Tutte le grazie del presidente – II parte

Solo fra il 22 e il 23 dicembre Trump ha concesso la grazia a più di 40 persone: finora aveva utilizzato questa prerogativa presidenziale in misura molto limitata – numericamente parlando – rispetto ai suoi predecessori. Il problema, tuttavia, sembra essere l’identità dei graziati, poiché molti appaiono personalmente legati a doppio filo col magnate newyorkese. Eccone alcuni.

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Ne “La lobby dei torturatori”, un reportage del Center for Public Integrity del 1993 su come le nazioni che violavano i diritti umani si rapportavano a Washington, il nome di Roger Stone appare 20 volte, quello di Paul Manafort 40.

Cresciuti nella giovanile del Partito Repubblicano, i due approdarono a Washington, dopo aver partecipato alla vincente campagna presidenziale di Reagan, dove fondarono la Black, Manafort, Stone and Kelly – una società che rivoluzionò il modo di fare lobbying  poiché univa ad esso anche il lavoro di consulenza per le campagne elettorali, per poi esercitare influenza su chi riuscivano ad eleggere. Successivamente, passarono a rappresentare figure internazionali controverse, come dittatori del calibro del filippino Ferdinand Marcos e dello zairese Sese Seko, per renderli più appetibili al Congresso e reperire loro aiuti internazionali. Le strade di Stone e Manafort si separarono negli anni ‘90, quando vendettero la loro compagnia e intrapresero iniziative diverse. Si trovarono a collaborare nuovamente solo nel 2016, quando Stone, già da tempo consigliere di Trump, lo raccomandò all’allora candidato presidente per la sua campagna elettorale.

Stone aveva lavorato fino ad allora in America, per esempio organizzando nel 2000 il tristemente noto “Brooks Brother Riot”, la protesta pagata da Bush per impedire il riconteggio dei voti nella contea di Miami-Dade per garantire la sconfitta di Gore, oppure suggerendo nel 2011 a Trump di portare avanti la teoria cospirazionista sul luogo di nascita di Obama, dubitando potesse essere nato negli States. Nel 2015 fu uno dei pochi fidati ad aiutare Trump nei primi mesi della sua corsa nelle primarie repubblicane, ma lasciò la campagna dopo il primo dibattito televisivo. Tuttavia, continuò a collaborare esternamente con quello che considerava un suo vecchio amico, arrivando a suggerirgli, una volta diventato presidente, di licenziare Comey, il direttore dell’FBI che stava investigando sul Russiagate.

Nel settembre 2017, Stone fu chiamato a testimoniare davanti alla Commissione Permanente della Camera riguardo ad alcune sue dichiarazioni riguardo mail rubate alla sede nazionale del Partito Democratico: Roger sembrava sapere delle mail prima ancora della loro divulgazione. Nel novembre 2019 è stato condannato a 40 mesi di carcere per aver mentito a quella commissione: fu accertato che Stone aveva nascosto di aver avuto contatti diretti con Wikileaks e il suo fondatore, Julian Assange, responsabili del leak ai danni dei Dem. Inoltre, fu accertato che Stone aveva avuto contatti con “Guccifer 2.0”, un presunto hacker rumeno che secondo l’intelligence americana non sarebbe altro che una copertura per il GRU russo, vero responsabile del furto informatico.

Manafort, invece, separatosi da Stone era passato a occuparsi di leader esteri a tempo pieno, finendo per essere dal 2004 il capo stratega di Viktor Yanukovich, il leader del Partito delle Regioni, una fazione politica ucraina filorussa allora popolare nell’est del paese, una zona che presenta considerevoli minoranze russe. Manafort fece adottare al partito tattiche elettorali americane e modellò Yanukovich a sua immagine, imponendo per esempio al candidato di indossare i suoi stessi completi, portandolo alla vittoria delle presidenziali del 2010. Ad un certo punto Manafort cominciò ad avere contatti con l’oligarca russo Oleg Deripaska, ma a quanto pare smise di rispondergli quando il magnate rivolle indietro 18 milioni di dollari di un investimento che Paul non fece mai.

La sua fortuna però svanì nel 2014, quando Yanukovich venne deposto a seguito delle proteste dell’Euromaidan, originate dopo il rifiuto del presidente di firmare accordi di libero scambio con l’Unione Europea. A seguito di questa rivoluzione, Yanukovich andò in Russia, Putin invase la Crimea e le regioni ucraine – un tempo bacino elettorale del Partito delle Regioni – e Manafort si ritrovò senza lavoro e pieno di debiti, derivanti principalmente dal suo stile di vita molto dispendioso. Nel 2017 degli attivisti ucraini riuscirono ad accedere al telefono di sua figlia e rilasciarono sul web migliaia di messaggi che si erano scambiati negli anni. A quanto pare, Manafort passò molto del 2015 in una clinica psichiatrica perché aveva pensieri suicidi per via della mole di denaro che avrebbe dovuto reperire per i suoi creditori, primo fra tutti Deripaska. A quanto pare Manafort decise che il miglior modo per saldare i suoi conti fosse ritornare alle origini e rimettersi in gioco a Washington, partecipando alla campagna elettorale di Trump.

Assunto inizialmente come consulente non pagato, entro luglio 2016 riuscì a salire al ruolo di presidente della campagna e aiutò ad organizzare la convention repubblicana, smorzando leggermente l’eccessiva spontaneità di Trump. Tuttavia, secondo alcune mail consegnate al The Atlantic, Manafort a quel tempo stava giù sfruttando il suo ruolo nella campagna per riottenere influenza con Deripaska. Comunque sia, dopo la convention Manafort fu allontanato dalla campagna poiché, in Ucraina, erano risultati 12 milioni a suo nome segnati nel libro paga segreto di Yanukovich. Nel marzo 2019, in due verdetti differenti, Manafort fu condannato in tutto a 80 mesi di carcere per frode contro gli Stati Uniti, avendo agito come agente non registrato per conto dell’Ucraina, e per vari reati fiscali, correlati all’occultamento tramite decide di shell companies dei milioni di dollari ottenuti dal partito di Yanukovich.

Roger Stone e Paul Manafort hanno ottenuto la grazia presidenziale il 23 dicembre scorso.

Ruggero Marino Lazzaroni,
Geopolitica.info