Turchia: fischi al minuto di silenzio e una posizione da chiarire

«Lo sport è uno degli strumenti più significativi da usare per la pace e la fratellanza». Le parole di Fatih Terim, commissario tecnico della nazionale turca, suonano ancora più amare alla luce degli episodi dello scorso martedì sera allo stadio che porta il suo nome. In tribuna ci sono, tra gli altri, anche il premier greco Alexis Tsipras ed il suo omologo turco, Ahmet Davutoglu. Le squadre si schierano in campo per osservare un minuto di silenzio con il lutto al braccio. Un simbolo questo, che viene immediatamente svuotato di ogni significato quando dagli spalti si levano prepotentemente fischi e grida che inneggiano ad “Allah akbar”, Dio è grande.

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Un doppio insulto questo: alla memoria delle 129 vittime del 13 novembre a Parigi e a quanti presenti allo stadio erano lì per dimostrare solidarietà e rispetto per quelle morti. Come sempre una doppia anima quella della Turchia, l’anima moderata e laica della società civile, quella Turchia che chiede di entrare a far parte dell’Unione Europea e, dall’altro lato, quella Turchia intollerante, che non accetta di osservare un minuto di silenzio, non per ricordare 129 sconosciuti, ma per dissociarsi da coloro che uccidono in nome di uno stesso Dio. Dai video riportati i fischi non erano affatto isolati, tutt’altro sembravano provenire dalla maggioranza dei presenti allo stadio.

Una partita quella che si è giocata martedì sera che era piena di significati, non solo per la situazione mondiale dopo gli attentati di Parigi, ma anche per le due squadre scese in campo: Turchia e Grecia, nemici storici che per almeno novanta minuti sono avversari leali su un campo di gioco, lasciando da parte ogni divisione politica del passato e del presente. Si manifesta invece in tutta la sua violenza una divisione, un’ostilità che i media hanno sottaciuto, riportata solamente sporadicamente dai quotidiani nazionali. Un silenzio sorprendente, non solo da parte della stampa turca ma anche dei media italiani che nei momenti successivi all’accaduto hanno fatto passare gli episodi in secondo piano.

Lo sport che dovrebbe unire secondo i principi antichi dello spirito olimpico, lo sport che riesce ad avvicinare paesi e nazioni distanti economicamente, culturalmente e religiosamente. Turchia e Grecia agli antipodi ma lì presenti, con i due premier che per una sera mettono da parte i problemi dei rispettivi paesi. Una sera in cui la diplomazia culturale si gioca su un campo da calcio, dove non esistono più confini. La diplomazia culturale che fallisce nella serata di martedì, un’occasione persa in primo luogo dal governo di Ankara che poteva e doveva condannare i fischi e le grida allo stadio, un membro Nato che deve prendere le distanze da quanto sta succedendo, un paese – ponte tra il mondo arabo e quello occidentale – che deve assumere una chiara posizione di condanna verso gli estremismi e anche verso l’Isis. Una squadra che, tra l’altro, con il suo silenzio davanti a questo oltraggio alla memoria, si presenterà agli Europei 2016 di Francia.

Un’occasione utile d’altro canto per riflettere seriamente e coerentemente sul ruolo che la Turchia ha per la geopolitica dell’Europa ora che Hollande chiede un impegno degli alleati occidentali. Un ruolo troppo spesso ambiguo del governo di Ankara che sotto la mal celata veste moderata impone serie limitazioni alla liberà personale, al diritto di cronaca e che lascia passare dal suo territorio non solo uomini ma anche strumenti utili ai terroristi dello Stato Islamico. Forse una partita di calcio non era sufficiente.