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TematicheMedio Oriente e Nord AfricaTurchia e Azerbaigian a braccetto nel Nagorno-Karabakh

Turchia e Azerbaigian a braccetto nel Nagorno-Karabakh

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Covata tra le valli del Caucaso meridionale, la miccia del conflitto nel Nagorno-Karabakh è stata nuovamente accesa lo scorso settembre: la violenza tra armeni e azeri ha visto i rispettivi militari impegnati in vere e proprie attività di pulizia etnica nell’isolata regione di confine, teatro di guerra per più di quarant’anni. La reazione turca e gli attori internazionali coinvolti nella vicenda dimostrano come gli interessi per il Nagorno-Karabakh siano mutati con l’evoluzione del quadro geopolitico mondiale, evidenziando il coinvolgimento della Turchia.

Le tensioni nel Nagorno-Karabakh sono da considerarsi come un corollario del crollo dell’Unione Sovietica: tra il 1988 e il 1994 infatti, le neonate Repubbliche di Armenia e dell’Azerbaigian combatterono una serie di estenuanti battaglie per la regione montuosa. La coesistenza dell’etnia azera e armena, non problematica fino a quel momento, divenne il motivo della guerra che si concluse con il controllo armeno di ampie porzioni di territorio e che costrinse all’esodo di massa gran parte della popolazione azera. Il conflitto si stabilizzò per una trentina d’anni con l’istituzione di uno Stato di fatto indipendente e sotto il controllo dell’etnia armena, fino a che l’Azerbaigian non promosse un’offensiva militare nel 2020 che ridusse notevolmente i territori controllati dall’Armenia.

L’influenza russa nella regione è servita a garantire un contesto comune in cui poter gestire le fasi successive al conflitto. Il successivo accordo di cessate il fuoco, mediato dalla Russia dopo 44 giorni di offensiva azera, prevedeva la presenza di 1.960 peacekeepers russi nella regione, anche nei pressi del Corridoio di Lachin, l’unica autostrada che collega la regione separatista all’Armenia e che in precedenza era controllata dalle forze armene. Poiché la capacità russa di mantenere lo status quo si è ridotta notevolmente con lo scoppio della guerra in Ucraina, l’Azerbaigian si è mosso per assumere il controllo della regione tramite azioni di disturbo lungo il Corridoio. La situazione è precipitata il 18 settembre 2023, quando il governo di Baku ha annunciato che le sue forze armate erano impegnate in “attività antiterroristiche locali” all’interno del Nagorno-Karabakh. La ridotta presenza della Russia nel contesto del Caucaso meridionale ha provocato un’esacerbazione delle tensioni politiche e ha spinto altri attori internazionali a cercare di riempirne il vuoto: all’interno di questo contesto è da leggere l’azione turca, sempre più coinvolta nelle vicende della regione.

Il legame politico, sociale, economico e militare tra Turchia e Azerbaigian ha visto una crescita costante a partire dal riconoscimento ufficiale della repubblica caucasica nel 1992 da parte di Ankara, e i due Paesi hanno investito considerevolmente sia a livello diplomatico che strategico nella partnership nell’ultimo decennio. In tale contesto, nel 2021, i due Presidenti hanno firmato la Dichiarazione di Şuşa, volta a razionalizzare e valorizzare la cooperazione politica, economica e militare tra i due Paesi e non solo: il documento include una clausola di mutua difesa, riportando che un attacco ad uno dei due verrà considerato come un attacco ad entrambi. Il vincolo inserito nella Dichiarazione dimostra un deciso cambio nelle priorità geopolitiche dell’Azerbaigian, da associare ad un sorpasso della storica alleanza con la Russia.

Per comprendere la vicinanza strategica tra Turchia e Azerbaigian, è necessario prendere in esame le politiche sostenute dal governo di Ankara per la promozione dell’appartenenza all’etnia turca. Nel caso del Caucaso meridionale, l’identità collettiva ha fortemente influenzato la reciproca politica estera e si è basata su una serie di diversi fattori condivisi che si riconoscono principalmente nella religione e nella lingua. La Turchia e l’Azerbaigian, infatti, hanno un’identità simile, ovvero quella di essere Paesi con una concezione laica ma a maggioranza musulmana, e di etnia turca, e sul substrato culturale condiviso hanno costruito la reciproca vicinanza. I due Paesi, inoltre, sono anche geograficamente molto vicini, a differenza del Kazakistan o dell’Uzbekistan che pure parlano turco ma che si trovano fisicamente divisi dal Mar Caspio. La somma di questi fattori ha contribuito alla creazione delle relazioni di amicizia “speciali” tra Turchia e Azerbaigian. Ma non solo. La dipendenza della Turchia da fonti di energia esterne contribuisce non solo al deficit di bilancio di Ankara, ma ha portato alla necessità di sviluppare una politica di diversificazione energetica. Nel contesto di un progressivo decoupling dalle ingenti (e sanzionate) importazioni di gas russo, Ankara si è impegnata nella consolidazione dei rapporti con altri esportatori di energia, tra cui emerge l’Azerbaigian: Baku è infatti un importante produttore di petrolio e gas a livello mondiale, gran parte del quale viene esportato.

L’allineamento tra i due Paesi, dunque, non è da leggere solo nei termini delle politiche del “pan-turchismo”, ma anche contestualmente al successo strategico derivante per la Turchia a seguito della vittoria azera nel Nagorno-Karabakh. L’Armenia ne risulta danneggiata non solo territorialmente, ma teme anche il potenziamento dei corridoi di trasporto commerciale ed energetico tra Azerbaigian e Turchia: il progetto del corridoio Zangezur, infatti, faciliterebbe il commercio tra i due partner economici e difensivi tramite un’exclave azera situata a sud-ovest dell’Armenia. La realizzazione del progetto consentirebbe di stabilire legami commerciali diretti attraverso il Nakhchivan, avverando la visione del presidente turco Recep Tayyip Erdogan di unire il mondo turco. Per lo stesso motivo, la Turchia sostiene inoltre il progetto dell’Azerbaigian di costruire una ferrovia da Horadiz, in Azerbaigian, a Kars, in Turchia, che attraverserebbe 25 miglia di territorio armeno, e per questo ostacolata dall’Armenia. I progetti della costruzione di corridoi di trasporto nell’area del Caucaso fanno parte della strategia più ampia del “Middle Corridor”, dove la nuova rilevanza dell’Asia centrale ed il Caucaso deriva dall’interruzione della connettività tra Europa ed Estremo Oriente lungo il corridoio settentrionale che attraversa la Russia a seguito del conflitto in Ucraina e delle sanzioni occidentali. Le nuove opportunità colte da Ankara sono conseguenti al declino della presenza russa nella regione, e la rinnovata partnership con l’Azerbaigian è da leggere nel contesto della progressiva rilevanza delle rotte commerciali attraverso il Caucaso.

Nello scenario del Caucaso meridionale, il consolidamento dei rapporti tra Baku e Ankara risulta speculare anche ad un progressivo disimpegno militare russo nella regione: la Russia è stata fortemente indebolita dal rifiuto di difendere l’Armenia, sua alleata di trattato, ed il primo ministro armeno Pashinyan ha criticato pubblicamente l’inaffidabilità russa. Successivamente, le relazioni tra i due hanno continuato a peggiorare: dopo la morte di cinque peacekeepers russi in uno scontro accidentale con militari azeri, il 5 ottobre 2023, la Russia ha ritirato ufficialmente la loro presenza nel Nagorno-Karabakh. Il disimpegno russo, tuttavia, non è stato soddisfatto da un aumento della presenza europea nella regione: l’attività diplomatica dell’Unione europea è stata infatti insufficiente per garantire una prospettiva pacifica di lungo termine alla vigilia delle violenze dello scorso settembre. L’incapacità europea è certamente motivata in parte dal dilemma presentato dalla questione delle forniture energetiche in arrivo dall’Azerbaigian: a seguito della firma il 18 luglio 2022 del Memorandum d’intesa tra Bruxelles e Baku, la capacità del gasdotto del Corridoio meridionale sarà raddoppiata entro il 2027. Parallelamente, il disimpegno russo e l’incapacità europea sono stati superati dall’abilità turca: oltre che condurre esercitazioni militari congiunte in Azerbaigian, la cooperazione militare tra Ankara e Baku si è fortificata negli scorsi anni a seguito della vendita e impiego di droni turchi da parte dell’esercito azero. L’interdipendenza dei due Paesi funge da dimostrazione per l’assoluta rilevanza dei loro rapporti nel contesto del Caucaso meridionale.

Nel contesto frammentato del Nagorno-Karabakh, dunque, la Turchia si è riuscita a presentare come un attore geopolitico di punta nel vuoto lasciato dagli altri protagonisti in campo. Tramite un partenariato strategico basato sulla comune identità culturale con l’Azerbaigian, i due Paesi sono riusciti a proporsi come i vincitori del gioco del Caucaso meridionale, dimostrando ancora una volta come la Turchia di Erdogan sia in grado di capitalizzare dal disinteresse delle altre potenze in regioni strategiche.

Martina Canesi

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