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Turchia hub del gas? Ankara in equilibrio tra Russia e NATO

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La proposta di Putin di creare un hub del gas in Turchia ha suscitato l’interesse di Erdogan, soprattutto in vista delle elezioni di giugno 2023. Il Presidente turco da mesi cerca di stare in equilibrio tra la necessità di mantenere buoni rapporti economici con un partner commerciale fondamentale come la Russia e la lealtà nei confronti della NATO. In questo modo spera di ottenere vantaggi da entrambi i fronti. 

Articolo precedentemente pubblicato nel trentatreesimo numero della newsletter “Mezzaluna”. Iscriviti qui.

La proposta di Putin per un hub del gas in Turchia

La proposta del Presidente russo Vladimir Putin di rendere la Turchia un hub del gas russo verso l’Europa è l’ennesimo capitolo della relazione complicata tra Turchia e Russia. L’idea è stata lanciata dapprima alla Russia Energy Week tenutasi a Mosca a metà ottobre. Qui il leader russo ha ventilato unilateralmente la possibilità di trasferire il volume di gas trasportato attraverso Nord Stream, considerato non più sicuro a causa di un presunto sabotaggio, verso la rotta del Mar Nero, per rendere la Turchia il principale hub del gas russo verso l’Europa.

Inizialmente, il governo turco ha reagito cautamente attraverso il Ministro per l’Energia Fatih Dönmez, che ha confermato la fattibilità tecnica del progetto ma ponendo delle riserve, legate a “valutazioni tecniche, legali e commerciali”. Putin però ha rilanciato la sua proposta nel bilaterale di Astana con il Presidente Erdogan, nell’ambito della Conferenza sulle misure di interazione e rafforzamento della fiducia in Asia (CICA), specificando che la costruzione di un hub russo-turco funzionerebbe come piattaforma non solo di fornitura, ma anche di definizione dei prezzi – alla pari del Title Transfer Facility (TTF) di Amsterdam.

È a questo punto che Erdogan ha supportato l’idea di Putin. Dapprima, in una dichiarazione ai giornalisti, ha precisato che il ministro Dönmez sarebbe già al lavoro col suo omologo russo per definirne i lavori, avendo individuato come centro di distribuzione l’area della Tracia, un territorio confinante con Grecia e Bulgaria. Poi, mercoledì 19 ottobre ha confermato l’accordo con Putin in sede parlamentare in un discorso ai membri del suo partito (AKP).

Il progetto, se realizzato, prevedrebbe un ampliamento del già esistente TurkStream, al momento costituito da due condotti che trasportano annualmente 15,75 metri cubi di gas, rispettivamente in Turchia, per le esigenze energetiche interne, e verso l’Europa. L’attuale gasdotto ha la sola funzione di trasportare il gas, laddove gli accordi sui prezzi e sui volumi sono accordati direttamente tra i clienti. L’idea di un hub, invece, implica che la Turchia stessa divenga la piazza e quindi la mediatrice della contrattazione tra la domanda e l’offerta. Per fare ciò, però, sarebbe necessario aumentare i volumi di gas trasportato attraverso il gasdotto fino a circa 60 miliardi di metri cubi: cosa che potrebbe avvenire soltanto se si aggiungessero altri due condotti, oltre a quelli già esistenti.

In realtà, secondo molti esperti, la fattibilità del progetto presenta delle grosse criticità. Innanzitutto, i costi per raddoppiare TurkStream sarebbero molto alti e il tempo necessario ammonterebbe a non meno di cinque anni. Inoltre, vi sarebbe anche l’ostacolo tecnico legato all’acquisto e alla posa dei tubi, attualmente affidati all’italiana Saipem, attività il cui accesso è limitato alla Russia a causa delle sanzioni europee legate alla guerra in Ucraina. Gli alti costi, poi, sarebbero difficilmente ammortizzati, visto il calo della domanda: i Paesi europei si stanno smarcando dalla dipendenza dal gas russo e cercano mercati alternativi per via della guerra in Ucraina, senza considerare il fatto che l’Unione Europea ha avviato dei progetti per la transizione ecologica. Per quanto riguarda quest’ultimo limite, però, l’esperto di energia Aydin Sezer sostiene che la Russia potrebbe concedere una licenza di “ri-esportazione” alla Turchia: in questo caso Ankara contratterebbe il gas russo direttamente con i Paesi europei, in modo tale da eludere le sanzioni e risultare una fonte diversificata di approvvigionamento del gas, almeno sulla carta.

Le ragioni dell’accoglimento della proposta russa da parte turca, comunque, rientrano ancora una volta nei calcoli di politica interna del Presidente Erdogan. Da un lato, egli vuole rassicurare il proprio elettorato circa le paure di un eventuale razionamento del gas in vista dell’inverno: Erdogan non vuole perdere il consenso come accaduto lo scorso gennaio quando, dopo che l’Iran ha tagliato le esportazioni di gas verso la Turchia, la sua popolarità è scesa ai minimi.  Il presidente turco, inoltre, deve arginare la grave crisi economica che sta attraversando il Paese. Da un lato, intende presentare il progetto dell’hub come una grande opportunità di investimento per ravvivare la situazione economica interna. Dall’altro, necessita della Russia come partner commerciale, in quanto fondamentale nei settori dell’energia, del turismo e degli investimenti esteri. Infine, l’idea dell’hub proietta l’immagine di una Turchia al centro del Mediterraneo nelle questioni energetiche, attribuendole un peso geopolitico fondamentale a livello regionale e internazionale, facendo colpo sugli elettori più conservatori e nazionalisti. In questo senso, la dimostrazione di amicizia russo-turca accontenta anche la componente elettorale eurasista, che sostiene un avvicinamento della Turchia a Russia e Cina.

L’equilibrio di Erdogan tra Russia e NATO

Le ragioni economiche e il loro stretto collegamento rispetto al consenso interno sono alla base dell’approccio ambivalente della Turchia nei confronti della Russia a partire dall’inizio del conflitto in Ucraina. Alcuni analisti lo hanno definito unaneutralità pro-Ucraina: da un lato, finora Ankara ha sostenuto Kyiv attraverso la chiusura degli Stretti e l’invio dei droni turchi Bayraktar, denunciando come internazionalmente illegali le azioni di Putin in Ucraina. Al contempo, sebbene membro della NATO, la Turchia non si è però unita alle sanzioni imposte da USA e stati europei a Mosca ed è riuscita a continuare ad effettuare transazioni economiche tramite un sistema di pagamento bancario alternativo, il Mir. Questo ha consentito ad Erdogan di porsi come mediatore nei confronti del conflitto, non solo per dimostrare il peso internazionale della Turchia, ma anche per celare il malcontento europeo e statunitense nei confronti della sua politica.

Con l’inasprirsi della guerra, tuttavia, sembra che gli alleati occidentali non siano più disposti a tollerare tacitamente l’ambiguità di Ankara. Nell’ultimo rapporto del commissario europeo per l’allargamento, Oliver Vàrhelyi, la Commissione Europea ha criticato l’aumento dei volumi degli scambi commerciali tra Turchia e Russia, affermando che ciò mina gravemente l’efficacia delle sanzioni imposte a Mosca. Nel lungo resoconto – circa 150 pagine, la Commissione ha anche posto l’accento sulle nuove regole di ottenimento della cittadinanza turca, che avrebbe aperto le porte agli oligarchi russi e, di conseguenza, creato uno spiraglio per l’infiltrazione russa nell’ambito della sicurezza in Europa. I toni aspri del documento stridono con l’atmosfera di distensione che ha caratterizzato l’incontro tra il Presidente turco e il capo della Commissione Europea Ursula Von Der Leyen ai primi di ottobre in occasione del primo meeting della Comunità politica europea a Praga. Qui, peraltro, si è discusso di una maggiore integrazione proprio in ambito energetico tra UE e Turchia, incluse le questioni riguardanti le energie rinnovabili.

Gli USA pure sono intervenuti in maniera esplicita nell’ambito della sicurezza. Proprio nei giorni successivi all’annuncio dell’hub del gas russo-turco, il governo americano ha inviato in Turchia Elisabeth Rosenberg, funzionario del Tesoro con il ruolo di assistente segretario per il contrasto al finanziamento del terrorismo, per discutere delle sanzioni imposte alla Russia. In particolare, la Rosenberg ha sottolineato l’importanza della partnership turco-americana e ha incontrato una serie di rappresentanti governativi e di attività private con il fine di mettere in guardia il Paese del Mediterraneo contro i rischi dell’evasione delle sanzioni alla Russia. Il Tesoro americano era già intervenuto nelle scorse settimane facendo pressione alle banche e alle attività turche affinché interrompessero l’uso del sistema Mir, nel rispetto delle sanzioni internazionali imposte alla Russia.

Conclusioni

La conferma di Erdogan alla costruzione dell’hub russo-turco, dunque, non ha certo rassicurato i partner americani ed europei, ma sicuramente ne ha attirato l’attenzione, suscitando visite di alto livello nel Paese. Dopo la visita della funzionaria americana Rosenberg, tra il 26 e il 27 ottobre lo stesso commissario Vàrhelyi si è recato ad Ankara per discutere di relazioni commerciali, ma anche di questioni energetiche: non è un caso che nell’annuncio dell’incontro sia stato specificato che Ankara costituisca un “Paese di transito cruciale e affidabile per la sicurezza energetica dell’Europa”.

Queste attenzioni costituiscono uno schiaffo morale per i paesi rivieraschi partner del progetto di gasdotto EastMed – di cui fanno parte, tra gli altri, Italia, Grecia Cipro e Israele, che aveva escluso la Turchia. Il messaggio di Erdogan è chiaro: Ankara sarebbe pronta ad associarsi a Mosca pur di non rimanere isolata in ambito energetico.

In questo senso si può concludere, dunque, che la strategia di Erdogan sia quella di tenere aperte le porte del negoziato economico e commerciale tanto con i Paesi della NATO, tanto con la Russia, per massimizzare il proprio vantaggio, in maniera tale da poter risollevare la disastrosa situazione economica e così recuperare il consenso interno. L’evoluzione della guerra in Ucraina, l’andamento dell’economia interna e gli eventuali mutamenti strategici della NATO definiranno il posizionamento futuro di Ankara, che al momento è quello di un pendolo che oscilla tra la lealtà alla NATO e la cooperazione economica con Mosca, passando attraverso l’ambizione di assumere un ruolo di mediatore internazionale. Ma il meccanismo che regge il sistema è quello della politica interna, soprattutto con l’avvicinarsi delle presidenziali di giugno 2023.

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