Shem Tov, luogo santo per l’ebraismo Chassidico. Per tal motivo, nell’ultimo quinquennio, tra Covid e guerra, si è vissuta una controtendenza, vedendo numerosi piccoli imprenditori, con doppia cittadinanza ucraina-israeliana, stabilirsi in questi due santi luoghi. 

La comunità ebraica ucraina, seppur ormai ridotta rispetto ai decenni precedenti, mantiene salda le proprie radici e la propria presenza in questa porzione geografica a cavallo tra Europa e Asia. Lo yiddish, lingua nata proprio in questi territori, con la sua tipica cantilena riecheggia grazie anche al suo riconoscimento come lingua minoritaria, mentre varie agenzie ebraiche riportano alla luce lo splendore di vecchie sinagoghe abbandonate. Le peculiarità delle già citate realtà di Uman’ e Medzybizh fanno ulteriormente ben sperare affinché questa millenaria presenza possa non estinguersi mai e, anzi, possa essere il motore per un nuovo ritorno ed un nuovo inizio. L’Chaim!

Emanuele Pipitone

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