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#Turchia2023Le relazioni turco-europee tra elezioni e disordine globale. Modus...

Le relazioni turco-europee tra elezioni e disordine globale. Modus vivendi o cambio di passo?

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Il prossimo 14 maggio 2023, la popolazione turca si recherà alle urne per eleggere il nuovo Presidente e il nuovo Parlamento. Definite le elezioni più importanti del 2023, rappresentano un momento di svolta per il futuro dello stato turco, con enormi implicazioni istituzionali, sociali ed economiche. Nondimeno, le elezioni, e in particolare il voto presidenziale, avranno un impatto significativo sulle relazioni di Ankara con i suoi tradizionali alleati occidentali. In questo senso, comprendere il ruolo e la rotta di una tale media potenza rimane di cruciale importanza anche per gli interessi del quadrante europeo e dell’Unione Europea stessa. Con una consapevolezza: fronte a qualsiasi risultato, un automatico radicale cambio di passo della politica estera turca è tutt’altro che scontato. Pertanto, le relazioni Turchia-UE molto dipenderanno, dopo anni di deterioramento, anche e soprattutto dal modo in cui gli stessi partner europei saranno in grado di arrivare a una nuova volontà politica comune e lungimirante.

In un’epoca in cui l’ordine liberale globale appare più in crisi che mai, il vincitore di questa tornata dovrà altresì fare i conti con la difficoltà di determinare la direzione strategica del paese in un momento di elevata incertezza e continui sconvolgimenti in molteplici contesti di elevato interesse per la Turchia, dall’Ucraina al Sudan. Sebbene in molti vedano un nuovo mandato del Presidente Erdoğan e della coalizione a guida AKP (Partito della Giustizia e Sviluppo) frapporsi tra ulteriori sfide, toni inaspriti e un mantenimento dello status quo, la realtà deve piuttosto fare i conti con un assunto fondamentale. Ossia, in particolare sullo sfondo delle implicazioni del conflitto russo-ucraino e di un generale riassestamento del sistema internazionale, la Turchia rimarrà in ogni caso un interlocutore cruciale per l’UE su molte questioni – tra cui la migrazione, l’energia e la sicurezza regionale – ma con una postura difficilmente retroattiva ai principi dell’europeizzazione dei primi anni Duemila. Infatti, per quanto l’opposizione sottolinei come una propria vittoria potrebbe portare a un ripristino dei legami all’“epoca d’oro”, va riconosciuto come sia tutt’altro che automatico e immediato assistere a un diametrale cambio di rotta sulle scorie dell’ultimo decennio e sull’onda di un attivismo geopolitico di cui, aldilà di limiti e pericoli, Ankara potrebbe difficilmente volervi rinunciare tout court.

Il declino delle relazioni con l’UE e la “nuova politica estera turca”

Sebbene la Turchia sia uno dei vicini più importanti dal punto di vista strategico dell’UE, le relazioni bilaterali hanno vissuto su un costante filo di crisi negli ultimi anni. Da un lato, in particolare dopo il fallito golpe del 2016, la Turchia ha incontrato critiche corali dall’Europa per una sua “marcia indietro su democrazia e libertà civili”. In concomitanza, la politica estera più proattiva e la ricerca di una maggiore autonomia strategica di Ankara hanno posto i rispettivi interessi geopolitici su binari opposti. Questo aspetto è reso evidente dalle dispute per le operazioni navali turche nel Mar Egeo e nel Mediterraneo Orientale, le operazioni militari  in Siria e Iraq, nonché un più generale senso di sfiducia dovuto alla percezione dei tradizionali alleati occidentali di una Turchia “a metà strada tra Oriente e Occidente”.

Dall’altro lato, il congelamento ufficiale dei negoziati di adesione da parte dell’UE nel 2018 – sebbene fossero già in fase comatosa – dimostra come le difficoltose relazioni bilaterali derivino anche da come la Turchia stessa avverta la scarsa coerenza della postura europea. In primis, i negoziati di adesione, iniziati nel 2005, si sono rapidamente arenati per l’approccio ambiguo dell’UE riguardo la decennale questione di Cipro e per la decisione di alcuni Stati membri di bloccare l’apertura dei capitoli negoziali per motivi politici. Per quanto l’accordo sulla migrazione del 2016 sembrò riavviare i legami, ha piuttosto segnalato nel tempo un mutamento  della natura stessa delle relazioni bilaterali, in cui è emerso un approccio transazionale basato su questioni a breve termine e sulla cooperazione in capitoli specifici, il quale ha definitivamente sostituito il precedente quadro istituzionalizzato. Il tutto reso manifesto dal fatto che dal novembre 2018 non si siano svolti vertici, dialoghi ad alto livello in tema di politica di sicurezza e di difesa comune, energia, economia e trasporti.

In aggiunta, il raffreddamento delle relazioni transatlantiche nell’era Trump, il progressivo disimpegno statunitense da vari quadranti geopolitici e una crescente percezione di alleanze alternative rispetto a un “Occidente in declino” e disallineato rispetto all’interesse nazionale turco hanno facilitato l’adozione da parte turca di una politica estera più autonoma e assertiva. Un processo divenuto ancor più palese dopo l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia, in cui Ankara ha dato scelto una propria posizione d’intermezzo – definita active neutrality – volta a massimizzare i propri obbiettivi. Da un lato, la Turchia si è allineata al blocco euroatlantico nel condannare l’invasione russa, sostenendo l’integrità territoriale di Kiev e soprattutto beneficiando dell’export dei propri armamenti militari (si pensi ai celebri droni Bayraktar). Al contempo, però, il governo turco non ha abbracciato un’aprioristica linea anti-Russia, rifiutando di aderire alle sanzioni occidentali e proponendo piuttosto un ruolo centrale della Turchia nella tentata mediazione di pace nei primi giorni della guerra e nella successiva negoziazione dell’accordo sul grano. 

Se certamente è possibile rintracciare una logica identitaria e un preciso retroterra politico legato alla visione geopolitica dell’attuale governo, è altrettanto utile rimarcare come sia lo scetticismo verso gli alleati occidentali che l’ambizione per una visibilità della Turchia nello scacchiere globale siano tanto tratti trasversali nello spettro politico turco quanto prodotto di un processo irreversibile di alterazione del sistema internazionale. In tal senso, il configurarsi di un sistema multipolare e l’accresciuta percezione di minacce parallela a nuovi spazi di manovra sono fattori che aiutano a comprendere, aldilà della leadership al potere, la postura di una media potenza come la Turchia.

La proposta delle opposizioni

In chiave elettorale, le dinamiche sopra evidenziate si traducono concretamente nell’evidenza per cui l’opposizione non sia sinora riuscita a offrire un programma che possa considerarsi come una reale alternativa a quello del blocco al potere. In generale, è senza dubbio evidente che la compagine guidata dal partito repubblicano di centrosinistra CHP (Partito Popolare Repubblicano), raccolga anime sociopolitiche tra loro eterogenee – dall’Iyi Parti (Buon Partito) ai fuoriusciti dall’AKP. Da un lato, la sicurezza e la politica estera sono state generalmente aree in cui le coalizioni di opposizione in Turchia  non sono riuscite a generare un programma comune. Dall’altro, sembra che il Tavolo dei Sei abbia deliberatamente preferito non concentrarsi su questioni di politica estera nell’agenda comune per almeno due motivi. In primo luogo, si sono registrate divergenze significative negli approcci di alcuni partiti dell’opposizione, tali per cui esasperare la ricerca un consenso sulle questioni di politica estera avrebbe ottenuto il risultato opposto, indebolendo il blocco al suo interno nonché la credibilità rispetto agli elettori indecisi. In secondo luogo, credenza comune nella classe politica turca è quella che la materia estera abbia un effetto molto limitato – se non addirittura nullo – sul comportamento di voto dell’elettorato, in particolare laddove il fulcro è tutto sul calmierare estenuanti condizioni economiche.

Sebbene vi siano ancora seri interrogativi sulla possibilità che il “Tavolo dei sei” partiti dell’opposizione possa perseguire una politica estera comune – e, in caso affermativo, in che misura sarebbe diversa da quella del governo – vi sono significative convergenze tra loro su come dovrebbe cambiare la politica estera della Turchia. Leggendo il loro programma elettorale, tra queste emergono: l’abbandono della personalizzazione della politica estera e la sua “re-istituzionalizzazione”; il riconoscimento dell’allineamento occidentale della Turchia e l’abbandono del perseguimento di orientamenti strategici non occidentali; la continuazione di relazioni equilibrate con la Russia e la Cina che non mettano a repentaglio gli impegni dell’alleanza; la riconferma della candidatura della Turchia a membro a pieno titolo dell’UE; la necessità di concentrarsi sulla riparazione della situazione dei diritti umani in Turchia. 

In apparenza radicali, tali convergenze apparirebbero in grado di aprire la strada a modifiche sostanziali nell’approccio alla politica estera della Turchia in caso di cambio di governo. Nonostante la volontà retorica per rivitalizzare i colloqui di adesione, ciò potrebbe scontrarsi con la realtà. Infatti, l’apertura dell’UE allo status di paese candidato per Ucraina e Moldavia e la medesima prospettiva per la Georgia potrebbero difficilmente rappresentare un potenziale cambio d’approccio rispetto a quello attuale. Piuttosto, il rischio è quello di  incorrere nell’ennesimo segnale di un doppio standard da parte europea che sarebbe ancor più alienante nei confronti di una candidato di lungo corso come Ankara. Inoltre, nonostante vi siano 16 capitoli negoziali aperti, le valutazioni periodiche da parte dell’UE indicano come oggi la Turchia risulti ben lontana dal soddisfare i criteri politici di Copenaghen, i quali risultano essi stessi in contraddizione con il processo di integrazione di diversi stati nei meccanismi di Bruxelles così come concepiti oggigiorno.

Pur uscendo dall’ottica inverosimile di un’adesione completa, altrettante contraddizioni emergono su questioni che rimangono spinose nei rapporti bilaterali e che trovano un malcontento bipartisan, tra cui l’avvio dei negoziati per il potenziamento dell’Unione doganale UE-Turchia e la liberalizzazione dei visti per i cittadini turchi. Questione ancor più pungente che accomuna opposizione e attuale compagine di governo è il decennale problema di Cipro. Dal fallimento dei colloqui guidati dalle Nazioni Unite nel 2017 per una soluzione federativa, Erdoğan ha chiesto una soluzione a due Stati. Non dissimilmente, sebbene abbia annunciato la disponibilità a tornare al processo sostenuto dalle Nazioni Unite, anche l’opposizione ha rimarcato come l’UE dovrebbe adottare una posizione equidistante tra Grecia, Cipro e i diritti dei turco-ciprioti.  In aggiunta, fonte di tensione più recente riguarda il veto della Turchia alle richieste di adesione alla NATO della Svezia – e dapprima anche della Finlandia. Le ragioni del veto sono duplici. Nell’ottica occidentale è strumento utile alla  Turchia per fare pressione sugli Stati Uniti su questioni spinose, come quella dei jet F-16, ma anche per rimarcare il proprio ruolo fondamentale come bastione antirusso in cambio di libertà d’azione nel proprio vicinato. Dalla prospettiva turca, risulta condivisa tanto tra la maggior parte dei policymakers che degli elettori l’idea che Stoccolma sia troppo tollerante nei confronti delle attività dei gruppi curdi considerati affiliati all’organizzazione terroristica del PKK.

Pertanto, se il reale terreno di sfida tra i blocchi sfidanti alle elezioni non sarà certamente incentrato sulla politica estera, tanto le scelte degli votanti quanto la natura delle relaziono turco-europee saranno influenzate dal modo in cui il vincitore sarà in grado di avanzare proposte che vedano una Turchia in grado di bilanciare tra interesse nazionale e rafforzamento di relazioni vitali in termini strategici ed economici.

Oltre l’AKP. Cambio radicale, status quo o modus vivendi?

Considerando quest’ultimo punto e con l’avvicinarsi delle elezioni, il Presidente Erdoğan ha dimostrato ancora una volta la propria capacità di riadattare rapidamente la condotta estera del paese alle dinamiche e agli imperativi interni. Da qui, oltre al già citato attivismo diplomatico nel conflitto Russia-Ucraina, la Turchia ha promosso un recupero delle proprie relazioni con vari attori. Il riavvicinamento agli stati del Golfo è senza dubbio non solo fondamentale per calmierare le tensioni militari nell’immediato vicinato ma anche per favorire un afflusso di investimenti e finanziamenti più che mai cruciali per le casse dello stato turco, soprattutto dopo il sisma dello scorso febbraio. Parimenti importante è la ripresa di un dialogo pragmatico con Israele ed Egitto, nella misura in cui la volontà di Ankara è quella di assurgere ad hub energetico nel Mediterraneo. In aggiunta, i segnali di colloqui con Assad in Siria rimarcano l’imprescindibile necessità per Ankara di creare le condizioni per il rimpatrio di milioni di rifugiati ora presenti sul suo territorio. Più carico di afflato simbolico è invece l’orizzonte per una normalizzazione dei rapporti con l’Armenia, laddove la Turchia ha rinvigorito la propria presenza nel Caucaso sostenendo l’Azerbaigian nell’ultimo recente conflitto. Infine, altrettanto simbolici quanto concretamente strategici sono i risultati dell’industria militare turca, come dimostrato dai nuovi armamenti, su tutti la nave porta-droni TCG Anadolu. 

In questo senso, pur fronte a guadagni talvolta reali e talvolta solamente relativi o precari, la politica estera della Turchia potrebbe mantenersi su tale percorso fintato che, agli occhi dei suoi decisori politici, la percezione di una pre-condizionata ostilità verso il proprio interesse nazionale continuerà a giustificarne i presupposti anche davanti a un bilancio costi-benefici che rimane incerto. Tutto ciò suggerisce come, qualora l’UE non riesca a presentarsi unita in un’epoca di riconfigurazioni nell’ordine globale e di un’elevata competizione regionale, persino un’eventuale cambio di leadership in Turchia potrebbe non tradursi nella rinuncia a coltivare un certo tipo di Sonderweg, legato all’(auto)rappresentazione di potenza in ascesa e di attore imprevedibile alla periferia occidentale con una propria agenda indipendente volta ad accrescerne la rilevanza internazionale. Indubbiamente, qualora le variazioni geopolitiche e la conformazione delle dinamiche interne dovessero realmente proseguire o subire esasperazioni sulle direttrici odierne, è lecito attendersi che tali fattori possano giungere a condizionare negativamente l’elaborazione di una grand-strategy tangibile, rendendo di fatto la politica estera dipendente più da espedienti di breve termine legati a logiche securitarie e consenso domestico-elettorale che non dalle sue effettive potenzialità geostrategiche.

Prospettive

È solo in considerazione e con presa di coscienza di tale evoluzione difficilmente reversibile che l’UE potrebbe elaborare un nuovo approccio win-win con Ankara. L’approfondimento della cooperazione nei settori legati alla sicurezza potrebbe fare da apripista. Come membro della NATO, la Turchia ha svolto un ruolo chiave nei Balcani occidentali, è un attore importante nel Mar Nero e mantiene legami economici, politici e, in alcuni casi, di sicurezza con il vicinato orientale e i Paesi del Caucaso meridionale. Oltre a ristabilire i dialoghi ad alto livello della PSDC, si potrebbe pensare a riaprire la strada alla partecipazione della Turchia al progetto PESCO di mobilità militare dell’UE, come richiesto da Ankara nel maggio 2021. La Turchia rimane inoltre interessata alle iniziative dell’UE in materia di difesa, tra cui l’Agenzia e il Fondo europei per la difesa (EDA/FED). 

Tuttavia, un graduale cambiamento potrebbe avvenire qualora l’UE sapesse capitalizzare l’obbiettivo unanime dell’opposizione per un policymaking volto maggiormente alla diplomazia e al dialogo anche su questioni attinenti la politica interna. Al contempo, l’assunto potrebbe e dovrebbe rimanere valido anche in caso di vittoria dell’AKP, qualora l’UE volesse dare solidità al progetto di divenire un attore globale unitario e credibile agli occhi di attori di primaria importanza geostrategica come Ankara, la quale ha ad ogni modo accresciuto la propria rilevanza geopolitica nell’ultimo ventennio. 

Pertanto, in un’ottica di competizione elettorale è importante distinguere tra due dinamiche. Da un lato, più a livello retorico che sostanziale, le posizioni dei due blocchi sfidanti risultano spesso diametralmente opposte, con l’opposizione in apparenza più incline a dialogare anche su temi quali diritti umani, politici e sociali sull’onda europea. Dall’altro, più sostanziale nell’ottica di un potenziale riassetto delle relazioni verso un modello meno transazionale è la possibilità di includere la Turchia nel percorso che il recente conflitto russo-ucraino ha avviato, ossia quello di una politica attiva per “collegare” meglio l’istituzione dell’UE all’Europa allargata intesa come spazio geopolitico. In tal senso, la rivitalizzazione degli organi istituzionali – come il Consiglio di Associazione e altri gruppi di lavoro – dovrebbe fare da apripista. Questo perché gli attriti degli ultimi anni sono sorti laddove le parti sono rimaste poco inclini a comprendere le priorità dell’altro. 

Al contrario, una “socializzazione periodica” potrebbe essere la chiave per una re-istituzionalizzazione delle relazioni UE-Turchia, utile per distanziarsi da una cooperazione ad hoc in soli tempi di crisi e per avviare una stabilità di più lungo termine in un nuovo quadro politico-normativo. L’errore e il rischio maggiori deriverebbero invece dall’accogliere il risultato elettorale – qualsiasi esso sia – attraverso un approccio che segua più le aspettative europee che non una comprensione delle reali motivazioni profonde della politica estera turca.

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