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TematicheRussia e Spazio Post-sovieticoAggiornamenti dal Fronte dell’Est

Aggiornamenti dal Fronte dell’Est

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La superficie degli edifici espone tutto il catalogo delle munizioni disponibili negli eserciti dell’ex Patto di Varsavia, o apparentati. Si accalcano dal basso verso l’alto – mordendo le case come sifilide urbana – colpi 7,62 dei fucili d’assalto e delle mitragliatrici leggere sui primi piani, rpg e contraerea da 30 mm sui successivi, fino all’esplosione dei calibri più pesanti dell’artiglieria, delle bombe e dei razzi sganciati da aerei ed elicotteri.

Le telecamere indugiano sulle distruzioni. E anche questo conflitto – come tutti quelli della fine del XX e dell’inizio del XXI secolo – si rivela particolarmente foto/telegenico. Comunque, siamo ormai al quinto giorno dall’inizio della Campagna di Ucraina e a ieri (27.02 e oggi alle 11 del 28.02, ora di chiusura del pezzo) non sono registrati ancora significativi progressi da parte delle truppe di Mosca. Alcune considerazioni preliminari: non sono ancora chiare le intenzioni finali di Putin che potrebbero oscillare tra il regime change (e quindi l’imposizione di un governo fantoccio filo russo su tutto il Paese, soluzione che comunque esporrebbe a una lunga occupazione e al contrasto di una guerriglia sul modello afghano al contrario, sostenuta dalla Nato) e la partizione dell’Ucraina lungo il Dnepr (quello che gli Alleati avrebbero voluto fare alla Siria: una divisione su linee di faglia etno-linguistiche), quindi il grande fiume (il quarto d’Europa) da frontiera interna geografico-culturale diventerebbe anche confine politico (questo spazio russofono potrebbe essere direttamente annesso alla Federazione, oppure fuso con la Bielorussia che così verrebbe premiata per la sua fedeltà e partecipazione passiva alla cosiddetta “Operazione Speciale”). 

Questo risultato poteva – in realtà – essere ottenuto anche senza l’invasione, semplicemente alimentando – come accaduto in questi anni – l’orgoglio e l’identità russa delle province orientali e nutrendone le aspirazioni indipendentiste, chiaramente il tutto in un lasso di tempo più lungo. Come ha affermato Giuseppe Sacco, il moncone occidentale – la vecchia provincia galiziana dell’Impero asburgico con capitale Leopoli (federata o meno con Varsavia) – in questo caso – sarebbe un piccolo Stato super armato, punta avanzata del dispositivo occidentale. Comunque, entrambi i risultati – che necessitano di una netta vittoria sul campo di battaglia per essere imposti a Kiev e all’Occidente – sono ben poca cosa rispetto al fatto di essere trasformati in paria internazionali e spinti definitivamente nelle braccia di Pechino. Chiosando von Clausewitz – per capire quello che sta accadendo – forse si può dire che Putin non è riuscito a evitare che il suo esercito diventasse lo strumento “inefficace” della sfera politica. Ma che guerra stanno combattendo i russi? Certamente siamo di fronte a una strana guerra: non sono state tagliate le reti elettriche, interdette le comunicazioni di Kiev e la disposizione delle truppe sul campo (duramente colpite dai commando ucraini e dagli sciami di droni di produzione turca) appare più simile alla Prima fallimentare campagna di Cecenia che non alla ben più sanguinosa ma vittoriosa Seconda. Forse gli strateghi russi pensavano (e avrebbero rassicurato Putin in questo senso) che il regime di Kiev sarebbe venuto giù come un castello di carte (cosa che non sta avvenendo). Nel quadro decisionale russo sembrano essere infatti prevalse variabili irrazionali: frustrazione, revanscismo, e in particolare una visione etnico-identitaria che mai prima si era manifestata nell’universo mentale putiniano che, anzi, aveva sempre evocato il dispotismo illuminato dei grandi zar modernizzatori come esempio e non certo il sulfureo eurasismo che sembra essere invece diventata la principale traiettoria ideologica di questa drammatica contingenza storica.

Tornando a quanto sta accadendo sul campo: sembrerebbe che i russi non abbiamo ancora ottenuto il pieno controllo dello spazio aereo; se pur fortemente indebolite, le forze aeree e le difese missilistiche ucraine riuscirebbero a contestare ancora a supremazia di Mosca. La morsa su Karkiev (a trenta chilometri dal confine russo) è ancora labile, come anche quella sui principali centri prossimi al collo di bottiglia della Crimea. Restano ancora contese Odessa (la cui presa – come suggerisce Claudio Landi – rischierebbe di alimentare la voglia russa di “risolvere a modo loro” anche l’annosa vicenda della Transnistria) e soprattutto Mariupol che i russi devono assolutamente conquistare per chiudere la sacca del Donbass. Il principale asse di attacco – lo sfruttamento del Balcone bielorusso per scardinare il dispositivo difensivo alle spalle e puntare così direttamente su Kiev, dove si deciderà l’assetto politico istituzionale del Paese – non ha ancora dato i risultati sperati: pur accerchiata, la Capitale resiste e se i negoziati non dovessero decollare non si capisce come potrebbe essere espugnata senza un bagno di sangue. 

Fonti del Pentagono affermano che attualmente solo 2/3 delle Forze armate russe sono “state buttate” dentro la fornace della battaglia; quindi resta un potenziale per ottenere altri significativi risultati in attesa di far giungere il quadro negoziale a un livello superiore: ma i tempi di impiego, la qualità delle truppe, il punto di pressione dove saranno dislocate, oltre al logoramento di quelle già impiegate e le difficoltà logistiche che stanno emergendo condizioneranno non poco l’esito finale. E la variabile tempo non gioca certo a vantaggio degli invasori che non possono permettersi i venti giorni che gli alleati impiegarono per conquistare (praticamente incontrastati) Bagdad nel 2003. Quindi le prossime settantadue ore saranno fondamentali per determinare l’esito multidimensionale della Campagna: assisteremo a una doppia corsa. 

Da una parte gli Alleati nel rifornire le forze ucraine, attivare le reti moscovite, già in movimento per minare la base politico-istituzionale della guerra (e forse definitivamente il puntinismo) e l’attacco frontale alla sovranità russa con il blocco delle riserve di valuta pregiata detenute all’estero. Dall’altra – nella cornice di una quadruplice escalation – i russi hanno messo sul tavolo l’opzione nucleare (per ora nella versione più blanda): fine della neutralità nucleare della Bielorussa e innalzamento della prontezza operativa del dispositivo nucleare delle Forze armante. È seguito il lancio di missili Iskander (400 km di gittata e possibilità di trasportare testate nucleari) e la volontà di spingere l’attacco su “tutti i fronti”. Proprio questa disperata dispersione delle forze (invece di un sanguinoso scontro con baricentro su Kiev) assume proprio la caratteristica di un finale di partita dove si tenta il tutto per tutto per cogliere anche un solo concreto risultato che dia l’impressione di una qualche forma di vittoria politicamente spendibile. 

Forse – alla fine – la tenacia ucraina ha chiamato il bluff russo: non si può pensare di vincere una Waterloo fuori tempo massimo. Ma questo rischia appunto di generare altri ordini di problemi: in primis che possa, paradossalmente, prevalere a Mosca proprio l’ala che – considerando Putin debole – ha isolato il partito della Pace guidato da Lavrov e dai vertici delle agenzie di intelligence, con tutto quello che ciò può comportare. Certo, se l’Ucraina sta assumendo le sembianze di una grande trappola per orsi, visto che i conti si fanno sempre alla fine, si può comunque introdurre anche un altro scenario: contro-trappola alla trappola. Obiettivo: attirare gli europei – trasportati dalla sacrosanta ondata emotivo-mediatica – nel calderone ucraino e far saltare successivamente – sotto il peso della guerra – i governi per reazione delle popolazioni che – a differenza dei russi – non sarebbero in grado di reggere i reali costi dell’escalation.

Il tutto è complicato dalla confusione del quadro internazionale: forse non è stato colto tutto il peso dell’astensione di EAU e India, la Cina di giorno in giorno radicalizza le proprie posizioni a favore di Mosca, specularmente Ankara è passata da un’interpretazione estensiva degli accordi sugli Stretti all’ipotesi di un blocco, il che potrebbe configurarsi come un vero e proprio casus belli.

Infine, sul fronte occidentale, va notato che la Germania si sta caricando gran parte dei costi della pace: energetici (con la momentanea rinuncia a NordStream2 e gli investimenti per differenziare gli approvvigionamenti energetici, soprattutto grazie ai programmati ri-gasificatori) e militari (sono stati annunciati investimenti per 100 miliardi). Sullo sfondo c’è l’ultima variabile, qualora Mosca dovesse decidere di usare l’opzione nucleare, dove – coerentemente la sua dottrina di impiego tattico – potrebbe sganciare un ordigno facendo il massimo danno e rendendo complicata una piena reazione da parte Nato?

I bersagli plausibili sono due: Leopoli per sigillare il corridoio di accesso degli aiuti; oppure le acque internazionali davanti alla Norvegia principale Paese fornitore di gas dopo la Russia così da rendere difficoltosa questa via di approvvigionamento (oltre a essere Paese natale del Segretario generale della NATO).

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