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In Turchia è tutto rinviato, ma Erdogan è a un passo dalla vittoria

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Istanbul – Dopo una lunga notte piena di accuse di brogli, risse nei seggi elettorali, richieste di ri-conteggio infinite e ritardi nella registrazione dei voti, l’YSK (Consiglio Elettorale Supremo) ha confermato l’impressione generale: sarà ballottaggio.

Nessuno dei tre candidati è infatti riuscito ad ottenere la maggioranza assoluta necessaria per essere eletti al primo turno. Tutto rinviato al 28 maggio quindi, quando Recep Tayyip Erdoğan sfiderà nuovamente il candidato dell’opposizione Kemal Kılıçdaroğlu. Il Presidente uscente è però riuscito a strappare un’importante vittoria, mantenendo la maggioranza in Parlamento e sfiorando di pochi decimi la maggioranza assoluta per la presidenza, fattori che lo proiettano come il grande favorito a fine mese. Il leader turco è riuscito a ribaltare i sondaggi che lo davano in svantaggio rispetto all’opposizione e che, dopo il ritiro di Muharrem Ince della scorsa settimana, lo davano sconfitto già al primo turno. Se da un lato il fatto che le elezioni vadano al secondo turno è di per sé un importante segnale politico da parte dell’opposizione, dall’altro le prospettive per la presidenza non sono comunque particolarmente rosee. Con il 49.5% di Erdoğan contro il 44.89% di Kılıçdaroğlu, il Presidente sembra veramente ad un passo dalla vittoria il 28 maggio, sensazione rafforzata anche dall’evidente contraccolpo psicologico ricevuto dall’opposizione in queste ore. L’elettorato turco sembra non aver premiato a fondo le scelte politiche del leader del CHP, che per la prima volta ha pubblicamente dichiarato le proprie radici alevite, ha dato il suo sostegno al movimento LGBT e, più di ogni altra cosa, ha stipulato una tacita alleanza con il Yeşil Sol Parti, movimento verde di sinistra a base curda sotto il cui ombrello si era presentato lo HDP. Sui consensi del Partito Repubblicano, potrebbero avere inoltre pesato le promesse di riforme economiche maggiormente austere e l’innalzamento dei tassi d’interesse per far fronte alla gravissima inflazione, conseguenza delle politiche economiche non-ortodosse sostenute da Erdoğan. Sullo sfondo del più grave sisma della storia turca recente, la quasi maggioranza degli aventi diritto ha preferito sostenere la continuità politica rispetto al cambiamento. Certo, alcuni elementi esterni possono aver influito sugli esiti del voto, specialmente l’elevato numero di ore – 32 – dedicato a Erdoğan nella tv di stato turca nell’ultimo mese rispetto ai 32 minuti di Kılıçdaroğlu. Difficilmente però questi fattori possono aver giocato un ruolo decisivo. È stata una notte di passione, in cui l’opposizione ha dapprima rifiutato i risultati riportati dall’agenzia di stampa nazionale Anadolu, che dava Erdoğan in netto vantaggio, asserendo invece di essere avanti su tutta la linea. L’accusa principale portata avanti dal CHP è stata che gli osservatori dell’AKP avrebbero presentato innumerevoli richieste di riconteggio in tutte quelle urne in cui Kılıçdaroğlu sembrava in vantaggio. Se è vero che in questo modo il processo elettorale è stato ampiamente rallentato, i risultati rilasciati dall’YSK sembrano aver sostanzialmente confermato i numeri anticipati sia da Anadolu, sia dall’agenzia di stampa privata Anka, notoriamente più vicina alle istanze dell’opposizione.

Fra i numerosi trend emersi in questa prima tornata elettorale, il più interessante riguarda l’inaspettato exploit dell’estrema destra nazionalista. Nella coalizione di governo, contrariamente alle aspettative, il MHP guidato da Devlet Bahçeli è riuscito a mantenere il 10% in Parlamento, mantenendo sostanzialmente invariati i suoi seggi rispetto al 2015. Il risultato ha quasi dell’incredibile se si pensa che quasi tutti i sondaggi degli ultimi giorni lo davano in caduta libera, a volte sotto il 6%. Altro risultato rilevante è il 5.2% di Sinan Oğan nella corsa presidenziale a fronte del 2-3% a cui lo davano i principali sondaggisti turchi. Il candidato volto dell’ATA İttifakı, ex deputato del MHP espulso nel 2017, aveva portato avanti una campagna elettorale dai toni fortemente nazionalisti, xenofobi e naturalmente anti-curdi. Da sottolineare la sua posizione fortemente favorevole all’espulsione in massa dei milioni di siriani presenti nel paese, agenda condivisa peraltro anche dal MHP e dall’IYI Parti, anche quest’ultimo attestatosi su risultati positivi nonostante le aspettative pre-elettorali non pienamente rispettate. Il fatto che i partiti nazionalisti di destra abbiano ottenuto risultati positivi alle urne la dice lunga su dove e quale sia ancora il vero centro della politica turca. Se è vero che la svolta a sinistra operata dal CHP negli ultimi anni, unita alla condivisione di intenti con i curdi delle ultime settimane, abbia rappresentato un importante passo in avanti per la creazione di una alternativa politico-ideologica, i risultati parlamentari non sembrano aver premiato sufficientemente la strategia di Kılıçdaroğlu. In particolare, se l’apertura ai curdi è risultata decisiva in termini elettorali per forzare un secondo turno, va anche detto che questo ha allontanato l’elettorato di destra dal CHP, aumentando le possibilità di vittoria di Erdoğan al ballottaggio. Saranno infatti con molta probabilità i voti degli elettori di destra a decretare il prossimo Presidente della Repubblica. Per Sinan Oğan, ago della bilancia con il suo 5.2%, due sono le agende da rispettare per ottenere il suo supporto: il rimpatrio immediato dei rifugiati siriani e la lotta al terrorismo di matrice curda. Se per un partito islamista come l’AKP di Erdoğan il rimpatrio forzato e immediato di milioni di rifugiati – per lo più sunniti – rappresenta una violazione dei diritti umani, per il CHP l’alleanza con il partito curdo HDP/YSL, accusato dagli ultra-nazionalisti di destra di essere il braccio politico del PKK, è un qualcosa di imprescindibile. Buona parte del 45% ottenuto da Kılıçdaroğlu proviene proprio da quelle province curde del sud-est. L’impressione è che, posto davanti a una scelta del genere, l’elettorato di Oğan potrebbe propendere maggiormente per Erdoğan, visto come il male minore. Altrettanto interessante è il comportamento di voto nelle province afflitte dal sisma dello scorso febbraio. Contrariamente alla narrazione diffusa tanto in Turchia, quanto all’estero, il tragico terremoto con epicentro nella regione di Kahramanmaras sembra apparentemente non aver influito negativamente sui consensi del Presidente. Il leader turco è infatti risultato netto vincitore in ben 6 delle 9 province interessate dal sisma, mentre ad Hatay il testa a testa con Kılıçdaroğlu è stato serratissimo. Questo trend dimostra nuovamente che, dinanzi alla scelta fra cambiamento e continuità e nonostante le critiche mosse alla gestione della crisi nei giorni immediatamente successivi, la popolazione terremotata abbia scelto di dare nuovamente fiducia a Erdoğan. Non sono però mancate le accuse legate al corretto svolgimento del voto in queste regioni: il capo della delegazione dell’OSCE Farah Karimi si è detta sconcertata dal fatto che l’affluenza alle urne nelle regioni terremotate sia stato profondamente inferiore rispetto alle precedenti elezioni, a dimostrazione del fatto che molte persone non hanno potuto votare. Al netto di critiche e accuse, l’ottima affluenza alle urne – 88.92% – rappresenta un forte segnale di vitalità per la democrazia turca in una fase storica fondamentale per le sorti del paese.

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