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TematicheMedio Oriente e Nord AfricaTurchia, la dimensione liquida del potere. Seconda parte

Turchia, la dimensione liquida del potere. Seconda parte

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La porzione orientale del Mediterraneo è per la Turchia un nucleo geografico imprescindibile dalla volontà di potenza che, tra Africa Settentrionale e Crimea, vuole conciliare le diverse visioni politiche neo ottomane e neo kemaliste, queste ultime tradizionalmente indirizzate al controllo sui traffici che arrivano da Suez, il che rende Ankara un attore volitivo con cui dialogare solo se in possesso delle sue stesse capacità di egemone regionale che ambisce a diventare sia hub energetico per l’Europa sia produttore avanzato di equipaggiamenti bellici.

Non è certo un caso che, pur non deflettendo dai parametri operativi, la Turchia abbia ridotto le importazioni di armi certificando così un progresso costante e qualitativamente all’avanguardia che si vorrebbe esteso anche in ambito aeronautico con Kaan, il primo caccia autoctono di 5^ generazione, un contesto caratterizzato da una flotta navigante di F-16 tecnologicamente non all’altezza per soddisfare le ambizioni egee, malgrado la deterrenza invocata dal Presidente, responsabile dell’acquisizione del sistema antiaereo russo S-400, foriero dell’inevitabile espulsione dal programma F-35 americano.  

Le necessità di potenziare la Marina origina dal pensiero di Atatürk, tra i protagonisti dei violenti scontri nella penisola di Gallipoli del 1915, ripreso con il piano di ammodernamento del 2002 e rilanciato dal Mavi Vatan nel 2006 che innovativamente possiamo dire che estende il campo d’azione a tutto il Mediterraneo difendendo dalla distanza lo Stretto dei Dardanelli. La diplomazia turca è dunque quella delle prospezioni minerarie e delle navi da guerra che assicurano profondità strategica e proiezioni non solo in Mediterraneo ma anche in Mar Rosso e nell’Oceano Indiano; il problema è tuttavia consistito nel doversi confrontare con un fronte politico-economico-militare volto a contenere l’espansionismo turco nel Mare Nostrum e nell’area MENA, a cominciare dal gasdotto EastMed, nato per aggirare le acque turche, con una Marina intenta a condurre operazioni via via più impegnative, strutturate e talvolta indirizzate anche contro unità navali occidentali, secondo un preciso leit motiv. L’aumento delle capacità di difesa aerea, della situational awareness e di raccolta di intelligence, insieme con lo sviluppo della componente subacquea e la realizzazione di piattaforme per le operazioni anfibie, testimoniano la volontà di prepararsi per attività più complesse e lontane, contribuendo ad un’ulteriore militarizzazione e polarizzazione del Mediterraneo, area divenuta dal 2009 di precipuo interesse energetico ed in cui la Turchia ha sia coltivato l’interesse ad ostacolare l’esportazione di gas per rimanere, in concorrenza con l’Egitto, antagonista nel potenziamento navale e hub logistico tra Mar Caspio, Mediterraneo orientale ed Europa e promotore dell’Eastern Mediterranean Gas Forum, sia per inserirsi nei progetti di sfruttamento ampliando la propria influenza geopolitica, o zavorrando le iniziative assunte dagli altri attori, o assumendo più proficue e concrete iniziative di realpolitik come avvenuto con Egitto ed Israele, che sta investendo a sua volta sulla Marina e ha realizzato il sistema missilistico Iron Dome marittimo a difesa dei giacimenti del Levante.   

Di particolare interesse la concessione, ottenuta dall’azienda Yilport, del terminal di San Cataldo nel porto di Taranto fino al 2067, associata a quella conquistata nel 2018 e protratta fino al 2041 dalla U.N. Ro-Ro, una controllata della Global Ports Holding, nel porto di Trieste, tutte operazioni volte a consolidare la transizione turca da entità terrestre in potenza marittima grazie ad un sistema interconnesso che si estende da Svezia e Norvegia fino al nord Africa, dove la presenza è elemento portante di una politica estera inaugurata nel 2013, consolidata nel 2016 e che, sorretta dall’esito del voto di maggio, intende conferire un’autonomia crescente ad Ankara anche a costo di utilizzare, sia pur occasionalmente, la forza come accaduto nel nord dell’Iraq, in Siria, privilegiando i rapporti con le potenze ad est del limes occidentale, consolidando il fattore economico atto a rendere più agevoli i rapporti con i prodighi Paesi del Golfo. In Libia la Turchia, secondo un processo di biunivoca e stabilizzante convenienza, garantisce più di altri un relativo processo di transizione del potere, grazie al memorandum d’intesa sulla delimitazione delle ZEE. Gli intenti imperialisti, tuttavia, malgrado siano destinati a scontrarsi con la realtà della loro difficile sostenibilità economica cui l’esposizione creditizia europea ha evitato opposizioni più marcate e imbarazzanti, hanno trovato concretizzazione con il contratto di affitto stipulato con il governo Dbeibah per realizzare una base navale ad Al Khoms, già centro di addestramento turco per la marina libica, nonché testa di ponte capace di assicurare significativa pervasività militare comunque poco gradita dal Cairo, peraltro preoccupata per il crescente coinvolgimento turco nel Corno d’Africa con l’Etiopia, in conflitto con l’Egitto per la gestione delle acque del Nilo.  

Diplomaticamente, gli USA cercano di riavvicinarsi all’alleato turco, ricorrendo alla diplomazia navale esercitata sia da un gruppo d’attacco aeronavale in esercitazione con l’Anadolu, sia con l’incontro a bordo della USS Gerald Ford tra l’ambasciatore americano in Turchia Jeff Flake e Selçuk Bayraktar, CEO del produttore di droni Baykar e genero del presidente Erdoğan; nel mentre la rielezione del Presidente potrebbe agevolare la BRI, non a caso favorita dal mancato contraddittorio sulla sorte degli Uiguri, sunniti dello Xinjiang.  

La Turchia si conferma soggetto politico complesso, versato per il perseguimento di politiche spesso oggetto di rivisitazioni caratterizzate da apparenti contraddittorietà ma dettate dall’ottenimento degli interessi nazionali secondo logiche, tuttavia, non sempre inseribili in un contesto internazionale di per sé instabile e che va rapidamente in sofferenza per le politiche dei doppi forni e dove l’equilibrio di potenza muta con facilità. 

La Marina turca è al momento la più versatile e capace del quadrante, espressione e risultato di politiche governative che, negli ultimi 20 anni, hanno dato impulso ad ampi programmi di potenziamento industriale. La componente navale, pur dibattuta in contesti tradizionalmente terrestri, ha visto sviluppo e realizzazione di piattaforme di superficie non pilotate USV e di UAV nella versione imbarcata destinata all’impiego dalla nave ammiraglia Anadolu, oltre che Combat UAV destinati ad entrare in servizio in un futuro non troppo distante. Si tratta indubbiamente di un salto di qualità risalente alle origini del programma per unità nazionali con componentistica originale di produzione estera denominato MILGEM, la cui prima fase ha condotto alla realizzazione delle corvette classe Ada, seguite dalla prima fregata classe Istanbul. Le limitazioni imposte all’esportazione di armamenti americani hanno persuaso il Governo turco a finanziare l’industria nazionale, in particolare proprio il settore navale, potenziando le capacità delle rinnovate fregate Istanbul, e impostando sia programmi per l’ammodernamento delle piattaforme in servizio con sistemi di produzione autoctona, sia per lo sviluppo e l’allestimento di nuovi caccia lanciamissili, potenziando così le capacità offensive e antiaeree della flotta. Parallelamente all’ammodernamento della componente subacquea, è stato varato il programma per sei nuovi sottomarini AIP realizzati su licenza tedesca classe Reis (Tipo 214 TN) con consegne da completare nel 2028; rimanendo nel solco dello sviluppo nazionale, è stato approntato il programma per una nuova classe di battelli AIP con sistema di combattimento e d’arma autoctono. Nel frattempo si è proceduto al potenziamento unità di supporto, rappresentata dal primo rifornitore supporto logistico destinato ad estendere il raggio d’azione della componente d’altura. È recente l’impostazione dei primi due OPV armati su un totale programmato di 10, più lo sviluppo dell’export per la Marina del Pakistan. Da notare il programma dedicato ai velivoli da combattimento armati destinati al futuro impiego dalla LHD, che assicureranno protezione alla Flotta, a fronte dell’impossibilità di equipaggiarsi con i caccia F-35; a questi vanno aggiunte nuove unità anfibie e per il trasporto di materiali e mezzi oltre a veicoli corazzati anfibi di nuova generazione, atti ad assicurare capacità di proiezione correlata al potenziamento della flotta di superficie con un gruppo navale incentrato sulla LHD, su unità tipo LSS, caccia lanciamissili e fregate. L’industria nazionale ha inoltre previsto programmi per sistemi d’arma missilistici superficie-superficie e superficie-aria a diversa portata, unitamente a siluri leggeri e pesanti ed artiglieria di vario calibro tali da fornire una capacità di difesa ed offesa senza precedenti. E’ evidente che un tale sviluppo non solo avrà forti ripercussioni sugli equilibri di forza nel Mediterraneo orientale, ma consentirà di proiettare la potenza turca anche oltre, a supporto della propria politica estera dall’Africa del Nord fin oltre i confini mediterranei in Medio Oriente, come peraltro già evidenziato dai rapporti economico-militari con il Qatar nel Golfo Persico/Arabico.  

Da seguire comunque gli sviluppi politico-militari dei rapporti franco-ellenici, che costituiscono elemento atto a contenere la potenza turca che, in virtù della guerra in Ucraina e della rielezione del Presidente, ha fatto segnare ulteriori progressi nello scacchiere orientale del Mediterraneo ed in Asia occidentale. Va da sé che l’espansione di Ankara rappresenta un elemento di novità negli equilibri regionali, come peraltro già registrato per quanto concerne Libia ed in generale Africa settentrionale, equilibri peraltro non limitati a quest’area se è vero che il potenziamento navale turco non potrà che supportare sia la politica estera sia l’espansione dell’industria nazionale bellica, in un contesto che, sostenuto dall’export, non potrà che innalzare un ranking già favorevole fra le potenze della regione mediterranea e non solo. È altrettanto chiaro che la competizione regionale non potrà che risentire della diversa volitività dei diversi soggetti politici, ciascuno caratterizzato sia da differenti capacità belliche oggettive, sia soprattutto dalle svariate spinte motivazionali attagliate al Paese di cui la Marina è espressione, pur operando nei medesimi ambiti geopolitici. 

L’eventuale condivisione degli interessi di Ankara porterebbe tuttavia a collidere con il revisionismo turco puntato a negare quanto ritenuto di pertinenza di Atene, senza contare Cipro, porta d’accesso al settore marittimo orientale. Un conflitto greco-turco taglierebbe sia gli accessi al Mar Rosso sia al Mar Nero, ed infliggerebbe danni difficilmente ovviabili. È dunque indispensabile e categorico mantenere in vita una pace che, ancorché armata, permetta di continuare a preservare la piena libertà di rotte e navigazione, e che tenga conto sia della presenza – nonostante tutto e per manifesta assenza di comprimari – stabilizzatrice di Ankara sulle sponde libiche, una presenza non di rado poco diplomatica ma comunque efficace, e della proiezione di potenza turca verso il Golfo.    La Profondità Strategica di Davutoğlu, nell’individuare la causa del declino imperiale nella carenza di una valente Marina dispiegabile fino all’Oceano Indiano, ha generato le premesse per la Mavi Vatan che, pur avallando la ricerca di spazi marittimi sempre più vasti, deve però chiarire quanto può essere negoziabile e quanto non legittimante zone grigie a sovranità indeterminata.  

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