Turchia e UE nei Balcani occidentali

L’Unione Europea dimostra una diversità di vedute sul processo di adesione di alcuni Stati, lasciandoli in un’incertezza che potrebbe danneggiarla. Una Grecia dal rinnovato atlantismo cerca di imporsi quale pilone continentale di ponti gasieri che partono da Oriente. La partita in atto, giocata nell’interdipendenza funzionale degli attori regionali, ha interessanti risvolti economici tanto nel campo infrastrutturale quanto in quello energetico. La Turchia ritaglia per sé un ruolo antagonistico e molto sofisticato.

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Turchia

La Turchia assume nell’intera area balcanica una policy parzialmente diversa da quella presa altrove, giocando quale soft player in Paesi quali la Serbia, la Romania e la Bulgaria e quale potenza islamica o punto di riferimento culturale in Paesi dove esistano importanti minoranze turche o musulmane, quali la Bosnia, l’Albania e la Macedonia settentrionale. Ankara è ben consapevole dell’appeal che l’appartenenza alla NATO suscita in alcune aree, e sfrutta con accortezza la propria doppia identità di ex potenza ottomana e membro dell’Alleanza Atlantica.

Dal punto di vista dell’equilibrio delle influenze, la Turchia gioca una partita sofisticata e di valore anche per mezzo della cooperazione internazionale. L’Agenzia per la cooperazione e lo sviluppo (TIKA) ha aperto uffici in Albania, Bosnia e Serbia, e fornisce aiuti per promuovere e proteggere l’eredità ottomana nei Balcani, anche al fine di sostenere le minoranze islamiche (non deve tacersi il fatto, però, che TIKA sta svolgendo un’opera di sostegno alla restaurazione di luoghi di culto anche non islamici, quali la Chiesa di San Giorgio di Tumanovo). Obiettivo della Turchia è infatti quello di preservare l’identità di comunità a sè correlate da legami di carattere storico, le cosiddette akraba toplulukları.La linea ufficiale dell’Agenzia (e quindi, lato sensu, dell’Esecutivo di Ankara) è quella di svolgere un’azione non solo di tipo economico, ma anche di tipo sociale e culturale, al fine di incrementare “consapevolezza e stabilità”. Le attività assistenziali svolte da TIKA sono di carattere sanitario per il 45,5%, amministrative per il 20.49%, 15.81 per l’istruzione, per il 14.78% culturali e di restaurazione e per il 3.45% per la sanificazione delle acque.

Allo stesso tempo, Ankara è diventata una fra le maggiori fonti di investimenti esteri diretti, creando catene del valore di natura tanto industriale quanto finanziaria, logistica e delle comunicazioni. I commerci fra la Turchia e la regione dell’Europa sud-orientale sono quasi decuplicati nell’arco di poco meno di un ventennio, passando dai 364 milioni di euro del 2002 ai 3 miliardi nel 2016.

Dal punto di vista politico, oltre che sulla Bosnia la Turchia potrà agire su Albania e Macedonia del nord con efficacia nel momento in cui Bruxelles dovesse sembrare chiudere la porta all’accesso a questi Stati. Interessante è un inciso che può leggersi nel sito ufficiale dell’agenzia TIKA, secondo la quale i Balcani sarebbero il focus di una strategia segreta riguardante nuove rotte energetiche e la competizione delle grandi Potenze. L’Agenzia addita come “propaganda nera” quella che accusa la Turchia di aumentare la presenza di elementi terroristici nella Regione, già provata da una fragile struttura multietnica.

I Balcani sono chiaramente, per la Turchia, uno dei territori di massimo interesse strategico in accordo con quella dottrina che appartiene alla filosofia del Governo di Ankara sin dallo shift in politica estera che il Paese ha vissuto rispetto alle precedenti esperienze laiciste, dato che si tratta di territori precedentemente appartenenti all’Impero ottomano. Sebbene la dottrina Davutoğlu abbia dovuto, nel corso del tempo, modificarsi adattandosi ad una realtà incompatibile con le prospettive del proprio autore, e quindi trasformarsi in base a diversi elementi di contesto in divenire, l’asse politico con Sarajevo resta imprescindibile per realizzare l’obiettivo di esercitare un’influenza nel giardino di casa europeo, alternativa a quella di Bruxelles. Nello scorso decennio, una Turchia ancora fiduciosa di un ingresso in Europa conduceva una policy balcanica non confliggente, per se, con la scelta europeista dei Paesi della regione, ma l’esito niente affatto scontato del processo di adesione della Turchia suggerisce ora differenti possibili conseguenze della relazione fra la regione, Ankara e l’Europa. 

Unione Europea

L’Unione Europea rappresenta un unicum fra gli attori internazionali interessati ad estendere la loro presenza nella penisola: l’eterogeneità di vedute dei singoli Stati membri rischia infatti di minare la possibilità di definire in maniera chiara un’agenda di adesione. Albania, membro NATO dal 2009, e Macedonia del Nord, aspirante membro, desiderano iniziare i negoziati nell’immediato futuro. Il veto francese (appoggiato da Danimarca e Paesi Bassi. La Francia aveva già assunto la stessa posizione, insieme ai Paesi Bassi, nel 2018) dell’ottobre scorso aveva bloccato l’apertura dei negoziati di accesso dei due Paesi all’Europa, in contrapposizione al supporto politico di Germania ed Italia.

Dietro la posizione francese, motivata dalla necessità di attendere un momento più maturo, si cela il timore che l’apertura di Bruxelles a membri ancora interessati da processi di riforma in fieri, appartenenti ad una regione tormentata quale quella balcanica, possa rappresentare una sfida di dimensioni troppo importanti per una Unione la cui governance (ancora basata sul principio di unanimità e priva di una effettiva gestione unitaria ed efficace di politica estera) abbia già raggiunto un equilibrio di difficile tenuta già in una gestione a 27.

Conclusioni

L’Albania, il Kosovo e le minoranze albanesi nella Macedonia del nord assumono nei Balcani occidentali le posizioni di maggiore apertura verso l’Occidente (qui inteso come NATO ed Unione Europea). Le tensioni sociali fra minoranze etniche nord-macedoni e la presenza di nidi di jihadismo al confine col Kosovo, che avevano provocato scontri con le Forze di sicurezza nord-macedoni nella Provincia di Kumanovo nel 2015, costituiscono una linea di frattura da rimarginare per permettere alla Macedonia del nord, a sua volta fortemente orientata verso Bruxelles, di entrare con serenità e pace sociale in una più stretta relazione con l’Albania nel processo di integrazione economica, tanto regionale quanto europea. Progetti infrastrutturali comuni ideati sul modello Schengen di libera circolazione potrebbero rappresentare un interessante boost in proposito. Il consolidamento delle Imprese italiane nell’area, già iniziato da un decennio, si realizzerà nella sua pienezza se il Paese continuerà a farsi promotore del processo di adesione all’Unione dei due Paesi, in modo tale da perfezionare quei percorsi di evoluzione legislativa necessari per prepararli ad affrontare i mercati continentali.

La Serbia, pur impegnata in un percorso di normalizzazione dei rapporti con l’Albania e con un Kosovo che non riconosce dal punto di vista politico, dovrà mediare con le istanze di una Russia interessata a mantenere la propria influenza nella regione e con quella parte di opinione pubblica (elettorato) a questa simpatetica, nella quale le istanze nazionalistiche si fondono coi ricordi dei bombardamenti del 1999. Il naturale contrappeso della Russia non appare però essere l’Europa, politicamente molto debole, ma certamente la presenza NATO. A sollevare i timori di Mosca, alcune scelte che il Governo Vucic ha preso nei confronti dell’Alleanza Atlantica. Belgrado presenta i progetti di integrazione economica regionale come non escludenti la conservazione del forte, e storico, legame con Mosca.

La Turchia gioca un ruolo possibile protettore nel senso tanto di Potenza islamica quanto di membro NATO, a seconda del Paese di riferimento, con una forte propensione ad agire attraverso soft power (cooperazione umanitaria e culturale) ed economia (investimenti massicci nell’ energia – TANAP – e logistica). Un rapporto di speciale vicinanza col Premier bosniaco ed una forte attenzione verso le minoranze islamiche sono la leva maggiormente usata da Ankara per consolidarsi nella regione.

Quella del “viaggiare su due binari”, ovvero del porsi a cavallo fra diversi centri di influenza, sfruttando i benefici di entrambi, è elemento comune a diversi attorei dell’area, e genera una condizione di interdipendenza funzionale la cui esistenza è possibile fino a che la Turchia resterà candidato membro dell’Unione Europea.


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Dato che il processo è in stallo su diverse questioni, bisogna interrogarsi sulla possibilità che Ankara, dimostrando capacità di tenuta politica, possa diventare, facendo perno su Sarajevo e su Tirana e Skopje (se rigettate dall’Europa) un polo di attrazione alternativo a Bruxelles, minando in modo significativo quel bilanciamento di influenze che ora costituisce il maggior spazio di manovra proprio per l’Unione.

Francesco Petrucciano,
Università degli Studi di Roma “Tor Vergata”