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TematicheMedio Oriente e Nord AfricaDa al-Qaeda alla Turchia, la storia di Abu Mohammad...

Da al-Qaeda alla Turchia, la storia di Abu Mohammad al-Jolani

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Come ha fatto Abu Mohammad al-Jolani, ufficialmente un terrorista, a divenire un partner fondamentale per la Turchia in Siria? Partito dalla provincia irachena di Mosul, il giovane leader siriano ha rivoluzionato la sua milizia armata più volte, a seconda dell’opportunità e mosso da un unico obiettivo: sopravvivere. L’analisi del percorso di Jolani ci aiuta a comprendere alcune delle sfide odierne mosse dalla sua organizzazione, dentro e oltre i confini siriani.

La detenzione in Iraq e la missione in Siria

Nel 2005 il giovane siriano Abu Mohammad al-Jolani, nome di guerra di Ahmad al-Shara, venne arrestato dalle forze statunitensi in Iraq. Jolani, accusato di far parte di al-Qaeda in Iraq (ISI), spese quindi i successivi 5 anni all’interno delle più famose prigioni statunitensi in terra irachena, tra cui Abu Ghraib, Camp Bucca e Camp Cropper.

Una volta scarcerato Jolani si riunì ad al-Qaeda, a quel tempo guidata da Abu Bakr al-Baghdadi, divenuto poi famoso come leader dello Stato Islamico dell’Iraq e del Levante.
L’emiro jihadista, interessato a esportare il suo movimento all’interno del nascente conflitto siriano, decise di inviare il giovane Jolani in Siria, affidandogli l’incarico di supervisionare le cellule qaediste locali.

Giunto nel paese levantino nell’agosto del 2011, assieme ad altri sei emissari, Jolani organizzò degli incontri con vari esponenti jihadisti e islamisti locali, con i quali preparò l’istituzione di Jabhat al-Nusra (JaN). Inizialmente la formazione del gruppo venne tenuta segreta per garantirne l’iniziale consolidamento, e i miliziani di JaN si resero quindi responsabili solo di saltuari attacchi esplosivi o piccole imboscate.

Il 23 gennaio del 2012 Abu Mohammad al-Jolani si auto-proclamò infine emiro di Jabhat al-Nusra, senza però ufficialmente legarsi all’ala irachena del movimento. La considerazione di Jolani e dei suoi luogotenenti fu che giurare fedeltà a una sigla jihadista straniera avrebbe potuto alienare la popolazione siriana locale. JaN, grazie alla ferrea disciplina dei suoi combattenti, e all’intenso utilizzo di attentatori suicidi a bordo di veicoli esplosivi (SVBIED), divenne rapidamente una delle più potenti formazioni ribelli.

La lotta per l’autonomia, oltre al-Qaeda e l’ISIL

La natura transnazionale del gruppo venne però rivelata al pubblico siriano e internazionale nell’aprile del 2013. Baghdadi dichiarò unilateralmente da Mosul la fusione tra lo Stato Islamico in Iraq e Jabhat al-Nusra, proclamando la nascita dello Stato Islamico dell’Iraq e del Levante (ISIL) e generando una crisi che porterà alla rottura dei rapporti con la leadership qaedista. Jolani, colto di sorpresa, rifiutò rinnovando la Bayʿa, un giuramento di fedeltà, nei confronti di Ayman al-Zawahiri, l’emiro vertice di al-Qaeda. Il giovane leader siriano agì spinto dalla volontà di garantire la sopravvivenza e l’autonomia della sua organizzazione.

Nel luglio del 2016 Jolani, dalla sua roccaforte di Idlib nel nord-ovest della Siria, compì una seconda scelta chiave. Egli annunciò infatti il rebranding di Jabhat al-Nusra in Jabhat Fatah al-Sham (JFS), descrivendo il nuovo gruppo come privo di legami con «organizzazioni esterne», ovvero slegato da al-Qaeda. L’ex pupillo di Baghdadi mirava a scrollarsi di dosso l’etichetta di luogotenente di Zawahiri in Siria, in un momento in cui si rincorrevano le voci di una possibile campagna anti-JaN congiunta di Russia e Stati Uniti. La rottura venne però immediatamente messa in discussione da diversi giornalisti, accademici e diplomatici internazionali. Per Aymenn Jawad al-Tamimi, apprezzato esperto del conflitto siriano, inizialmente la mossa fu puramente mediatica; Jolani desiderava comunque mantenere un legame con Zawahiri, semplicemente lontano dai riflettori. Secondo alcune testimonianze di ex membri di Jabhat al-Nusra, il rebranding non venne comunque apprezzato dalla leadership centrale qaedista, già irritata da diverse divergenze di natura ideologica e strategica.

La rottura fra Abu Mohammad al-Jolani e al-Qaeda, affermano Tamimi e Charles Lister, stimato Senior Fellow del Middle East Institute, si ebbe infine nel 2017. Il leader siriano infatti, nuovamente mosso dal desiderio di assicurarsi la sopravvivenza, l’autonomia e la supremazia del suo gruppo, annunciò il 28 gennaio la nascita di Hay’at Tahrir al-Sham (HTS), dalle ceneri di Jabhat Fatah al-Sham. Tahrir al-Sham, come le precedenti formazioni, si stabilì, ed è tutt’oggi localizzata, nella “Grande Idlib”, il territorio ribelle compreso fra la provincia turca di Hatay, il cantone siriano di Afrin e i governatorati di Idlib, Latakia, Hama e Aleppo, quest’ultimi contesi con i lealisti di al-Assad.

In bianco i territori controllati da HTS nel nord-ovest della Siria. Il movimento esercita una considerevole influenza anche sui limitrofi territori in verde, eccetto quelli settentrionali.

L’istituzione di HTS rappresentò la presa di coscienza da parte di Jolani che il contesto politico e internazionale siriano era ormai radicalmente mutato. Gli interventi militari di Russia e Stati Uniti, tra il 2014 e il 2015, avevano mutato il corso del conflitto siriano, e non a favore della ribellione. A partire dall’estate del 2016 la Turchia cominciò a coordinare il proprio coinvolgimento in Siria con Mosca e Teheran, abbandonando progressivamente il suo sostegno alla causa anti-Assad. Jolani comprese quindi che era necessario rivoluzionare ancora una volta la natura della sua organizzazione, o il potere da lui acquisito in Idlib sarebbe stato nuovamente a rischio. La Turchia infatti non si sarebbe spesa in difesa di una sigla jihadista legata ad al-Qaeda.

L’alleanza con la Turchia, HTS come forza antiterroristica

Negli ultimi anni quindi, l’obiettivo del leader siriano è stato quello di dipingersi come un partner necessario agli occhi di Ankara. Innanzitutto Jolani si è assicurato di essere l’unico interlocutore per la Turchia nei territori ribelli a est di Hatay e a sud del cantone siriano di Afrin. Tra il 2017 e il 2019 HTS ha assimilato o sconfitto diversi gruppi ribelli ostili, divenendo la suprema autorità armata nella regione.

Ottenendo il controllo completo sulla “Grande Idlib” Jolani è inoltre divenuto il leader non solo militare, ma anche politico della popolazione residente nell’area. I territori amministrati da HTS sono drammaticamente sovrappopolati, una particolare criticità che gioca però a favore del gruppo. L’esercito regolare di Assad, nel corso degli anni, ha infatti spinto verso il nord-ovest della Siria intere popolazioni; nella “Grande Idlib” vivono oggi più di 3 milioni e mezzo di persone, in larga parte Internally displaced people (IDP). Jolani è quindi seduto sopra un’enorme “bomba demografica”, posta lungo il confine con la Turchia e, per estensione, con l’Europa.

E proprio la necessità di dover stabilizzare il sovrappopolato governatorato di Idlib ha portato la Turchia al tavolo con gli emissari di Jolani. Quest’ultimo quindi, a cavallo tra il 2017 e il 2018, decise di assecondare le richieste del presidente turco Erdogan, il quale desiderava dispiegare il proprio esercito oltreconfine. L’obiettivo di Ankara era quello di deterrere eventuali operazioni militari governative che avrebbero potuto causare una fuga di massa della popolazione civile verso il confine. Nei mesi successivi migliaia di truppe di Ankara, scortate da miliziani di HTS, entrarono nei territori islamisti siriani, stabilendosi all’interno di decine di “punti di osservazione”.

L’ingresso delle truppe turche nella Siria islamista fu visto dai qaedisti di Zawahiri come l’ennesimo affronto da parte di Jolani. Nel gennaio del 2018 la leadership di al-Qaeda dichiarò categoricamente che la presenza del gruppo in Idlib era slegata da Tahrir al-Sham.
Contestualmente gruppi di integralisti qaedisti, insoddisfatti dal comportamento di Jolani, abbandonarono HTS e si riunirono sotto la neonata bandiera di Tanẓīm Ḥurrās ad-Dīn (HAD), la nuova succursale di al-Qaeda in Siria. Lo US Director of National Intelligence dal 2019 ha riconosciuto Ḥurrās ad-Dīn come la diramazione ufficiale di al-Qaeda in Siria, e dello stesso parere è il Department of State.

Tahrir al-Sham identificò la nascita di HAD come una minaccia diretta. Falliti i tentativi di giungere ad una intesa, Jolani nella primavera del 2020 ordinò un crackdown definitivo. Nel giro di pochi giorni i miliziani di HTS arrestarono e uccisero decine di membri di HAD, compresi i vertici dell’organizzazione. Contemporaneamente i miliziani qaedisti si ritrovarono a dover far fronte ad una intensa campagna di bombardamenti americani; il sospetto, nei circoli jihadisti, è che HTS avrebbe potuto ricoprire il ruolo di local intelligence. Simili campagne di “antiterrorismo”, ufficiosamente ben viste dalla Turchia e dagli Stati Uniti, vedono HTS impegnata inoltre contro cellule locali dell’ISIL o muhajireen (miliziani jihadisti stranieri) non allineati.

Conclusione

Come si è tentato di dimostrare, la figura di Abu Mohammad al-Jolani è quindi radicalmente cambiata nel corso degli anni. Il leader siriano sembra essere oggi un partner importante, se non necessario, per la Turchia e per proiezione gli Stati Uniti. Le “operazioni anti-terrorismo” di HTS contro HAD, giudicato come una pericolosa minaccia jihadista internazionale, sono nello specifico ben apprezzate da alcuni paesi occidentali. E infatti James Jeffrey, ex United States Special Representative for Syria Engagement, ha recentemente definito HTS «un’efficace forza di combattimento contro i veri terroristi», chiarendo che Jolani stesso non è più sulla kill list statunitense, seppur ufficialmente ancora un wanted terrorist. Va quindi definitivamente accantonata la narrativa per cui HTS sarebbe ancora legata ad al-Qaeda, una tesi divenuta addirittura pericolosa, in quanto giustifica le sanguinose campagne aeree russe e governative nella regione.

La figura di Jolani rimane comunque profondamente controversa, come anche l’organizzazione di cui è a capo. HTS ha sì abbandonato il jihad e l’alleanza con al-Qaeda, divenendo un movimento islamista di stampo nazionalistico, ma rimane comunque una milizia profondamente radicale. Assassini, esecuzioni, arresti arbitrari e torture sono solo alcuni dei crimini a cui la popolazione di Idlib è continuamente soggetta. Jolani sta cercando di ottenere la rimozione di HTS dalla lista delle organizzazioni terroristiche di USA, ONU e Turchia. Il rispetto dei diritti umani nella Grande Idlib deve quindi divenire una ferma pre-condizione per l’apertura di un qualsiasi dialogo formale, come anche l’istituzione di un meccanismo di power-sharing. La libera società civile è infatti attualmente esclusa dall’amministrazione regionale.

Riconoscere frettolosamente l’autorità di Jolani inoltre potrebbe risultare in pericolosi effetti secondari; secondo Charles Lister il regime politico oggi presente in Idlib potrebbe essere preso ad esempio, e quindi replicato, da altri movimenti jihadisti armati. Infine, la sostenibilità del progetto di Jolani è da definirsi fortemente precaria. Il modus operandi autoritario del gruppo alimenta l’instabilità nella regione, garantendo un territorio fertile per il dissenso, specialmente se di natura jihadista. E proprio il gruppo stesso sembra essere troppo dipendente dalla figura del suo leader. Non è chiaro infatti se Tahrir al-Sham possa sopravvivere all’eventuale eliminazione, da parte della Russia, Assad o jihadisti rivali, di Abu Mohammad al-Jolani.

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