Tunisia 2020: il rilancio di un’economia di cooperazione come ambito di confronto geopolitico

Al termine dell’importante conferenza internazionale “Tunisia 2020”, il paese, con alle spalle la “rivoluzione dei gelsomi” e la più grande crisi finanziaria mai vissuta, torna a fare i conti con le sue emergenze di stabilità ed il suo desiderio di crescita secondo un “nuovo-vecchio” orizzonte: gli investimenti stranieri.

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“Tunisia 2020” e la scommessa economica del paese fra aspettative e progettualità in campo: esiti e considerazioni

Più di 70 paesi, oltre 4500 partecipanti insieme a un’efficiente macchina organizzativa e più di 20 fra partners e sponsors nazionali ed internazionali, si sono riniti a Tunisi il 29 e il 30 novembre scorsi in occasione di “Tunisia 2020”, il congresso internazionale considerato come la più importante iniziativa di rilancio economico del paese nell’assetto geopolitico mediterraneo e mondiale per il quinquennio 2016 -2020. Il goal auspicato dalla Tunisia era quello di portare avanti strategie di investimento per un ammontare di 67 miliardi di dinari tunisini (DNT). Una somma assai considerevole, dunque, stimata dalle agenzie tunisine come necessaria per la realizzazione dei progetti oggetto della conferenza. Al termine della manifestazione, tuttavia, il presidente del governo in carica Youssef Chahed ha dichiarato che si è giunti a formulare, fra accordi e proposte di accordo per le progettualità suddette, una stima di fondi previsti per 34 miliardi di DNT. Una cifra che, sebbene assai ridotta rispetto a quella sperata, appare tuttavia “idilliaca” al confronto con le stime delle stesse agenzie nazionali nordafricane al 2015: allora, infatti, la previsione di strategie di investimento si limitava a 2 miliardi e 365 milioni di DNT. È possibile affermare, pertanto, che le stime del 2016 indicano un’aspettativa ed una volontà di crescita del paese ad altissimo rilancio, una scommessa necessaria, insomma, a fronte della difficile situazione attuale.

Al termine della maratona fiananziaria di fine novembre si è arrivati a stipulare accordi per 146 progetti in 20 ambiti economici diversificati: 68 progetti pubblici da attuare nel quinquennio 2016 – 2020, di cui 33 nel settore pubblico-privato e 45 nel privato (c’è dunque un surplus di 10 progettualità con possibilità di solo avvio). A tal proposito, e come era prevedibile infatti, i progetti che hanno goduto di maggior richiamo sono stati quelli da varare nel settore privato: il 69% della totalità dei progetti relativi al turismo ha trovato risposta proprio nelle iniziative private, così come il 67% di quelli relativi all’industria ed il 75% di quelli relativi alla sanità, quest’ultimi divisi in: istituzione di cliniche private (già considerevolmente presenti sul territorio) e resort-spa o centri di trattamento estetico. Solo 5 progetti relativi a tale ultimo ambito (sanità) saranno ambito d’azione del settore pubblico, fra questi la costruzione di ospedali regionali (la cui situazione è a dir poco sconfortante nel Kef e a Jendouba a nord ovest di Tunisi, così come nel meridione a sud di Gabes) e progetti relativi alla produzione industriale di macchinari sanitari. In totale, ben il 63% di tutte le progettualità varate ha attratto l’interesse del settore privato, solo il 30% per cento è posto all’attenzione delle iniziative pubbliche, il resto è misto fra pubblico e privato e tutti distribuiti nelle tradizionali aree di interesse economico del paese.

Fra gli investimenti pubblici, ad ogni modo, va detto che si giunti a dei passi in avanti proprio grazie a questa manifestazione, che ha visto fra i suoi partecipanti il Pres. della Banca Europea d’Investimenti (EIB) M.H. Verner, il Vicepres. della BM per il Medioriente e il Nord Africa, ed il vicepresidente A.M. Pilloux della EBRD (European Bank for Reconstruction and Development). Hanno preso già avvio alcune progettualità pubbliche come quella relative alla creazione di depuratori dell’acqua presso Sfax (Agenzia di Cooperazione ed Investimento Giapponese), presso la città di Zarat (la banca tedesca KFW) e a Gargna (Cassa del Kuwait per lo Sviluppo Economico). Si è discusso anche dei progetti presentati prima del 2011 – anno di svolta costituzionale – ed ancora in cerca di investitori, fra questi: il drenaggio delle acque nel porto di Nfida (1 Mrd e 500 Mio DNT) e Tabruna, vicino Sfax (1Mrd e 125 Mio DNT).

Tra i progetti discussi ve ne sono stati alcuni decisamente “fantasiosi” e chiaramente rivolti ad un pubblico estero, spesso e purtroppo poco (o fin troppo!) preparato sulla geografia e sulla composizione sociale del territorio, se ne citano alcuni: una rete per la produzione di elettricità e gas digitalizzata (1500 Mio DNT), una microindustria per apparecchiature satellitari (120 Mio DNT), un polo universitario privato a Beja, a nord-ovest di Tunisi, zona “difficile” e scarsamente servita. A questi si aggiungono progetti per la produzione agricola e turistica sempre a Beja, itticoltura a Mahdia (progetto, quest’ultimo, decisamente realistico, invece) e centri di formazione in studi matematici e di meccanica, sempre nella zone del nord ovest tunisino.Tali proposte ammontano ad un totale di spese previste per 197 milioni di DNT. Sono dunque cifre importanti da investire un tessuto, nella fattispecie di quello di Beja e del nord-ovest tunisino in generale, che richiede ancora una necessaria rete di infrastrutture di base.

I risultati raggiunti, tuttavia, sono significativi se consideriamo le necessità di rilancio economico della Tunisia contemporanea che, dopo il crollo del turismo, ha cercato di mettere al centro dell’attenzione degli investitori ciò di cui ha più bisogno nel post Ben Ali (il quale aveva fatto molto, ma non abbastanza, in questo campo): le infrastrutture pubbliche. Le altre aree di interesse principalmente coinvolte sono state quelle relative a: trasporti, telecomunicazioni, agricoltura, energie rinnovabili (fra gli intervenuti su quest’ultimo tema anche l’italiano M.Vigotti, Segr, Gen. Della RES4MED – Reneuvable Energy Solution for the Mediterranean). Raccontano quest’ultimo aspetto anche i titoli dei seminari paralleli che si sono tenuti in concomitanza all’evento: 1) Economia digitale in Tunisia: luogo di incontro regionale; 2) Turismo: Tunisia, la nuova proposta; 3) Istruzione come scuola dei saperi 4) Industria automobilistica e ricambi per aereo velivoli 5) Tunisia:un polo per la concorrenza; l’industria tessile, quale strategia per il rilancio? 6) Salute ed industria farmaceutica: una chance regionale 7) Energie rinnovabili, nuovi orizzonti 8) Agricoltura e filiera agroalimentare: nuovi termini dell’orientamento strategico 9) Utilizzazione dell’acqua come necessità. E nella fattispecie dell’Europa?

Al 2015 la Francia aveva ottenuto la possibilità di varare 170 progetti (278 Mio DNT), l’Italia 109 progetti (76 Mio DNT), la Germania 32 progetti (170 Mio DNT). Inoltre, le alte possibilità di cooperazione fra Tunisia ed Italia a seguito dell’apertura dei negoziati sull'”Accordo di Libero Scambio Completo e Approfondito (Dcfta/Aleca)” nell’ottobre 2015 fra la Tunisia e l’UE aumentano vertiginosamente. L’UE, infatti, raddoppierà l’assistenza finanziaria alla Tunisia prevista per il 2017, erogando fino a 300 milioni di EUR. Questa cifra va ad aggiungersi ai due macro-grants di assistenza macro-finanziaria, uno strumento complementare agli aiuti del Fondo Monetario Internazionale, approvati nel 2014 e confermati questa estate rispettivamente di 300 e 500 milioni di EUR. Ciò che è più importante, tuttavia, è che molti dei finanziamenti alle progettualità (in forma di prestito perlopiù) sono fortemente condizionati dall’attuazione di riforme strutturali nel paese: esse fanno riferimento a temi salienti quali la riforma delle istituzioni pubbliche, l’assetto fiscale, la politica ambientale o sono legati a necessarie riforme interne che necessitano di piani di aggiornamento e formazione congiunta su temi come avvocatura, legislazione ed alta formazione per ostacolare il cancro della corruzione e dell’assenza di trasparenza nella gestione della cosa pubblica.

Su tale ultimo tema così si sono espressi i rappresentanti della delegazione USA all’evento Tunisia 2020 Arun M. Kumar (Delegato del Ministro del Commercio americano per i Mercati Internazionali e Dir. del Servizio di Commercio Estero) e Scott. P. Schoegel, (Vicedirettore della Banca Americana Import-Export): “Contribuiamo non solo a creare fondi di investimento ma a migliorare la governance, incoraggiando la trasparenza nella gestione delle risorse economiche del paese ed uno snellimento della macchina burocratica per creare un’efficace economia di rilancio”. Sempre quest’ultimi, dopo aver speso parole di encomio per l’attuale governo tunisino e per il suo titanico tentativo di rilanciare il modello economico e statale, hanno proseguito esaltando il ruolo dei legami economici intessuti fra i due paesi soprattuto nei settori della tecnologia, delle telecomunicazioni, dell’agricoltura, così come quelli fra le piccole e medie imprese dichiarando: “Per la terza volta nei nostri rapporti congiunti ci siamo offerti come garanzia al debito sovrano per permettere alla Tunisia di ottenere ulteriori prestiti per un ammontare di 500 milioni di dollari (USD) a tasso agevolato. E così abbiamo contribuito a che la Tunisia ottenga oltre 1 bilione e mezzo di USD dal 2011 in poi. Il fondo americano-tunisino per i progetti ha così un capitale sociale di 80 milioni di USD quest’anno per sostenere lo sviluppo di progetti per le piccole e medie imprese sul territorio. Un’ipotesi di ulteriore indebitamento, dunque, che fa paura agli economisti tunisini più scettici, intenti a studiare – oggi con più attenzione che mai – i dettagli di un contesto debitorio angosciante e la sua ombra pesante sul futuro del paese. A meno che tali ultimi investimenti – come ci si augura – non costituiscano invece l’ancora di salvataggio della Tunisia e la più ragionevole soluzione per diminuire il debito pubblico.

Investimenti esteri in Tunisia a fronte della situazione debitoria nel paese: fra prestiti e impegni 

Le ripetute richieste su altre precisazioni circa le stime del debito pubblico sono sempre state messe a tacere da tutti i governi che hanno preceduto quello attualmente in carica, il quale ad oggi divulga una cifra ben più che preoccupante: il 60% del PIL. Sembra dunque che il rischio da correre nell’accogliere la generosità internazionale sia quello di gravare, in qualche modo, l’economia tunisina di ulteriori prestiti, in un paese la cui situazione finanziaria appare decisamente sofferente ed in soccorso alla quale tuttavia giungono appena 525 milioni di DNT in forma di donazioni. Una cifra che copre appena il 3% dell’intera mole di accordi e contratti stipulati in occasione della conferenza internazionale e che dunque suggerisce l’esigenza di un maggiore impegno da parte degli investitori esteri che si schierano a favore del rilancio dell’economia tunisina all’interno del suo nuovo e più agile quadro democratico.

Le agenzie stampa tunisine d’opposizione, inoltre, comunicano che continua ad essere considerato ingiustamente necessario il proseguio di una politica fortemente debitoria a discapito delle esigenze sociali ed economiche delle fasce più deboli. I fondi di prestito per calmierare il debito pubblico stimati al 2016 ammontano a 6 miliardi e 594 milioni di DNT: se  l’80% di questi nuovi fondi in prestito verrà stanziato – come annunciato – per colmare il gap lasciato dal mancato rimborso dei prestiti precedenti (5 Mrd e 130 Mio DNT di prestiti pregressi relativi al debito pubblico) e per pagare giustamente gli stipendi e i necessari fondi al lavoro nell’hinterland, i mua’ridin (oppositori) si chiedono: quanto resterà da investire nelle iniziative orientate alla crescita del paese? Va altresì aggiunto che, a detta degli istituti di statistica nazionali presenti nel territorio, l’intera somma di 6 miliardi e 660 milioni DNT richiesta per il 2016 equivale alla somma dei bilanci (fortemente compressi) di ben nove ministeri tra cui: salute, affari sociali, lavoro, sviluppo, investimenti e cooperazione internazionale.

I prestiti tunisini coinvolgono i 4 continenti e le più importanti istituzioni monetarie internazionali. Tuttavia, ciò che si evince dalla recente conferenza Tunisia 2020 è che il paese ha soprattutto mantenuto i rapporti con la vecchia rete dei concedenti prestiti, quella di cui è sicura dunque, ovvero l’UE, le casse dei paesi del Golfo e quelle internazionali, il cui ruolo nei rapporti esteri con la Tunisia si è rinvigorito a seguito della crisi economica nel post 2011. Dal 2011 ad oggi i paesi del Golfo hanno concesso prestiti e grants del valore di 13 miliardi e 400 milioni di DNT (di questi 5 Mrd e 700 Mio DNT durante la manifestazione Tunisia 2020 fra promesse di prestito e prestiti), l’EU e le organizzazioni monetarie internazionali ad essa legate dal 2011 ad oggi hanno concesso 11 miliardi e 565 milioni di DNT (prestiti e grants). La BM ha annunciato una promessa di prestito che ammonta a 2 miliardi e 200 milioni di DNT. Altre promesse di prestito divise tra Turchia, Canada, Svizzera e Banca Africana per lo Sviluppo, hanno il valore di 7 miliardi e 669 milioni di DNT.

A ciò si aggiunge che le concessioni di prestito sono legate ad un programma di riforme strutturali suggerito dalla BM che ha scatenato non poche polemiche nel paese. Più cauto e riflessivo aggiunge lo stesso capo del governo tunisino Youssef Chahed che: “è quantomai opportuno per il futuro del paese seguire i suggerimenti offerti dalle organizzazioni internazionali”, mentre il Ministro degli Investimenti ha dichiarato che: “gli aiuti internazionali sono condizionati da certi sviluppi nelle trattative con il Fondo Monetario Internazionale (FMI) sul programma di riforma strutturale; è la normale legge dell’accordo in cui è necessario essere coraggiosi e scegliere”.

Meno oculati nell’analisi economica, follemente desiderosi di giungere in pochissimo tempo all’attuazione di riforme che mirino a garantire giustizia sociale, aggiungono gli esponenti  del Collectif de citoyenNEs TunisienNEs pour la Souverainetè Nationale (pubbl su Nawaat, 30 nov. 2016): “Il nuovo piano di investimenti aggiunge il doppio dei costi alla politica monetaria tunisina, non porta ad alcuna soluzione alla disoccupazione.” E continuano ferocemente: “Non è altro che una chance preparata a dovere per alcune aziende straniere di cui i tunisini godranno appena delle briciole”. Lamentano che tra il 2011 ed il 2014 di 7 miliardi e 808 milioni di DNT di investimenti stranieri, gli utili agli investitori ammontano ad un miliardo che non è stato reivestito nel paese. Dichiarano inoltre: “in un paese afflitto dal problema della corruzione, perchè dovremmo appellarci ai capitali internazionali per investire in tutti i settori strategici e sensibili: dalle risorse naturali alle telecomunicazione, per passare dall’agricoltura all’acqua? Vogliamo farcela da soli.”

Benchè il coraggioso appello del Collectif inneggi ad una certa autonomia nella gestione delle finanze nazionali, in quale modo effettivamente essa può essere raggiunta? Alle spalle dell’attuale crisi economica vi è una lunga storia di poco controllata apertura ai capitali stranieri durante la stagione politica di Ben Ali, incoraggiata dagli enormi sgravi fiscali di cui era possibile godere in Tunisia. Basti pensare che dal 2002 al 2011, il governo di Ben Ali ha speso il 70% dei tributi per agevolare le società straniere di investimento con ogni sorta di privilegi. Infatti, l’evasione del capitale all’estero dal 1970 al 2010 è stato di 38 miliardi e 9 milioni di DNT, ovvero, l’equivalente a circa il doppio del volume del debito della Tunisia al 2010 (21,8 Mrd DNT). In altri termini e retoricamente, ci si chiede: se fosse stata evitata questa emorragia di fondi all’estero in passato, la Tunisia non avrebbe forse saldato i suoi debiti esteri da tempo? E, cosa più importante, quasi sicuramente avrebbe potuto giungere alla sua nuova stagione democratica priva di pesi sulle spalle.

Intanto, un nuovo orizzonte di cooperazione internazionale con la Tunisia si profila ancora più a Oriente. Una rappresentanza dell’organizzazione cinese “La via della seta – per la Cooperazione Culturale ed Economica Internazionale” ha già siglato accordi per una cooperazione Cina – Tunisia nei settori rispettivamente della cultura e del turismo. Ad accompagnarla, una delegazione costituita da tre rappresentanti di tre società d’investimenti governative della Repubblica Popolare, il direttore delle Ferrovie Cinesi, interessato ai progetti di sostegno alle infrastutture, ed il Pres. della Libera Società per la Produzione di Autovetture Elettriche intenzionato ad avviare un polo di assemblaggio di autovetture green nella regione a sud presso Zarzis (confine libico).

Inoltre, contestualmente alla partecipazione del drago cinese alla conferenza internazionale Tunisia 2020, è stato stipulato un accordo di cooperazione fra la Banca Centrale Cinese e la Banca Centrale Tunisina che comprende: un sistema di scambio diretto fra lo yuan cinese e il dinaro tunisino per agevolare gli scambi commerciali tra i due paesi; la possibilità di emissione di Titoli di Stato tunisini sui mercati finanziari cinesi al fine di consentire l’acquisizione di finanziamenti per i progetti di sviluppo da compiere in Tunisia. Un orizzonte decisamente ancora inesplorato, dunque, quello della collaborazione fra la Cina e la Tunisia, ancora in attesa di definizione e di ulteriori sviluppi.

Per concludere, il quadro di rilancio dell’economia tunisina ad oggi mostra d’essere improntato su un pattern niente affatto nuovo, ovvero quello degli investimenti esteri nel paese. Una scelta che, sebbene non sia accolta con giubilo da tutti i cittadini, sembra essere l’unica per risollevarsi dalla più grande crisi economica che il paese dei gelsomini abbia mai affrontato. Gli indirizzi della nuova politica di Chahed, volta a sgominare corruzione e clientelismo, sembrano incoraggiare questa prospettiva ma non sono poche le perplessità: in quale quale percentuale gli utili del rilancio economico legato a tali investimenti verranno realmente reinvestiti nel paese? I donatori e le organizzazioni monetarie internazionali rassicurano, ma forse una più forte coesione regionale e l’esempio di alcune politiche nordafricane e arabe degli anni ‘80 in materia di investimenti esteri, potrebbero offrire alla Tunisia lo spunto per chiedere un maggior potere contrattuale negli accordi, avvalendosi oltretutto della più grande risorsa certa del paese: i tunisini, il loro desiderio di risollevarsi ed il loro incondizionato amore per la loro terra.