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TematicheMedio Oriente e Nord AfricaTurchia e Iran: storia di una convivenza forzata

Turchia e Iran: storia di una convivenza forzata

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Ad un’analisi attenta, la teocrazia di Teheran e la democrazia illiberale di Ankara possiedono molte più affinità rispetto all’apparenza: due istituzioni governative sorte da momenti rivoluzionari, hanno trovato risposte differenti al conflitto latente tra le spinte secolari e l’onnipresente sostrato religioso. Turchia e Iran condividono non solo l’eredità e la responsabilità dei grandi imperi da cui discendono, ma anche un rapporto ambiguo con le potenze globali che si interessano della loro regione. Spinte dalla volontà di confermarsi come poteri regionali indiscussi, entrambe estendono il proprio slancio egemone nella regione loro prossima, sovrapponendo inevitabilmente le reciproche sfere di influenza.

La confusa scacchiera dello scenario geopolitico mediorientale poggia su una manciata di incontrovertibili verità: i pilastri del suo ordine e disordine. Se ognuno combatte e vince solo per sé, Turchia e Iran ne sono ben consapevoli; il rapporto instabile che ne deriva è dettato dalle necessità puntuali di ciascuno, attraversando fasi ascendenti e discendenti in base alle realtà politiche e internazionali del momento. La storia dei loro rapporti diplomatici dell’ultimo secolo ben esemplifica la capacità di due Paesi con un’eredità millenaria di gestire i propri bisogni contingenti, nell’ottica di una convivenza forzata. 

Nel corso dei secoli, gli imperi che hanno dato i natali alle attuali Repubbliche di Turchia e Islamica dell’Iran, costretti a condividere il territorio mediorientale, hanno sviluppato un cauto equilibrio di tiepidi rapporti diplomatici volti a evitare lunghe e logoranti guerre. La rivoluzione islamica del 1979 in Iran rappresenta una svolta decisiva nelle relazioni turco-iraniane: il ritiro da organizzazioni comuni come la CENTO e l’abbandono delle visite ufficiali arrestarono bruscamente le prudenti relazioni tra i due Paesi. Con la rivoluzione promossa dal gruppo di ferventi religiosi sotto la guida dell’Ayatollah Khomeini e l’istituzione della Repubblica Islamica dell’Iran, i costumi occidentali e la partecipazione nell’alleanza atlantica da parte della Turchia si confermarono come l’antitesi delle “riforme” laiche e occidentalizzanti annullate in Iran, e i due Paesi si stabilizzarono su binari paralleli. 

La discrepanza ideologica tra il regime islamico iraniano e la repubblica turca laica e filoccidentale ha tormentato le relazioni bilaterali tra i due Paesi nel corso degli anni ‘80 e ‘90. Durante questo periodo, le preoccupazioni del governo di Ankara aumentarono relativamente alla minaccia percepita del crescente attivismo islamista, considerata come un grave pericolo alla sicurezza nazionale turca oltre che potenzialmente destabilizzante per i territori confinanti, come tra i ranghi jihadisti e dei separatisti curdi, una problematica ancora attuale nel sud-est della Turchia. All’interno di questo contesto precario, gli allineamenti strategici opposti dei due Paesi hanno notevolmente amplificato le preoccupazioni di entrambi in merito alla propria sicurezza. 

È stato con la vittoria elettorale del 2002 del Partito della Giustizia e dello Sviluppo (AKP), fondato nel 2001 dall’attuale presidente turco Recep Tayyip Erdoğan, che i rapporti con il vicino Iran hanno assistito ad un cauto riavvicinamento. Certamente l’orientamento islamista del partito ha favorito una prudente distensione della politica estera verso i Paesi islamici, precedentemente frenata dalla vicinanza dell’approccio saldamente ancorato all’Occidente: con lo sviluppo di una politica estera più multidimensionale e proattiva, il nuovo governo si è maggiormente impegnato nel miglioramento delle relazioni con i vicini mediorientali. La politica “zero problemi con i vicini” promossa dall’ex Ministro degli esteri Ahmet Davutoğlu ha portato al consolidamento di relazioni più cooperative tra la Turchia e i Paesi limitrofi: con l’istituzione di consigli strategici ad alto livello con i vicini, la Turchia ha stabilito l’intento di risolvere le dispute regionali tramite il dialogo. Da parte sua, invece, l’Iran ha percepito la presa di potere dell’AKP come un esempio dell’ascesa dell’islamismo in Turchia, e ha desiderato un ristabilimento delle relazioni diplomatiche. La mutata prospettiva da entrambe le parti è confermata dalle numerose visite di stato di Erdoğan a Teheran, dove le parti hanno reiterato la necessità di rafforzare le loro relazioni economiche e la cooperazione in materia di sicurezza, soprattutto per combattere il terrorismo e preservare l’integrità irachena a seguito dell’invasione americana. La mutata politica estera turca è stata confermata non solo da una sorta di riallineamento presso le istituzioni internazionali, come nel giugno 2010 quando il governo turco ha opposto una nuova serie di sanzioni ONU contro l’Iran, ma anche da una certa prontezza nel prestarsi a loschi stratagemmi, come nel caso della condanna della banca turca Halkbank trovata colpevole negli Stati Uniti per aver riciclato denaro iraniano ed aver permesso l’evasione delle sanzioni americane.  

Con le scosse prodotte dalla Primavera Araba dopo il 2011, la competizione per la stabilità dei Paesi limitrofi ha tuttavia visto Ankara e Teheran possedere meno punti in comune rispetto al previsto. Quando le ondate di proteste antiregime raggiunsero la Siria nel marzo 2011, Turchia e Iran adottarono politiche opposte: se il governo turco si schierò con i movimenti di opposizione, Teheran appoggiò il dittatore Bashar al-Assad. Il conflitto siriano è divenuto motivo di tensione a causa dell’allargamento delle zone di influenza da parte degli attori in gioco. Man mano che il regime di Assad ha ristabilito gradualmente il suo controllo territoriale, l’influenza iraniana in Siria è aumentata, mentre Ankara ha espanso la sua autorità in modo diretto o indiretto nelle aree più isolate nella Siria settentrionale. L’avvicinamento delle sfere di influenza ha notevolmente aumentato il potenziale di tensione, creando il bisogno di occasioni di dialogo e distensione. Avviato da Iran, Russia e Turchia, il processo di pace di Astana del 2017 si è rapidamente tramutato in un quadro per prevenire il conflitto tra i partecipanti, operando una divisione delle rispettive zone di influenza. L’interruzione nella cooperazione tra Ankara e Teheran tra il 2011 e il 2017 ha tuttavia provocato un arresto nell’altalenante coordinazione delle azioni militari dei due Paesi nel nord dell’Iraq e un generale peggioramento nelle condizioni di sicurezza della regione nel tripunto del confine Turchia-Iran-Iraq. 

Le condizioni sfavorevoli tra i due Paesi persisterono fino al 2016 quando le nuove dinamiche emerse in Medio Oriente a seguito della Primavera Araba hanno costretto entrambe le capitali a riconsiderare le loro politiche regionali. Con la disgregazione del fronte dei gruppi di opposizione al regime di Assad, la Turchia ha dovuto abbandonare la speranza di rovesciare il regime e si è concentrata sull’eliminazione dell’autonomia curda e dei gruppi jihadisti germogliati nel caos della guerra civile, il cui maggior esponente è rappresentato dallo Stato Islamico (IS). La nuova fase distensiva dei rapporti tra Ankara e Teheran si è attuata nella coalizzazione contro il referendum curdo in Iraq del 2017, e i due Paesi hanno continuato sulla strada di una cauta cooperazione per la gestione dei problemi comuni, che perdura in maniera traballante fino ad oggi.  

La convivenza forzata di Turchia e Iran nella regione mediorientale si ripropone, decennio dopo decennio, come un enigma da dover decifrare separatamente: punti di frattura si trasformano rapidamente in punti di consenso al mutare delle realtà interne ed internazionali di entrambi. L’alternanza tra fasi ascendenti e discendenti nelle relazioni diplomatiche è auspicabile che proceda immutata anche nei prossimi decenni, come due potenze regionali troppo influenti per ignorarsi e per farsi la guerra. La complicazione ulteriore a seguito del conflitto a Gaza iniziato ad ottobre 2023 potrebbe aprire a nuovi scenari di instabilità nei rapporti tra Ankara e Teheran, l’una ambigua e dubbiosa sotto l’egida atlantica, mentre la seconda nemica giurata di Israele: ancora una volta gli affari internazionali potrebbero compromettere il cauto equilibrio degli eredi dei grandi imperi mediorientali. 

Martina Canesi

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