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TematicheMedio Oriente e Nord AfricaLa Turchia ritira il veto all’ingresso di Svezia e...

La Turchia ritira il veto all’ingresso di Svezia e Finlandia nella NATO, successo diplomatico o fallimento per Ankara?

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Dopo uno stallo di quasi due mesi la Turchia ha ritirato la scorsa settimana il proprio veto all’ingresso di Svezia e Finlandia nella NATO. L’accordo, raggiunto grazie alla mediazione del Presidente americano Biden e il Segretario Stoltenberg, è stato sugellato dalla firma di un memorandum d’intesa che in apparenza soddisferebbe le richieste di Erdoğan. 

Dopo ore di meeting con il Presidente finlandese Sauli Niinistö, il Primo Ministro svedese Magdalena Andersson e il Segretario Generale della NATO Jens Stoltenberg, la Turchia ha infine ritirato il proprio veto all’ingresso dei due Paesi nordici nell’Alleanza Atlantica. Ankara aveva manifestato il proprio dissenso lo scorso Maggio, minacciando di far deragliare le trattative a causa del presunto sostegno di Helsinki e Stoccolma verso la causa del Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK) e delle milizie curde-siriane del YPG.

Le motivazioni erano state spiegate chiaramente dallo stesso Presidente Erdoğan in un articolo pubblicato dall’Economist lo scorso 30 maggio: 

“[…] è un peccato che alcuni membri NATO non riescano pienamente a comprendere alcune minacce verso il nostro Paese. La Turchia ritiene che l’ammissione di Svezia e Finlandia comporti rischi per la sua stessa sicurezza e per il futuro dell’organizzazione. Abbiamo ogni diritto di chiedere che questi Paesi, i quali si aspetteranno che il secondo esercito NATO venga in loro difesa ai sensi dell’art. 5, impediscano il reclutamento, il finanziamento e le attività di propaganda del PKK”.

La storia dei rapporti tra la Svezia e il gruppo terroristico affonderebbe le sue radici negli anni ’90, quando molti membri del PKK e suoi simpatizzanti, uniti ad una nutrito numero di curdi, cercarono rifugio in Europa, sfruttando in particolare le politiche svedesi storicamente liberali riguardanti l’asilo per i rifugiati politici. Ad oggi, tanto la Svezia quanto la Finlandia riconoscono il PKK come organizzazione terroristica, in particolare Stoccolma ha per anni sospettato che l’organizzazione allora guidata da Abdullah Ocalan fosse dietro all’assassinio del Primo Ministro Olof Palme nel 1986. Tuttavia, Ankara ha apertamente accusato entrambi I Paesi non solo di essere divenuti un porto sicuro per le attività del movimento curdo e dei suoi affiliati siriani, ma anche di averlo sostenuto con l’invio di armi nel corso degli anni. 

Uno dei punti più spinosi della questione sembra essere il supporto che la Svezia estende alle milizie YPG. Ad onore del vero la questione del supporto alle milizie curdo-siriane è ormai da anni uno dei principali motivi di attrito fra la Turchia e i suoi partner e alleati occidentali, Stati Uniti in primis: l’innegabile ruolo da protagonista svolto dalle milizie curde in Siria contro l’ISIS ha suscitato anche le simpatie di molti governi europei, restii ad associare le attività del movimento curdo-siriano a quelle del PKK, contrariamente alla posizione turca. Le tensioni fra Turchia e Svezia su questo dossier hanno raggiunto il loro apice quando il Paese nordico ha permesso al Partito dell’Unione Democratica (PYD) di aprire un proprio ufficio a Stoccolma nel 2016 e quando il Ministro degli Esteri Linde, dopo conversazioni tenute con esponenti curdo-siriani ritenuti terroristi da Ankara, promise un consistente aumento di aiuti finanziari verso il nord-est siriano fino al 2023. Ulteriore contenzioso fra i due aspiranti membri NATO e la Turchia riguarda infine la questione dell’embargo all’esportazione di armi, al quale tanto Stoccolma quanto Helsinki si sono unite fin dal 2019, come diretta conseguenza dell’avvio dell’operazione militare turca in funzione anti-curda nel nord-est della Siria. 

La firma del memorandum, Ankara otterrà ciò che vuole?

L’impasse sembra essere stata momentaneamente superata grazie alla mediazione di Stoltenberg e del Presidente americano Biden, i quali hanno facilitato il raggiungimento di un accordo formale con Svezia e Finlandia sugellato dalla firma di un memorandum d’intesa che sembra accontentare le principali richieste turche:

  • Cessazione del supporto di Svezia e Finlandia alle milizie YPG/PYD e all’organizzazione FETO;
  • Cooperazione a livello di intelligence e di forze dell’ordine nell’anti-terrorismo e contro il crimine organizzato;
  • Cessazione dell’embargo sulle armi contro la Turchia;
  • Riaffermazione del PKK come organizzazione terroristica;
  • Supporto alla partecipazione turca nelle attività della PESCO.

L’implementazione degli accordi definiti all’interno del MoU sarà infine garantita dalla creazione di un meccanismo congiunto permanente fra Turchia, Svezia e Finlandia, aperto ad altri Paesi, con la partecipazione di esperti dai rispettivi Ministeri degli Esteri, dell’Interno, della Giustizia e dai Servizi di Intelligence e Sicurezza. 

Dopo il raggiungimento dell’accordo con i due Paesi nordici, che ha aperto la strada al loro processo di adesione alla NATO, il Ministro della Giustizia turco, Bekir Bozdag, ha immediatamente reiterato la richiesta di implementare l’estradizione di 12 sospetti terroristi dalla Finlandia e 21 dalla Svezia per legami con il PKK o con il movimento gulenista, ritenuto da Ankara l’artefice del fallito golpe del 2016, tuttavia, permangono molti dubbi circa la reale implementazione del memorandum:

Dopo la preghiera del venerdì, Erdoğan ha pubblicamente avvisato i governi di Svezia e Finlandia, affermando che dal loro comportamento dipenderà la decisione del Governo turco di trasmettere al Parlamento la richiesta di ratifica del loro ingresso nella NATO, affermando inoltre ai media che il Governo svedese avrebbe promesso alla Turchia di estradare 73 terroristi. La risposta da Stoccolma non si è fatta attendere, con il Ministro della Giustizia Morgan Johansson che ha affermato, con tono polemico, che “in Svezia la legge è applicata da corti indipendenti e che i cittadini non svedesi possono essere estradati su richiesta di altri Paesi ma solo se compatibile con la legge svedese e la Convenzione Europea”. Molte delle difficoltà nell’implementazione di tali accordi potrebbero provenire proprio dalla definizione del termine “terrorista”, impiegato dalle corti in Turchia sulla base di criteri differenti rispetto a quelle di molti Paesi europei. La natura stessa del memorandum, impiegato dalla Turchia già in altre occasioni (vedasi accordo con il governo al-Serraj in Libia), presenta inoltre dei limiti legali nella misura in cui non si tratta di un accordo vincolante ai sensi del diritto internazionale, quanto piuttosto di un impegno politico, come esplicitato anche dal Governo finlandese. Infine, la firma del memorandum ha destato diverse preoccupazioni tanto nell’opinione pubblica svedese e finlandese quanto nei rispettivi Parlamenti. In Svezia, ad esempio, la decisione o meno di estradare individui accusati da Ankara di terrorismo potrebbe essere una chiave politica utilizzabile dall’opposizione in vista delle prossime elezioni di settembre, rendendo la decisione per Stoccolma ancora più delicata. 

Cui prodest?

Diversi analisti europei hanno ipotizzato come il ritiro del veto turco sia dipeso esclusivamente dal colloquio fra Erdoğan e Biden che ha preceduto il Summit di Madrid, nel corso del quale il Presidente americano avrebbe promesso, come confermato nei giorni successivi, che avrebbe sostenuto presso il Congresso lo sblocco della vendita di 40 caccia F-16 e di 80 kit di ammodernamento, richiesti dalla Turchia lo scorso ottobre. Se così fosse, il presunto successo diplomatico che Ankara avrebbe raggiunto a Madrid andrebbe ridimensionato, in quanto la vendita dei caccia della Lockheed Martin dovrebbe prima superare la prova del voto presso un Congresso USA tradizionalmente ostile alla Turchia di Erdoğan, specie negli ultimi anni a seguito della svolta autoritaria del Presidente turco e all’acquisto degli S400 russi. Secondo questa ricostruzione, la Turchia avrebbe rinunciato alla propria “bargaining chip”, ovvero lo strumento del veto, in favore di una vaga promessa da parte di un Presidente che il prossimo novembre dovrà fare i conti con le temute elezioni di mid-term. Sotto la crescente pressione dei propri alleati, il Presidente turco avrebbe quindi capitolato a causa del timore che una posizione troppo massimalista nei confronti dell’ingresso di Svezia e Finlandia avrebbe peggiorato ulteriormente la situazione economica turca, già catastrofica, perdendo la fiducia dei mercati. Secondo questa visione, la decisione di minacciare il veto all’ingresso dei due Paesi nordici nella NATO sarebbe stata una mossa politica dettata dalla volontà di sbloccare l’impasse nel Congresso americano per l’ammodernamento della propria aviazione, divenuta ormai obsoleta. 

Secondo i media filo-governativi turchi, l’accordo raggiunto a Madrid sarebbe invece un chiaro successo per Ankara, segno della capacità turca di sapersi destreggiare diplomaticamente anche nel corso di crisi internazionali per ottenere concessioni utili alla propria stabilità interna. La tendenza ad anteporre e/o a legare la politica interna a quella estera è peraltro una costante in Turchia, affetta da una sindrome di accerchiamento e di insicurezza interna ancora molto radicata nella politica turca. In quest’ottica, il documento siglato nel corso del summit NATO sarebbe la prova tangibile da mostrare all’elettorato turco – che sarà chiamato alle urne fra un anno – per testimoniare quanto il Governo sia stato capace di risultare decisivo e soprattutto rilevante a livello internazionale, un tema, quest’ultimo, ampiamente utilizzato da Erdoğan anche nelle passate campagne elettorali. Come ormai noto, la lotta al terrorismo di matrice curda è un tema trasversale che mette d’accordo quasi tutti gli schieramenti politici in Turchia. Nonostante questo, non sono mancate le critiche da parte dell’opposizione nei confronti dell’accordo raggiunto a Madrid: il leader del CHP, Kemal Kılıçdaroğlu, ha accusato il Presidente turco di ipocrisia dopo aver accettato di sedersi al tavolo delle trattative con due governi con i quali aveva giurato di non fare accordi. Anche la leader dell’ İYİ Parti, Meral Akşener, ha affermato che l’accordo non è compatibile con gli interessi della Turchia e che manca di qualunque passo concreto nei confronti delle richieste turche.

Sicuramente ad uscire vincitrice dalla firma del MoU è il Segretario della NATO Stoltenberg, che è stato in grado di compattare il fronte interno all’Alleanza lanciando un messaggio di coesione in una fase particolarmente delicata. Un mancato accordo a Madrid avrebbe di fatto oscurato la pubblicazione del nuovo concetto strategico e alimentato i malumori fra i Paesi membri, contribuendo ad alimentare la narrativa, peraltro assai diffusa, secondo cui la Turchia non è più un alleato affidabile in quanto antepone i propri interessi a quelli della sicurezza collettiva. Svezia e Finlandia possono anche dirsi soddisfatte dell’accordo raggiunto: la firma del MoU non rappresenta formalmente un accordo vincolante per i due governi, i quali dovranno dare tuttavia seguito ad almeno una parte delle richieste turche, mentre la rimozione del veto permetterà ai due Paesi nordici di procedere con l’iter di adesione alla NATO. 

Per quanto concerne infine la Turchia, i prossimi mesi potranno darci un’indicazione più chiara in merito ai reali guadagni che il Governo turco avrebbe ottenuto a Madrid. Al netto dell’implementabilità o meno di tutti i punti del memorandum, Ankara è comunque riuscita a mettere a segno due punti a suo favore: 

1) La fine dell’embargo sulle armi, che permetterebbe alla Turchia di facilitare la cooperazione con la Svezia nello sviluppo del progetto dei jet TF-X: per Ankara, la cooperazione nel settore della difesa rappresenta uno dei capisaldi della propria politica estera da anni, venuta agli onori della cronaca grazie all’esportazione dei noti droni Bayraktar TB2 ma non solo;

2) La fine del supporto svedese al PYD e alle milizie YPG: si tratterebbe anche in questo caso di una vittoria. Solo lo scorso novembre il Governo svedese aveva promesso di rinforzare la propria cooperazione con il PYD come parte di un affare più grande che avrebbe garantito al Primo Ministro Andersson e ai socialdemocratici di raggiungere la maggioranza in Parlamento grazie al supporto della parlamentare Amineh Kakabaveh, ex peshmerga.

Rimane ancora da vedere quanto la firma del memorandum possa avere un impatto sull’elettorato turco. Ad oggi il trending topic in Turchia risulta essere l’aumento dell’inflazione e il più generale deterioramento dello stato di salute dell’economia turca, mentre le elezioni del giugno 2023 risultano ancora troppo lontane per essere impattate dalla firma di un accordo del genere. Il dietrofront turco sul veto potrebbe comunque distendere, almeno momentaneamente, i mercati e far riguadagnare credibilità internazionale al Governo, anche se molto dipenderà dal protrarsi della guerra in Ucraina, le cui conseguenze economiche sul Paese della Mezzaluna sono molto gravi. 

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