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TematicheMedio Oriente e Nord AfricaIn attesa del coup de théâtre…

In attesa del coup de théâtre…

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Il Presidente Kaïs Saïed ha anticipato la data di celebrazione dell’anniversario della Rivoluzione al 17 dicembre: uno spostamento che lascia presagire importanti annunci, come per esempio l’atteso cronoprogramma delle riforme. Gli avversari non mollano la presa e criticano il presidente per toni e metodi. Il potente sindacato UGTT scende in piazza e chiede un “dialogo nazionale” mentre la dinamica società civile tunisina dà mostra di sé all’EXPO di Dubai.

“La Tunisia non è in vendita”, non è alla mercè “dei ladri e dei terroristi”. È questo uno dei passaggi più concitati e corrosivi dell’ultimo intervento di Kaïs Saïed, pronunciato presiedendo una riunione del consiglio delle forze armate. “Lo stato tunisino non è una preda facile e faremo di tutto per preservarlo” ha aggiunto il Presidente: una bordata contro gli avversari politici. Nell’occasione ha apertamente elogiato il lavoro delle forze armate, spesso criticate dalle controparti. Nei giorni precedenti Saïed ha fissato la data di celebrazione del giorno della rivoluzione anticipandola dal 14 gennaio al 17 dicembre. Secondo Tunis Numerique il Presidente potrebbe aver scelto quella data per un annuncio in pompa magna del cronoprogramma delle sue riforme e contestualmente l’introduzione del referendum elettronico per l’approvazione delle stesse. Anche se, per alcuni osservatori, questo spostamento è stato letto come inutile: le priorità dei tunisini rimangono altre, come dimostrano le tante proteste di cui abbiamo dato conto, ma sicuramente l’attesa è tanta e Saïed è solito sfruttare le ricorrenze nazionali – l’ufficializzazione del governo Bouden è avvenuta dopo la Festa dell’Evacuazione – per avere piena visibilità.

Gli oppositori

Ennahda mantiene un atteggiamento fortemente critico nei confronti del Presidente, stigmatizzando le sue azioni come “palesi violazioni” del dettato costituzionale. Il partito islamico appunta le critiche sui pensionamenti obbligatori di alcuni funzionari pubblici e sulla nomina e promozione soprattutto dei governatori (ne sono stati nominati quattro nuovi da poco) “leali” e denuncia l’isolamento internazionale causato da quello che più volte è stato definito un “colpo di stato”. Critiche dopo il discorso, giudicato “divisivo”, arrivano anche dai partiti Corrente Democratica (Attayar), Partito Repubblicano (Al-joumhouri) e Forum Democratico per il Lavoro e le Libertà (Ettakatol). La riforma della giustizia che il Presidente ha in mente dovrebbe avvenire, sostengono, coinvolgendo tutti gli attori del gioco democratico e non “nel contesto di misure eccezionali”. In contemporanea, tutta la società civile in generale chiede una riforma della giustizia. Come espresso da diverse associazioni per i diritti umani: la giustizia dev’essere più celere, occorre piena informazione sui casi di corruzione giudiziaria e una revisione del sistema di composizione del Consiglio Superiore della Magistratura e i suoi meccanismi operativi.

Un autunno caldo

Quello riguardante il lavoro è un dramma sociale irrisolto: nelle settimane scorse si sono susseguite proteste, anche violente, dei disoccupati che in alcune zone hanno fatto irruzione nelle sedi dei governatorati. Sul fronte del lavoro si segnala la decisa mobilitazione del potente sindacato UGTT, l’Unione Generale del Lavoro, in concomitanza con le commemorazioni per il 69° anniversario dall’uccisione di Farhat Hached, nato poverissimo a Kerkennah, fondatore del movimento sindacale tunisino e assassinato da un’unità paramilitare francese “La mano rossa”. Non fu il solo omicidio: morirono Hedi Chaker, capo del Partito Neo-Destouriano e Chadly Kastalli, vicepresidente del Comune di Tunisi, ma la causa tunisina ebbe la meglio. Forte dell’eredità di Hached, l’UGTT ha coltivato la sua indipendenza pungolando sempre i governi sulla crisi socioeconomica e sulla disparità tra coste e aree rurali. Serve un “dialogo nazionale” e un “approccio partecipativo” come scandito dal segretario generale Noureddine Taboubi. Legge elettorale, legge sui partiti, riforma della magistratura le priorità indicate. Secondo Taboubi lo stato di eccezione è ancora tollerabile purché ci sia un cronoprogramma chiaro e condiviso. In questa fase di transizione il sindacato fa sentire la sua viva voce.

Il peso del debito

Altro problema che impedisce una piena azione politica è il debito, cresciuto a dismisura nell’ultimo decennio: da circa il 40% del 2010 a circa il 100% nel 2021. Come rileva Mohamed Haddad, fondatore del think tank Barr al Aman for Research and Media, nello studio “Cartographie de la dette publique extérieure tunisienne” per la Fondazione Heinrich Böll “il 2021 è un esempio amaro, uno dei più difficili dall’indipendenza” perché lo Stato dovrà “mobilitare 13 miliardi di dinari in prestiti esterni e 5 miliardi in prestiti interni per coprire 7 miliardi di deficit di bilancio, 6 miliardi di dinari di debito estero e 5 miliardi di debito interno”. L’autore ricorda come il debito sia stato lo strumento per le potenze straniere, come la Francia, per controllare il paese e proprio Parigi, insieme all’Arabia Saudita è uno dei principali creditori della Tunisia, anche se le Istituzioni come il Fondo Monetario Internazionale, la Banca Mondiale e la Banca Africana detengono larga parte del debito estero tunisino. La fotografia, rileva Haddad, è ancor più preoccupante perché la Tunisia si ritrova a dover onorare i prestiti contratti nel passato, inclusi gli interessi, e deve chiedere nuovi prestiti per finanziare le spese correnti e future per di più adesso durante la pandemia.

Ancora una speranza nel Mediterraneo

Spesso, su queste righe, si è parlato dell’eccezionalità tunisina: nel campo dei diritti della persona e delle donne, nell’imprenditorialità, nella separazione tra sfera pubblica e religiosa. Adesso sta riuscendo a riemergere dai dieci anni terribili. Nel frattempo, il mondo è cambiato: sostenibilità e digitale i megatrend. Anche in questo caso la società civile tunisina dimostra il suo dinamismo e di saper leggere la contemporaneità. Ne è una riprova la partecipazione di molte start-up tunisine all’EXPO 2020 di Dubai. “Ispirare i giovani e costruire un futuro promettente” è il motto del padiglione. L’impatto benefico di questa nuova imprenditorialità è chiaro. Secondo i dati forniti da LaPress il digitale già rappresenta il 10% del PIL tunisino e le start-up attive circa 600, con punte di eccellenza nei segmenti edtech, software e cybersecurity. Non è un caso che Startup Without Borders la collochi al primo posto in Africa e Medioriente. Sull’opportunità del digitale si è soffermato anche l’ambasciatore Lorenzo Fanara intervenendo all’evento Business Med rimarcando che, oggi come oggi, è una “questione di sopravvivenza”.

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