Turchia: Erdogan non ha mai pensato di lasciare il Paese. Lo dimostra il presunto itinerario dell’aereo presidenziale

“Incrociando i dati in nostro possesso è possibile ricostruire l’itinerario tenuto dall’aereo presidenziale turco durante la serata e la notte di ieri, mentre era in atto il colpo di Stato dei militari, e verificare come esso non abbia mai lasciato la Turchia”. Lo ha riferito a “Nova”Salvatore Santangelo, analista senior del centro studi Geopolitica.info. “Lo possiamo fare utilizzando l’Open Data Journalism, ovvero incrociando i dati in nostro possesso per verificare le notizie in corso”. “Stanotte, mentre si susseguivano le immagini del golpe in Turchia – ha proseguito Santangelo – i cronisti riferivano al pubblico varie informazioni, molto contraddittorie, relative alle possibili destinazioni del presidente Erdogan in fuga verso Paesi stranieri”.

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“Prima era circolata la notizia di una esfiltrazione verso la Germania, quindi verso Londra o perfino verso Roma, infine alla volta del Qatar. Se si fosse diretto all’estero, Erdogan non avrebbe potuto mantenere il controllo del Paese. E nulla lascia credere che una simile opzione sia mai stata nel novero di quelle valutate dal presidente. Ora noi sappiamo che ieri notte un solo aereo della flotta presidenziale turca era in volo (lo spazio aereo del Paese non era chiuso), il TK8456, e lo sappiamo grazie a un’app, che si scarica facilmente sul telefonino al costo di 3 euro, di nome Flightradar 24 e che ci consente di tracciare le rotte di qualunque velivolo a patto che se ne indichino i codici identificativi internazionali”, ha spiegato l’analista.

Non possiamo essere certi che Erdogan fosse proprio in quell’aereo, “ma possiamo supporlo in quanto il mezzo è partito dalla costa dell’Egeo (presumibilmente da Marmaris, vicino a Bodrum) dove il presidente ha una residenza nella quale stava soggiornando e perché il TK8456 atterra a Istanbul verso le 2.15 (ora italiana), ovvero in concomitanza con l’arrivo di Erdogan all’aeroporto internazionale Ataturk”.

Chi le ha fornito i codici identificativi degli aerei presidenziali?
“Li ho trovati con una rapida ricerca su Wikipedia in inglese”.

I radar ci mostrano l’intera rotta?
“Non il momento della partenza, perché l’apparecchio accende il transponder solo a un certo punto, probabilmente perché deve farsi agganciare dalla scorta: il pilota si rende visibile per evitare di essere attaccato. Possiamo quindi presumere che l’aereonautica (come anche la marina) sia rimasta per lo più fedele a Erdogan, visto anche che sappiamo che un F16 ha abbattuto un elicottero dei militari golpisti (forse appartenente alla componente aereonautica dell’esercito)”.

Poi cos’altro ci mostra l’itinerario?
“Il TK8456 punta subito verso nord, diretto a Istanbul e non ad Ankara, dunque verso la città più europea e internazionale del Paese, in linea con la strategia di Erdogan che scegliendo la CNN per mostrarsi, via smartphone, pienamente operativo decide di internazionalizzare la risposta al golpe. Poi, come si evince dall’immagine, il velivolo, in prossimità del Mar della Marmara comincia a girare con una rotta circolare, in attesa presumibilmente di vedere come si evolve la situazione. Infine alle 2 e 15 (sempre ora italiana) comincia l’atterraggio verso l’antica Costantinopoli”.

Cosa è accaduto secondo lei a quel punto?
“Hanno vinto le masse turche, musulmane e nazionaliste. L’appello del presidente al popolo ha funzionato e, non a caso, lui ha ringraziato la gente, durante il discorso tenuto all’aeroporto nella prima mattinata, facendo il saluto dei Fratelli Musulmani. Va sottolineato, infine, il paradosso che emerge al termine di questa vicenda”.

Quale?
“È l’Europa, in questi vent’anni di avvicinamento della Turchia all’Ue, ad aver spuntato gli artigli dell’esercito laico e kemalista. Il processo di democratizzazione ‘imposto’ al Paese non ha tenuto conto che le masse turche, come quelle arabe, sono tendenzialmente reazionarie e, dunque, poco affini agli standard valoriali europei”.

 

itinerario erdogan 2