Turchia: ISIS e curdi, questione di priorità

A poco più di una settimana dalla liberazione di Kobane, le foto che giungono dalla cittadina siriana situata lungo il confine con la Turchia consegnano l’immagine della devastazione e ci obbligano a riflettere sui protagonisti del terribile scenario di questi ultimi mesi.

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Assediata da metà settembre 2014 dai miliziani dello Stato Islamico, Kobane è divenuta il simbolo della lotta tra i combattenti jihadisti e la coalizione internazionale, mossa in aiuto della comunità curdo-siriana locale, simbolo e centro nel quale cercare di vincere l’importante battaglia mediatica tra i due schieramenti, il cui esito avrebbe dimostrato al mondo intero la potenza dell’ISIS, o, di contro, la testimonianza che sconfiggerlo è cosa possibile.

Così è stato. Dopo i continui bombardamenti statunitensi, che hanno colpito le postazioni jihadiste lungo il confine tra Turchia e Siria, l’esercito nero ha deciso di ritirare i propri gruppi, composti negli ultimi tempi da giovanissime reclute poco addestrate.

La bandiera curda torna a sventolare sulla collina che sovrasta la città, Kaniya Kurda, dalla quale è stato eliminato il vessillo nero dello Stato Islamico. La città di Kobane è stata finalmente liberata trai sorrisi nati sui visi delle donne partigiane segnati dai combattimenti, il suono delle danze dei guerriglieri YPG e Peshmerga, i canti accorati degli esuli costretti a fuggire e la soddisfazione della comunità internazionale.

Ma c’è chi non gioisce e non intende partecipare ai festeggiamenti generali…si tratta del Presidente della Repubblica di Turchia, Recep Tayip Erdoğan, le cui parole continuano a tuonare contro gli Stati Uniti che hanno supportato i curdi, non assecondando la volontà turca di non intromettersi nello scontro.

Il “sultano” di Ankara nei confronti dell’ISIS ha portato avanti una linea politica di grande ambiguità, distaccandosi nettamente dalla decisa denuncia di terrorismo dei maggiori leader internazionali.

La Turchia non ha, infatti, concesso la propria base NATO di Incirlik affinché gli americani potessero intervenire militarmente, non ha aderito alla coalizione internazionale anti-jihadista, ha fermamente represso le manifestazioni dei curdi turchi e ha impedito il passaggio del confine a coloro che volevano accorrere in aiuto ai propri fratelli siriani. Perché tutto questo?

Questione di priorità. Mentre gli sforzi delle potenze internazionali sono impegnati nel trovare una soluzione, diplomatica o militare che sia, all’ascesa della potenza dell’ISIS, il governo del Paese della Mezzaluna Fertile mira, in primo luogo, a contenere le spinte indipendentiste della comunità curda, che rappresenta circa il 18% della popolazione turca. Ovunqueconsideratauna minoranza priva di unità nazionale, la popolazione curda si batte per la creazione di un “Grande Kurdistan” indipendente o autonomo, Stato nel quale si pensa possano confluire circa 40 milioni di curdi presenti in Iraq, Iran, Siria e Turchia. Quest’ultima, nonostante la minaccia jihadista lungo il suo confine con la Siria, continua a non prestare orecchio alle richieste curde, in virtù di un forte nazionalismo (Milliyetçilik), che pone la nazione turca al di sopra di ogni obiettivo.

Nonostante il “neo-ottomanismo” presente nella visione politica del Presidente Erdoğan, egli sembra aver ereditato dal fondatore della Repubblica di Turchia, Mustafa Kemal Atatürk, la tendenza a considerare la sua nazione non un bacino multietnico, plurilinguista e pluriconfessionale, come era l’Impero Ottomano, ma un blocco monolitico ed unitario, casa della potente razza turca, non disposta ad accettare minoranze nel proprio territorio.

La questione curda è più che mai aperta e la storia tristemente si sussegue, macchiandosi delle azioni terroristiche del PKK (Partito dei lavoratori del Kurdistan) e perpetuando le discriminazioni verso i curdi di Turchia, spesso chiamati “turchi di montagna” o “turchi orientali”, privati anche del nome della propria comunità.

Di fronte al duro assedio vissuto da Kobane da settembre 2014 a gennaio 2015, il governo turco (sunnita)è stata accusato di immobilismo, in quanto sembra si sia concentrato solo nel contenere il rischio della creazione del Kurdistan unito, giocando una partita molto rischiosa con l’ISIS, permettendone l’espansione nella Siria settentrionale in chiave anti-curda. Il risentimento di Erdoğan nei confronti dell’ex amico Al-Assad, ha fatto sorgere dubbi circa il supporto che la Turchia abbia fornito ai guerriglieri sunniti dell’ISIS e di Al-Nusra.

Dopo la liberazione di Kobane, il Presidente della Repubblica turcaha dichiarato che, nonostante il non allineamento con gli Stati Uniti, i quali, citando il New York Times, “si sentono frustrati dalla mancanza di azione da parte della Turchia”, egli non intende modificare la propria condotta. Egli vorrebbe che la guerra civile siriana portasse alla caduta del regime sciita di Al-Assad, tale da permettere la formazione di un solido governo sunnita, suo alleato nello scongiurare la minaccia dell’unità curda.

Questione di priorità dicevamo…La Turchia sembra aver indossato una spessa corazza troppo dura per ammorbidirsi con le continue richieste curde.

Obama, nei mesi passati, si è detto “costernato” che la Turchia abbia trascinato i piedi e tardi per prevenire un massacro a meno di un chilometro e mezzo dalla sua frontiera (cit.) ma il Presidente turco Erdoğan, intervistato al ritorno dal suo recente viaggio in Africa, ha dichiarato “Non vogliamo una ripetizione della situazione dell’Iraq del Nord. Non possiamo accettare la nascita di un’area, Nord della Siria, ad amministrazione curda. Dobbiamo mantenere la nostra posizione su questo, l’entità curda è fonte di grande difficoltà per il futuro” (Hürriyet).

Dopo la liberazione di Kobane, la lotta all’ISIS sta proseguendo ma la Turchia continua fermamente a tenere il punto, rifiutando di collaborare con la coalizione internazionale per sconfiggere il califfato islamico.