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TematicheMedio Oriente e Nord AfricaTurchia, la dimensione liquida del potere. Prima parte

Turchia, la dimensione liquida del potere. Prima parte

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Da una prospettiva più classica, la geopolitica innerva le caratteristiche geografiche correlate all’analisi politica; l’area del Mediterraneo orientale non fa eccezione e da tempo offre il proscenio a lotte di potere che compendiano aspetti ideologici, economici e bellici. Ritenere che in Turchia un regime change possa variare la struttura politica anatolica è fuorviante, visto che il pensiero strategico di Ankara, a prescindere dai leader succedutisi, ha conservato e conserva una continuità logica che procede dalla fondazione della Repubblica. La stessa Mavi Vatan, trascendendo illusioni neo-ottomane, realismi revisionisti alla Atatürk, quale dottrina catalizzante chiarisce perché nessun governo, a prescindere dal suo colore, possa permettersi di trascurarla a meno che non intenda rischiare una delegittimazione.

I vuoti politici determinati dall’inanità europea e dal disimpegno degli USA, orientati verso l’Indo Pacifico in chiave anti cinese, hanno agevolato l’ascesa di attori che non hanno esitato nel ripianare immediatamente le vacanze createsi. Dal punto di vista ancirano, le operazioni in Siria, Libia e la conclamazione della dottrina marittima della Patria Blu, costituiscono successi tali da rendere concreta una sorta di diritto di veto turco nel Mediterraneo orientale, pur non potendo la Turchia ancora definirsi quale egemone regionale compiuta e coerente, condizionata dalla politica interna e con la costante presenza di Egitto, Arabia Saudita ed EAU, sia pur in ruoli comprimari e non completamente autonomi.  

A oriente è ormai da tempo attiva la competizione per il controllo dei giacimenti gasieri che coinvolge, in interlocuzioni non in grado di limitare possibili escalation, soggetti politici regionali comunque sotto il controllo di attori globali che giocano in difesa di interessi specifici e per la preservazione di una stabilità d’area sempre più in bilico, viste le querelle di Cipro nord, di Libia e Siria, nonché le ambizioni strategiche russe sui mari caldi. La Turchia conserva posizione e ambizioni da hub energetico di transito e da partner fisiologico per l’Europa, cosa che allontana i rischi di conflitto, grazie anche all’auspicabile ritorno della mediazione americana indirizzata a ridurre qualsiasi dipendenza dai combustibili fossili russi ed a preservare un partenariato strategico non sempre bene accetto da parte turca. Il problema in Occidente consiste nel comprendere la dimensione storica entro cui decifrare il senso di una grandeur neo imperiale collocabile non come revanche ottomana, ma come più propriamente kemalista ed in posizione non subordinata, cui ricondurre l’Organizzazione degli Stati Turchi che raggruppa membri turcofoni accomunati da un’identità collettiva; la Turchia non è solo immedesimazione organica di un Capo, è la reminiscenza pulsante di un impero che ha eletto quale sua strategia il controllo del Mediterraneo tra Cipro, Suez e Tripolitania, con una rinnovata e forte identità nazionale destinata a competere con il ritorno politico di una Grecia scopertasi più affidabile in chiave Nato e volta ad un riarmo più attivo.        

Le elezioni, che hanno confermato una sostanziale polarizzazione, hanno condotto l’AKP a sfide inedite con un esecutivo rinnovato ed atteso alla prova dell’economia, paziente destinata a cure più ortodosse e razionali, e del post terremoto; un’economia che ha visto l’aumento dei tassi di interesse fino al 30%, in controtendenza rispetto alla politica populista fin qui adottata e che ha condotto ad un’inflazione che, alimentata anche dagli incrementi dell’esazione fiscale, ha toccato punte dell’85%. L’andamento della domanda interna e la vischiosità dell’inflazione dei servizi con le forti oscillazioni dei prezzi delle fonti energetiche ingenerano dubbi sull’effettiva capacità economica di contenimento conformata all’ortodossia ispirata alla stretta monetaria imposta dal ministro delle finanze Simsek e dalla governatrice Gaye Erkan, che è arrivata ad aumentare i tassi di riferimento di 2.150 punti base, provvedimenti che hanno decretato – forse – la fine della politica monetaria della crescita ad ogni costo. Il problema di Ankara rimane dunque comprendere come ripristinare la funzionalità dinamica del libero mercato, cercando nel frattempo di regolamentare l’importazione di oro nel tentativo di frenare l’ampliamento del deficit delle partite correnti.  

Mentre con la Siria il riavvicinamento procede con juicio, la normalizzazione con l’Egitto, utile a spezzare l’isolamento internazionale sotto i più ampi auspici degli Accordi di Abramo, ha assunto caratteri più agevoli malgrado le persistenti criticità libiche. Dagli exploit di Davutoğlu, alla successiva assertività della realpolitik di Erdoğan, la Turchia è giunta allo sfruttamento di ogni chance di visibilità offerta dalle crisi regionali, infrangendo così l’equilibrio originariamente imposto dalla logica della ricerca della soluzione di più ampio respiro. 

La crisi russo ucraina, in un ambito geopolitico sempre più esteso, ha sollevato la questione della gestione strategica del ponte naturale tra Europa e Asia, ovvero degli stretti compresi nell’area Dardanelli, Mar di Marmara e Bosforo, chiusi alle navi da guerra degli stati belligeranti o anche a tutti i paesi rivieraschi del Mar Nero, conformemente all’applicazione della Convenzione di Montreux del 1936, garante della sicurezza di Ankara altrimenti già minacciata a suo tempo dalle ambizioni mediterranee di Stalin. Si stima che gli Stretti vengano attraversati annualmente da non meno di 48.000 mercantili, ovvero il triplo di Suez ed il quadruplo di Panama, conferendo alla Turchia la palma di hub logistico multi continentale, fondamentale per l’approvvigionamento energetico europeo. Portando l’attuale situazione ad un livello concettuale e di studio, Nato e Russia stanno analizzando le reciproche iniziative secondo i parametri imposti da un rinnovato dilemma del prigioniero applicato ai più o meno vicendevoli passaggi geopolitici, senza contare il controllo dei flussi cargo commerciali. Da non sottovalutare il futuro/futuribile Kanal Istanbul, via acquea che, per 45 km, secondo le previsioni, collegherà Mar Nero e Mar di Marmara bypassando lo Stretto del Bosforo. I problemi sono diversi: in primis l’insostenibile gigantismo economico dell’impresa e successivamente una decriptazione geopolitica, al momento indecifrabile, di un’idrovia sfuggente alle logiche di Montreux.  

La dimensione liquida è dunque tornata a farsi interprete di ritrovate salienze, tanto da dare anima al redivivo navalismo nazionale con il Mavi Vatan, concettualizzazione politico-militare che ha indotto la Turchia all’adozione di una rinnovata diplomazia delle cannoniere volta a proteggere aggressivamente i confini marittimi nel Mar Nero, nel Mar Egeo e nel Mediterraneo orientale. Mavi Vatan, di fatto, ha ricalibrato le dinamiche del potere in un Paese perennemente alle prese con timori securitari, e ha abbozzato quella che potrebbe essere una reciproca comunione d’intenti tra governo filo islamista e kemalismo; Mavi Vatan diventa dunque il punto d’incontro di due antagonismi, la profondità strategica islamista e un’assertività nazionalista che deve tuttavia dimostrare la sua sostenibilità sul lungo periodo, una sinergia verde islamo-kemalista in grado di assicurare all’AKP il sostegno di ali dell’esercito eurasiste e anti-atlantiste. Mavi Vatan è un simbolo della marittimizzazione, ovvero del più grande obiettivo turco nel XXI secolo, del riorientamento del sentire tellurico verso una talassocrazia capace di formare turchi che guardano al mare come un’opportunità, secondo gli obiettivi fissati da Atatürk. Alla luce del tentato colpo di stato del 2016, la Patria Blu si inquadra non come manifestazione neo ottomana tout court, ma come la riedizione di un credo kemalista anni ’90. Malgrado l’essenza della dottrina di Gürdeniz sembri aver acquisito caratteristiche permanenti, il suo nocciolo potrebbe essere riformulato sia in modo più conciliante, tenendo conto di un futuro più filo occidentale, sia alla luce del perseguito potenziamento di una Marina che Ankara pretende progredita e che potrebbe giustificare una perdurante assertività che da un lato si scontra con le esclusioni dalla partita energetica, e dall’altro con il discusso status di Cipro nord. Negli ultimi anni Mavi Vatan è divenuta uno dei pilastri di una politica securitaria influenzata dal 2011 dalla dottrina della difesa avanzata, basata sulla militarizzazione delle relazioni internazionali e sullo sviluppo dell’industria della difesa, in modo da garantire la difesa nazionale a partire da zone strategiche situate in aree rilevanti come il Corno d’Africa, lo stretto di Hormuz o il Mediterraneo centrale. La Patria Blu, zeitgeist sovra politico del XXI secolo che attira gli interessi del movimento eurasiatico che sostiene il riavvicinamento con Russia, Iran, e anche Cina, oltrepassa coste turche e aree mediterranee pur professandosi dottrina difensiva che reagisce alla mappa di Siviglia, documento commissionato dall’UE e redatto dall’Università di Siviglia, riguardante le ZEE nel Mediterraneo orientale, e visto come una contenzione destinata a recludere la Turchia nella penisola anatolica alla stregua di un secondo Trattato di Sèvres. 

Va rammentato che un più completo riavvicinamento israelo-turco porrebbe Ankara in una posizione più agevole per competere con Teheran, una situazione analoga a quella che porrebbe in posizione più solida Gerusalemme determinando un percepibile senso di accerchiamento da parte iraniana, protesa alla realizzazione del proprio programma nucleare. La protezione delle aspirazioni turche sulla piattaforma continentale porterà inevitabilmente ad un aumento della presenza di basi navali tra Misurata, Famagosta, Cipro, Albania, Gibuti, Qatar, secondo prospettive che confondono artatamente espansionismo e difesa degli interessi oltre confine, limitando il Kurdistan perché non possa godere di approdi marittimi, rafforzando la presenza nella Repubblica Turca di Cipro Nord, rappresentando il mondo turanico dal Kazakistan ai Balcani. Se Atene è vista come un utile terzo del sistema euro atlantico, e se le teorie del Rimland e del containment sono percepite come obsolete, la Turchia non può che riconoscersi come vittima di un internazionalismo marittimo che rende la coesistenza nord atlantica oltremodo complessa ed in contrasto con la pervasiva pax sinica.  

Mavi Vatan può essere anche letta come una dottrina scevra dai condizionamenti indotti dalla profondità strategica di Davutoğlu, che tiene conto dell’imprescindibile navalismo turco, supportato da solide infrastrutture industriali; la Marina, arma in ascesa, è strumento fondamentale per la gestione delle crisi dell’Egeo e di Cipro. Se l’Esercito è stato l’artefice del contenimento sovietico verso il Mediterraneo, ora la Marina deve essere in grado di proiettare l’Ay Yıldız dal Mediterraneo orientale. 

Ankara tuttavia non rinuncia ai suoi riorientamenti geopolitici, nella consapevolezza di dover temperare l’isolamento regionale secondo una modulata de-escalation diplomatica che privilegi le considerazioni geoeconomiche; eppure, a ben vedere, la Patria Blu, dottrina distinta dall’Islam politico, se si fa interprete solo del focus geografico regionale, rimane strumento insufficiente a sostenere una strategia più estesa; Mavi Vatan identifica i punti strategici, ovvero lo spazio costiero, il confine marittimo libico, Cipro, grazie ad una militarizzazione che categorizza i paesi mediterranei in alleati, Libia e Cipro Nord; avversari storici, Grecia e Repubblica di Cipro, connessa geograficamente al Dodecaneso; antagonisti estemporanei, Italia, Egitto, Israele, Palestina, Libano e Siria. 

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