Turchia: vincitori e vinti del voto di marzo

Qualche giorno prima delle consultazioni elettorali amministrative che si sarebbero svolte il 31 marzo, il Premier aveva addirittura prospettato la sua uscita di scena dal panorama politico turco qualora il proprio partito, l’AKP, non si fosse confermato il primo del Paese. Il risultato, il 45,5% dei consensi su base nazionale, non è un inedito e nemmeno una brillantissima conquista per la formazione al potere che fu non molto tempo fa capace di ottenere la metà delle preferenze. A rendere questo risultato un successo più che significativo è stato il difficile contesto nel quale Recep Tayyip Erdoğan  si trova, legato alle scissioni interne al partito ( ed alla serie di – connessi? – scandali che avevano recentemente interessato la sua persona) ed ai fatti di Gezi Park. Il responso gli ha risparmiato il peso di dover onorare la promessa.

Turchia: vincitori e vinti del voto di marzo - Geopolitica.info fonte: http://secim2014.sabah.com.tr/

In un contesto in rapida evoluzione quale lo scenario politico turco, il voto dello scorso marzo ha proposto molte linee di continuità e poche trasformazioni radicali.

Unica caratteristica del risultato elettorale deducibile omogeneamente su tutto il territorio del Paese è la scarsità dei consensi attribuiti al Partito Repubblicano del Popolo, il CHP di orientamento kemalista, che ha visto solo la conferma alla guida delle roccaforti dell’ Egeo (Izmir, a Canakkale in primis), della Tracia orientale, della militare Eskisehir e della provincia di Hatay esasperata contro il Governo per le conseguenze del conflitto siriano. Per il resto, ha visto eclissare la propria supremazia perfino nella Provincia a maggioranza alevita di Tunceli dalla quale proviene il Segretario Generale, Kemal Kılıçdaroğlu, figura peraltro posta alla guida del partito nel 2010 nel tentativo di recuperare il calo dei consensi già pienamente avvertito a quella data.

Il CHP aveva allora, infatti, nominato un nuovo Segretario a causa dell’inadeguatezza, dimostrata sino ad allora dal partito, nel percepire ed interpretare efficacemente il messaggio che la società turca aveva cominciato ad esprimere nelle urne  con le elezioni di otto anni prima. Il Partito Repubblicano del Popolo ha sempre sofferto dell’impossibilità di evolvere, di interpretare il proprio ruolo e, dalle elezioni che nel 2003 videro per la prima volta gli islamici al potere, soprattutto di ascoltare ed intendere umori e trasformazioni dell’elettorato turco.

Le difficoltà del CHP sono, in un certo senso, uniche fra tutti i partiti turchi. Sebbene, infatti, secondo la Costituzione (e secondo qualsiasi principio di democrazia rappresentativa) ogni partito i cui statuti siano conformi all’Ordinamento dello Stato è legittimato dal voto popolare ed ha funzione e dignità pari a quella degli altri, storicamente il CHP ha vissuto una funzione diversa, ovvero quella di rappresentare l’“anima pura”, lo “spirito autentico” di uno Stato, quello della Repubblica secolare di Turchia, i cui principi hanno sempre coinciso con quelli, appunto, propri del CHP. Il CHP fu fondato dallo stesso Padre della Patria, il suo secondo Segretario fu colui che sarebbe stato il secondo Capo dello Stato, e nei primi anni della Repubblica fu l’unico partito esistente. Anche quando, nel 1946, fu reintrodotto il pluripartitismo, altissime soglie di sbarramento ed una “tutela” speciale da parte degli organismi dello Stato volti alla tutela dell’ orientamento laico dello stesso conservarono forzosamente altissimi i consensi del partito, che allo “spirito” dello Stato si considerava connaturato. A farne le spese sarebbe stato più di un Governo, quale quello targato Partito della Giustizia (AP) di Adnan Menderes, che finirà impiccato.

La responsabilità dell’affermazione del Partito di maggioranza risiede anche nell’anacronismo del CHP, nella sua continua ripetizione di se stesso, nel proporre una politica economica statalista ed inamovibile, incapace di proporre alternative valide a quelle dell’ AKP. Il  CHP si dimostra efficiente nell’attrarre a sé in definitiva quasi esclusivamente i voti di coloro che pongono come priorità la difesa del laicismo e dell’unità dello Stato, i cosiddetti Turchi bianchi, intimoriti da una possibile trasformazione in senso religioso dello Stato e che, se avessero eguali garanzie di laicità da partiti più dinamici e liberali in economia, voterebbero altrove.

A calmierare l’avanzata degli islamici e le derive politiche (siano state esse nazionaliste o secessioniste) di taluni partiti aveva infatti provveduto fino al 2002, sebbene con alterne vicende, la magistratura, dichiarando illegali le formazioni di ispirazione religiosa ed eliminandone il potenziale offensivo prima che questo potesse esprimersi nelle urne, o le Forze Armate qualora questo fosse si fosse manifestato dopo il voto. E’ in queste esperienze  (soprattutto in quella dei partiti Refah, Saadet e Fazilet) che sono maturate le personalità e le capacità che hanno creato personaggi politici quali l’attuale Primo Ministro.

Sarebbe errato credere, come a volte si fa, che i continui successi dell’ AKP siano dovuti ad un sempre più deciso orientamento  del popolo turco verso una maggiore sensibilità religiosa di ritorno, dovuta in definitiva a motivi di ciclicità storiche o di contingenze internazionali attuali. Il punto è un altro, di qualità e significato differenti: l’AKP ha saputo leggere con efficacia ed intelligenza i tempi presenti, ha saputo cogliere le esigenze di un elettorato laborioso e riconoscente del quale il proprio predecessore al governo, il CHP, ingessato in una visione di sé paradossalmente troppo conservatrice nel proporre un progressismo sociale estremo senza compromessi ed inadeguato a molte zone del Paese, non ha mai saputo accorgersi.

Sbaglia anche chi crede che l’AKP debba i suoi successi esclusivamente al richiamo religioso: la capacità attrattiva dell’AKP infatti, non va ridotta alla sola forza esercitata sugli elettorati dell’ Anatolia centrale, dove il richiamo religioso, prima soppresso ma sempre esistito, esercita un’ indiscutibile funzione attrattiva, ma sulla efficacia dimostrata negli ultimi anni in politica economica (che attira anche i laici liberali in economia) e nella (sebbene non sempre efficace, e spesso fallimentare) politica estera ispirata dall’accademico Davutoğlu.

Nonostante le flessioni in atto negli ultimi mesi, nonostante la svalutazione della Lira turca (peraltro risalita sul Dollaro proprio a seguito della pubblicazione degli ultimi risultati elettorali), è indubbio come la Turchia abbia triplicato il suo PIL dall’inizio della gestione Erdoğan, come sia stata bloccata un’inflazione che negli anni ’90 aveva toccato percentuali a due zeri e come abbia riscosso un discreto successo nella delicata questione armena e nella puntigliosa questione interna (ed estera) dei Kurdi.  

Si sbaglierebbe altrettanto a credere che l’AKP sia un campione di sviluppo sociale: la Turchia vanta il non invidiabile primato del maggior numero di giornalisti in carcere, il partito è spesso accusato di una gestione della cosa pubblica corrotta e realizzata da personaggi infiltrati dalla politica nei gangli dell’ economia e di scarse qualità personali (e proprio per questo gradite ad una intellighenzia di partito che li preferisce fedeli piuttosto che capaci), di possedere una visione sociale e della donna arcaica. A questo proposito, non mancano  esempi di dichiarazioni piuttosto esplicite pronunciate da diversi esponenti del Partito. Erdoğan stesso ha talvolta asserito che la funzione della donna è di stare a casa, determinando in tre il numero dei figli ideale per ognuna di loro.

E’ tuttavia difficile che il Primo Ministro si conceda prossimamente simili affermazioni (che semmai farà pronunziare ad altri, in contesti più controllati e magari davanti a qualche piccola folla conservatrice), che hanno invece caratterizzato molto del suo periodo da sindaco di Istanbul (dal 1994 al 1998).A quel periodo infatti risalgono affermazioni quali  “la democrazia è soltanto il treno sul quale saliamo fino a quando saremo arrivati all’obiettivo”, seguite poi dalla famosa citazione di Ziyā Gökalp (“le moschee sono le nostre caserme, le cupole i nostri elmetti, i minareti le nostre baionette e i fedeli i nostri soldati”) che in tempi diversi dagli attuali gli valsero il carcere.

Erdoğan sa bene che, come detto, una parte pur non troppo rilevante del suo elettorato (gli imprenditori laici di Istanbul e della costa dell’ Egeo) della sua gestione apprezza solo la compiuta liberalizzazione dell’economia, ma non il conservatorismo religioso. Per non parlare dell’immagine di sé che desidera conservare all’ estero (la Turchia necessita di investimenti finanziari dall’estero anche per poter abbassare l’ imposizione fiscale sull’energia, ora a livelli quasi insostenibili), che già venne incrinata qualche mese fa dai noti fatti di Gezi Park, che qualche commentatore occidentale poco informato di fatti turchi credette davvero essere dovuta al taglio di 600 alberi.

Erdoğan è inoltre accusato di avere un personalità autoritaria ed intimamente estrema e conservatrice in senso religioso, cosa della quale celerebbe la reale entità esercitando la taqiyya, un istituto di Diritto Islamico che permette la dissimulazione della propria intenzione per finalità religiose. 

Il carisma dell’attuale Primo Ministro ha avuto la capacità di raccogliere a sé la massa critica del partito sufficiente a superare la prova del voto a seguito del contrasto scoppiato prima delle elezioni con Fethullah Gülen, le cui avvisaglie si percepirono dal novembre dello scorso anno. Gulen, predicatore religioso, è fondatore di una serie di attività economiche ed educative di portata mondiale (scuole, ospedali e reti televisive) che hanno subìto fortissimi attacchi da parte della magistratura turca, tali da ridurre o addirittura sospendere le attività in Turchia.

 Fethullah Gülen è capo di una delle due Cemaat (unioni, fazioni) delle quali il partito AKP è composto, e che prima dello scoppio del dissidio interno costituiva anche un’importante fonte di finanziamento e di procacciamento di voti per il partito. Erdoğan ha scommesso molto su se stesso nell’avanzare frontalmente contro Gülen, uscendone vincitore.

Lo scontro interno al partito non è limitato alle elezioni e si radicalizzerà profondamente dopo di queste. L’oscuramento temporaneo di Kanalturk, canale televisivo di ampia diffusione legato alla Cemaat di Gülen, è stato seguito dai propositi di vendetta di Erdogan contro i “nemici della  Turchia”, rei di ordire  dall’estero trame contro lo Stato. Il riferimento a Gülen, residente negli Stati Uniti, è più che evidente.

I risultati elettorali hanno anche evidenziato un discreto successo del Partito della Pace e Democrazia (BDP), che ha saputo attrarre i voti della liberale minoranza alevita conquistando, oltre alle provincie a maggioranza Kurda, anche Tunceli (storicamente sicuro bacino elettorale del CHP).

Il BDP ha saputo proporre se stesso non più esclusivamente come forza di lotta ed opposizione, ma trasformandosi in una forza politica di ispirazione liberale, femminista, laica è stato capace di attrarre l’elettorato appartenente alla minoranza alevita residente nella parte orientale del Paese, tradizionalmente molto progressista e laica, intercettando quel voto di progressisti di sinistra non troppo imbarazzati dalla questione Kurda. In questo, un ruolo fondamentale è stato giocato dal cessate il fuoco in atto tra il Governo di Ankara ed il PKK, del quale il BDP era spesso visto come fiancheggiatore politico.

Le rivendicazioni dei Kurdi, legate al riconoscimento come gruppo etnico distinto da quello dei Turchi, hanno trovato parziale riconoscimento durante i governi a guida Erdoğan. Una trasmissione televisiva di grande ascolto proponeva, a fine novembre scorso, una puntata in prima visione dal titolo: “cosa si intende come Kurdistan storico?”, cosa che quindici anni fa avrebbe probabilmente comportato l’incriminazione dell’Editore televisivo.

L’affermazione, seppur limitata, del BDP è tutta a favore di Erdoğan, che vede così dividersi i voti dei laici in due fazioni opposte (effetti del “divide et impera”), almeno nella gestione della cosa pubblica a livello locale.

A livello nazionale, poi, il Premier non ha che da sperare che le cose rimangano quali sono: se infatti il BDP dovesse raggiungere un risultato quale quello appena conseguito, questo avrebbe l’utile scopo di indebolire il CHP senza però essere tanto forte da potersi imporre in Parlamento.

L’MHP ha visto, con queste elezioni, una conferma della sua influenza sulle provincie storicamente sotto il suo controllo. L’MHP esprime la destra nazionalista, che negli ultimi quindici anni ha visto il proprio consenso oscillare dal 10 al 15% e può ripresentarsi alle prossime elezioni politiche con la certezza di confermare una percentuale di seggi superiore al 10%. L’ala destra della politica turca, che rimase coinvolta negli affari Bayloz ed Ergenekon, ha storicamente accumunato i nazionalisti contrari al riconoscimento delle minoranze, profondamente religiosi e nazionalisti.

Eredi della “visione nazionale”, saranno utili all’AKP se questi deciderà, per qualunque motivo, di giocare la carta nazionale magari per giustificare un intervento in Siria. Quattro provincie siriane hanno infatti dichiarato la propria indipendenza da Damasco, riconoscendosi curde ed autonome. Se il governo volesse promuovere, come sembra, un intervento militare per assicurare l’integrità dei confini turchi, saranno utili nel mobilitare appoggi in parlamento. Stessa considerazione può farsi in previsione di una riforma costituzionale, già tentata nel 2010 e fallita nel 2013 che, se islamicamente ispirata, potrebbe interessare il MHP e fornire ad  Erdoğan una utile massa di consensi per raggiungere i due terzi dei voti necessari alla riforma.

Agosto 2014 sarà la data delle elezioni presidenziali, che vedranno per la prima volta il popolo esprimersi direttamente per la scelta del Capo dello Stato. Erdoğan giocherà le sue carte in modo difficilmente prevedibile, dato che avrà la quasi assoluta certezza di cumulare più della metà dei voti ma necessiterà di orientarsi in senso più favorevole al BDP od al MHP per definire il suo sistema di alleanze, che vuole sia particolarmente saldo quando proporrà la riforma in senso presidenzialista dello Stato.

Non avrà invece alcuna necessità di corteggiare ulteriormente il CHP, la cui sconfitta trascinerà con sé ogni ricordo dello Stato kemalista, i cui simboli (la sigla TC sugli Istituti di credito, per esempio) sono già in via di smantellamento. Il 29 ottobre 2023 invece segnerà il centenario della Repubblica di Turchia. Erdoğan ha già iniziato ad assumere uno stile ed una visibilità diversa da quella di un Capo di Governo.

La sua retorica, la sua immagine diventano sempre più quelli di un nuovo Padre della Patria, e la sua immagine ha sostituito quella di Ataturk nelle prime pagine dei libri di scuola. Si consolida il suo riferimento alla “nuova Turchia”, e definisce la rivincita che questa avrà sui “nemici della Patria” come un sonoro “schiaffo ottomano”.