Turchia: vacilla il pilastro della laicità?

Durante l’ incontro con la Stampa Internazionale avvenuto a Madrid il giorno 22 febbraio u.s., il Primo Ministro turco Recep Tayip Erdogan ha annunciato che quella stessa mattina “i…servizi di sicurezza (turchi, NdA) avevano…iniziato una retata” al fine di neutralizzare i presunti organizzatori di un colpo di Stato. Segue la precisazione del numero degli arrestati (40) e le generalità e ruoli dei più importanti di essi. Quella di far percorrere alla notizia canali di comunicazione esterni al Paese, rilasciandola in occasione di una visita del Primo Ministro ad uno Stato membro della Comunità Europea, è una scelta che dimostra in maniera evidente le finalità per la quale è avvenuta: darle la massima visibilità internazionale, soprattutto in Europa, e presentare il Governo in carica come soggetto idoneo a tutelare il Paese e garantirne l’ordine. Come ogni evento di tale portata il fallito golpe necessitava, per maturare, di profonde ragioni di carattere sociale e del risentimento di uno o più attori contro il bersaglio designato, in questo caso il Governo stesso. Ma perché questo è avvenuto?

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Il retroterra storico della prima Repubblica

La situazione sociale e politica della Turchia è frutto di quegli enormi sconvolgimenti istituzionali che seguirono la caduta dell’ Impero Ottomano e la creazione della Repubblica: anzi, la formazione della Repubblica è da considerarsi proprio come il primo degli eventi causati da quegli sconvolgimenti, il primo delle realizzazioni di carattere politico volute dopo la caduta del Sultanato. Il padre spirituale del Paese, Mustafa Kemal Ataturk, disegnò il nuovo Paese prendendo ispirazione dalla struttura che gli Stati Europei a lui contemporanei avevano modellato per essi stessi e tracciando una linea politica di lungo respiro che avrebbe dovuto portare la Turchia al traguardo di una completa europeizzazione. La nuova Turchia avrebbe dovuto presentarsi come un Paese laico e vantare istituzioni moderne disegnate sulla falsariga di strutture occidentali. La necessità di “rifarsi ad un modello”, di aderire cioè ad un modus già esistente adattandolo alla realtà anatolica senza crearne uno nuovo, scegliere cioè di essere europea od asiatica, centralista o attenta alle diversità territoriali e culturali (o ammetterne addirittura l’ esistenza) è sempre stato un tema di enorme importanza per un Paese eternamente in bilico fra realtà diverse, formatosi sotto l’ influsso di correnti culturali eterogenee fra loro e che avevano costituito fino ad allora un mastodontico impero, quello ottomano, troppo grande e troppo complesso per poter sopravvivere alle dure prove della Grande Guerra, e sopratutto completamente antinazionale.

Nella visione islamica del mondo e delle istituzioni che caratterizzava l’ impero ottomano, infatti, le differenze di razza e cultura non avevano significato. Alla realizzazione di un ordinamento sotto una guida riconosciuta come religiosamente legittimata al governo della ‘Umma, la comunità dei fedeli, l’ opposizione di differenze di carattere culturale o storico di un popolo su un altro che ne siano parte è antireligioso, è irragionevole, essendo il divenire storico e la differenziazione dei popoli un mero evento fisico, materiale. A queste contingenze il messaggio salvifico della universalità della religione non solo pone rimedio, ma addirittura si oppone fortemente, nella proposizione di un sistema che abbatte e distrugge nel presente per ricostruire nell’impero universale. Ataturk guarda alla realtà del Paese per la prima volta dall’ interno ed in senso moderno, rinunciando alla seduzione dell’ unione fra il potere temporale e quello religioso. Le radici profonde e lontane degli avvenimenti odierni sono rintracciabili nelle conseguenze di un cambio radicale di vedute, una rivoluzione in senso etimologico del termine, che avrebbe portato non più gli ottomani ad essere tali in quanto musulmani sottomessi al Sultano, ma i turchi ad essere tali in uno stato nazionale dai confini definiti.

La nazionalità dello Stato turco, naturalmente, passa per una definizione di cosa possa essere turco e cosa no: la maggiore impresa dunque sta proprio nella definizione dei confini e nella determinazione del popolo che abiti al loro interno.

Fortissime presenze di Greci (“Rumlar”, da “romaioi” ovvero “romano-orientali”) erano parte importante delle popolazioni dell’ Egeo e dell’ anatolia Occidentale e costituivano la stragrande maggioranza della popolazione di Izmir (nient’altro che la antica Smyrne) ed una consistente comunità di Istanbul.
Altre Comunità, quali quella dei Curdi, omogenei ai Turchi per religione ma non per origini, lingua e cultura, erano situate agli opposti geografici ripetto ai Greci (in una sorta di quadrilatero tra Siria, Iraq e Persia).
Quanto avvenne ai fini di una determinazione nazionale, quindi definendo il limite interno dello Stato, il suo popolo, fu di selezione e distribuzione:i primi, i Greci, furono un vero e proprio oggetto politico di scambio con le popolazioni turche stabilitesi da tempo nelle zone europee dell’ Impero. L’ assimilazione dei Rumlar sarebbe stata impossibile, il loro ostacolo alla omogeneizzazione culturale della Repubblica insormontabile. Una sorta di enorme inconveniente. Avvenne quindi una sorta di trasferimento incrociato, col rientro dei Turchi residenti in Europa, e sopratutto in Grecia (come era il caso della famiglia dello stesso Ataturk), che avrebbe evitato futuri imbarazzi e motivi di ricatto con le potenze europee, ed il rinsaldarsi di una comunità una ed unica nell’ essere e nel sentire. Diverso il discorso dei Curdi: essi furono negati a se stessi. Ovvero, se ne negò l’ esistenza.La definizione di “turco di montagna” prevalse su quella naturale, il divieto dell’uso della lingua curda (una evoluzione di un dialetto del persiano medio) in luoghi pubblici e dell’ ostentazione di simboli propriamente curdi furono presi a rimedio contro un eventuale rinascita nazionalista nelle zone orientali.

I veri, grandi motori di esportazione dell’ ideale kemalista furono però l’ istruzione pubblica e la strutturazione del ruolo e delle funzioni delle Forze Armate: la grande sfida del passaggio dall’ uso dell’ alfabeto arabo a quello latino e l’ addestramento di masse di insegnanti che (come accade oggi) venivano inviate dal moderno ovest al più tradizionalista est per influenzarlo culturalmente e costruire dalle basi la coscienza di un Paese nuovo.

A vigilare su questo, un esercito forte militarmente e spiritualmente, identificato quale tutore dello Stato e guardiano della Costituzione, tanto profondamente laico da essere spesso considerato come elemento di diametrale opposizione alle forze religiose mai sopite completamente e da ispirare un motto secondo cui in Turchia “chi va in moschea non lo si può trovare in una caserma”. Alle forze armate turche vengono poi attribuite funzioni in verità eterodosse alla tradizione occidentale, e tali da influire in maniera diretta sull’andamento delle istituzioni e le scelte politiche del Governo: tra queste il MGK (Millî Güvenlik Kurulu, Consiglio di Sicurezza Nazionale), in principio sotto il controllo dello Stato Maggiore della Difesa, fonte di non trascurabili “raccomandazioni” al Governo in materia di società e scelte politiche che potessero influire negativamente sulla laicità dello Stato.

Turchia: who is who

Le premesse storiche sopra esposte sono propedeutiche a comprendere la situazione attuale: possiamo facilmente immaginare come un Paese costruito sulle basi di una trasformazione tanto forte non abbia potuto vivere il suo ingresso nella modernità senza scossoni ed incidenti di percorso: nel caso di specie, i principali attori sociali e politici a dare vita alla politica turca possono identificarsi in 3 grandi soggetti:

– I Kemalisti, ovvero coloro che vogliono conservare l’ azione dello Stato improntata alla via tracciata dal Padre della Patria, espressi in Parlamento dal Partito popolare repubblicano (Cumhuriyet Halk Partisi, CHP).A questa fazione possono inoltre, nel senso esposto poco sopra, includersi le Forze Armate nel loro ruolo di difensori e tutori dell’ Ordinamento dello Stato definito, dall’ articolo 1 della Costituzione turca, di ispirazione kemalista;
– I gruppi di estrema Destra nazionalisti, dei quali una famosa fazione sono i “Lupi Grigi”(Bozkurtlar), espressi in Parlamento dal Partito di azione nazionale (Millyetçi Hareket Partisi, MHP).Essi si riconoscono figli di una originale idea politica plasmata negli anni ’70 da Alparslan Türke#1; rifacentesi al Panturchismo (identificazione di una grande Patria turca accomunante tutti i popoli turchi – turkic, o “turanici” – dall’ Anatolia al Turkestan Orientale) e ad una palese opposizione alle minoranze.
– Gli Islamici Moderati, vera novità del panorama politico turco, rappresentati in Parlamento dal Partito per la giustizia e lo sviluppo (Adalet ve Kalkınma Partisi, AKP), liberali in economia e di certa ispirazione islamica, detentori di 341 seggi in Parlamento dalle ultime elezioni del 2007 e Partito di maggioranza. Riconoscono come leader Recep Tayyp Erdogan.

Le tre forze non hanno, sostanzialmente, alcun punto in comune.Si ispirano a modelli differenti. Di questi, il primo ha certamente giocato un ruolo da egemone indiscusso fino, possiamo dire, ai primissimi anni del 2000. Questo non perchè non fossero esistite forze a lui contrarie, ma perchè sempre capace di opporvisi in modo determinante, identificando se stesso come “corretto” mezzo di gestione dello Stato (addirittura l’ iniziale impianto dello Stato era monopartitico, essendo l’ introduzione del multipartitismo in Turchia risalente al 1952, e quindi successiva alla morte di Ataturk e dovuta al suo successore, Ismet Inonu).

La dinamica dello scontro, del riproporsi, dell’ affrontarsi delle tre forze all’ interno del Paese ha marcato in maniera continua la vita turca. Nell’ ottica di reagire a derive eterodosse dell’ impianto e delle politiche pubbliche, al fine di salvaguardare l’ impianto occidentale del Paese, nel 1961, 71 e 80 tre furono i colpi di Stato organizzati e messi in opera dalle Forze Armate.

L’incidente di Susurulk ed Ergenekon

La Turchia ha vissuto pienamente il suo ruolo di partner Nato nella difficile posizione di Paese orientale e musulmano durante tutto il periodo dello scontro della Guerra Fredda. Come molti Paesi gravanti nell’orbita Nato, è stato interessato dall’ istituzione di forze e milizie di tipo stay-behind, finanziate dai governi dal Patto ed utilizzate dallo stesso come eventuale strumento di resistenza in caso di attacco sovietico (o mobilitazione popolare o partitica interna in favore del Patto di Varsavia).
In ogni singolo Paese l’individuazione di questi soggetti è avvenuta tenendo conto delle peculiarità storiche e degli attori sociali, coinvolgendo coloro che, per propria posizione ideologica, sarebbero stati naturalmente portati ad opporsi ad una deriva comunista dello Stato. Nel caso di specie, questo ha portato all’unione di forze radicalmente diverse, disomogenee per convinzione ed origine, ed accomunate dalla sola funzione antisovietica. Si tratta sia dei kemalisti più radicali che degli estremisti di destra ultra-nazionalisti.
Queste forze, nel corso della propria latente attività, hanno strutturato le imponenti architetture di uno Stato parallelo. Questo scenario è stato portato alla luce da un incidente automobilistico avvenuto il 3 novembre 1996 presso la cittadina di Susurluk. Nell’incidente rimasero coinvolti il capo della Polizia Huseyin Kocadag, Abdullah Catli (un mafioso al soldo dei servizi deviati cui era stato dato un falso passaporto diplomatico allo stesso nome di copertura che si attribuiva a Mehmet Agca attentatore del Papa legato ai “Lupi Grigi”), un deputato di destra di nome Sedat Bucak e una modella, Gonca Us. L’incidente, per via del materiale trovato all’interno della vettura, portò alla luce connivenze impensabili ed attività, sostenute in massima parte grazie al traffico di eroina fra l’Asia Centrale e l’Europa, volte alla riorganizzazione dello Stato in senso autoritario e nazionalista, ed alla partecipazione ad un colpo di Stato in Azerbaijan, Paese molto vicino alla Turchia, per il capovolgimento del governo di Alyev e l’instaurazione di uno amico. 
Il nome di questa organizzazione è Ergenekon, dal nome della località dell’ Asia Centrale dalla quale i Turchi, secondo la propria mitologia, avrebbero cominciato la loro migrazione verso occidente guidati da un lupo grigio (il che spiega il nome del gruppo terroristico nazionalista).

L’organizzazione avrebbe dovuto essere, nelle previsioni della Nato che la aveva ideata, di tipo latente, ovvero, come detto, volta alla sollevazione contro derive comuniste qualora queste fossero venute in atto. L’efficienza delle linee si sarebbe tenuta attraverso addestramento continuo e disponibilità di armamenti tramite collegamenti non ufficiali con le Forze Armate ed i Servizi di Sicurezza, cose tutte svoltesi continuamente almeno fino all’ insediamento al governo del Partito filo-islamico AKP.

L’affaire odierno di Balyoz

Gli arresti recenti sono per l’appunto motivati da questo: l’appartenenza dei fermati ad Ergenekon. Per tutti gli indagati l’accusa è la partecipazione al piano “Balyoz” (“martello”: anche questo un elemento risalente alla mitologia turca arcaica e di carattere pan-turanico) risalente al 2003, subito dopo l’insediamento del Governo. Il piano avrebbe avuto lo scopo di rovesciarlo attraverso una serie di attentati, tra i quali due diretti contro moschee, l’abbattimento di un jet turco da attribuire alla Grecia o l’attacco al museo dell’Aeronautica (non è un caso: l’ Aeronautica è una istituzione intesa come “moderna e laica” e idealmente riconducibile allo Stato di Ataturk ) a Istanbul da parte di “integralisti islamici” vestiti di indumenti orientali.
Evidente come i fatti in previsione avrebbero dovuto far riprendere una via di gestione autonoma del Paese da parte delle Forze Armate, anche a causa delle inevitabili fortissime ricadute che avrebbe, in negativo, avuto il processo di avvicinamento alla Comunità Europea a seguito delle frizioni con la Grecia, che si sarebbero naturalmente inasprite. Secondo il PM Turan Çolakkadı il piano avrebbe viste coinvolte anche alcune organizzazioni della società civile e sarebbe stato composto da singoli piani d’azione:”Çar#1;af”, “Sakal”, “Suga” e “Oraj”. Evidente quindi la capillare struttura del piano, la sua solida strutturazione e la sua realizzabilità sul territorio.

Gli sconvolgimenti interni

Quanto sopra aiuta a descrivere la situazione odierna della Turchia: un Paese di impianto costituzionale fortemente occidentale in cui, alla iniziale spinta propulsiva verso l’Europa, nata e sospinta dall’ immenso carisma del Padre della Patria, il tempo ha saputo trovare opposizione con il risorgere di sentimenti religiosi cui l’Esercito ha, negli ultimi tempi, potuto fare fronte sempre meno. Una piccola ma continua opera di demolizione della laicità dello Stato da parte del nuovo entourage delle massime cariche dello Stato, avallato almeno inizialmente dal voto delle popolazioni provenienti dall’est Anatolia, di cui sono noti i sentimenti religiosi, e delle classi meno istruite della società, più volte portato in giudizio di fronte alla Corte Costituzionale per “attività antilaiche”, ma mai definitivamente estromesso dalla vita politica. L’Akp ha saputo abituare i turchi al ritrovamento della tradizione religiosa e de-sensibilizzare il loro senso di laicità, aiutata anche dal percorso di avvicinamento del Paese alla Comunità Europea, che fondando la propria visione delle libertà religiose come improntata alla massima libertà, identifica la forte laicità e le sue regole di stretta osservanza in Turchia come lesive dei diritti umani.

Il combinato disposto di fattori endogeni ed esogeni ha reso più efficace l’azione del governo: è recente l’ abolizione del protocollo EMASYA, che prevedeva la possibilità, da parte dello Stato Maggiore Difesa, di autorizzare azioni di intelligence e di polizia anche autonomamente senza l’autorizzazione delle Autorità civili per ragioni di sicurezza pubblica e con finalità anti-terroristiche. Ora, naturalmente, saranno enti dipendenti dal Governo filo islamico a dover autorizzare le misure di contrasto al terrorismo islamico. Un ulteriore segnale del vigore dell’iniziativa dell’esecutivo, che scompagina ancor più le carte: Bruxelles, intanto, manda segnali contraddittori.