A tu per tu con Samuele Cofano: Libano, il “Paese-mosaico”, bello e fragile come non mai

A nove anni dall’assassinio del Primo Ministro Rafik Hariri e a pochi giorni dalla formazione del nuovo governo affidato a Tammam Salam, Geopolitica.info ha intervistato Samuele Cofano, già  Esperto per la Cooperazione dell’Ambasciata Italiana a Beirut ed ora in forza all’Ambasciata italiana di Nairobi presso l’Ufficio per la Somalia, sulla situazione libanese: dalla crisi siriana alla questione dei profughi palestinesi.

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La possibilità del contagio del conflitto siriano in Libano è reale, e la minaccia è resa più incombente dall’instabilità congenita del Paese, aggravata recentemente da alcuni attentati a Beirut. La politica libanese è ostaggio di quanto accade sulla via di Teheran e Damasco?

Il pericolo di un contagio esiste e la comunità internazionale ne è consapevole da tempo. Il verificarsi di quattro attentati in soli dieci giorni è la cartina tornasole di una Beirut che, inutile nascondersi, sta soffrendo in questo momento la crisi siriana. Il rischio della guerra civile siriana è la conflagrazione del Libano – il “paese-mosaico”- che vive di un equilibrio delicato ed è sempre terreno di confronto tra le potenze regionali.

Egitto, Arabia Saudita, Turchia non stanno certo a guardare. La Siria c’è sempre stata, come dimostrano i continui rapporti che ci sono stati e continuano ad esserci tra autorità politiche libanesi e siriane. Non bisogna scordare che il Libano costituisce per la Siria un ulteriore accesso al Mediterraneo orientale: la geografia è un elemento spesso trascurato nella politica mediorientale.

Sostanzialmente l’influenza iraniana in Libano è affidata ad Hezbollah, un attore ormai istituzionalizzato della politica interna libanese. Il rapporto tra Hezbollah e Iran è decisamente stretto, ma non è un rapporto di subordinazione: d’altronde bisogna ricordare che se l’Iran è sciita al 95%,  il Libano lo è soltanto al 31%, mentre per il restante 65% è diviso tra cristiani, principalmente maroniti, e musulmani sunniti. Hezbollah è un partito molto forte e geloso delle proprie prerogative autocefale. Il legame con Hezbollah ha permesso all’Iran di interferire nella politica libanese per quello che è il peso specifico di Hezbollah nel panorama politico interno. Il filo conduttore, il collante tra politica di Hezbollah e quella iraniana, è più che altro il nemico comune, Israele.

L’Iran è un attore molto fine nel teatro regionale. Non è facile capire quanto politica siriana e iraniana siano in definitiva allineate perché la stessa politica iraniana è molto complessa, ed è principalmente in chiave anti-israeliana, connotazione che non necessariamente contraddistingue la politica siriana.

Tornando al pericolo di contagio, Hezbollah ha deciso ufficialmente di appoggiare le forze di Assad con l’invio di un numero importante di uomini sulla frontiera contro i ribelli. La figura carismatica di Nasrallah ha promesso che l’appoggio non avrebbe avuto nessuna conseguenza su Libano, per due anni è stato così ma ora la situazione rischia di trascinare il Paese dei Cedri verso una nuova guerra civile..

Il Libano, prima di accogliere l’attuale ondata di profughi siriani, ha già avuto a che fare con la questione storica dei profughi palestinesi. Credi che Beirut possa trarre vantaggio dall’esperienza acquisita su questo tema?

L’esperienza libanese circa la questione dei campi profughi non è stata delle migliori, difficilmente credo, e spero,  possa trarne vantaggio. L’equilibrio tra confessioni religiose e il problema dei rifugiati sono dossier che necessitano una grande attenzione diplomatica. Durante la recente missione diplomatica in Libano l’ex ministro degli Affari esteri Emma Bonino ha affrontato con il presidente libanese Michel Suleiman, oltre il tema dell’impegno militare italiano all’interno del contingente UNIFIL, il tema dei profughi. Bonino ha ricordato che il Libano  – che è un Paese grande quanto l’Abruzzo – ha accolto dall’inizio della crisi un numero imprecisato di profughi siriani. Il popolo libanese ha dimostrato una generosità estrema, accogliendo tra l’altro anche rifugiati di un certo livello sociale, che da un giorno all’altro si sono ritrovati in una condizione di indigenza. E’ anche questo un elemento peculiare della questione siriana: una classe media costretta a scappare in un altro Paese.

Il Governo libanese ha ammesso la forte difficoltà a fronteggiare la situazione, sottolineando la mancanza di strumenti adeguati per controllare  il flusso dei profughi. La comunità internazionale sta intervenendo con massicci aiuti, ma risolvere il problema del rientro e dell’integrazione è molto difficile sia politicamente che tecnicamente, anche perché la guerra civile siriana potrebbe non finire in breve tempo, ma durare 15 anni come nel caso libanese.

Il tema dei profughi siriani va quindi, anche solo in virtù della forza dei numeri, ad esacerbare una situazione già potenzialmente deflagrante. In Libano esistono infatti 12 campi profughi palestinesi ufficiali, e le condizioni in cui versano sono spesso un tabù per la politica interna libanese. La questione palestinese è l’unica che mette d’accordo tutti i partiti politici, dalla coalizione sunnita del 14 marzo a quella di Hezbollah e dei partiti cristiani del 8 marzo: sono tutti d’accordo sulla necessità che i palestinesi rientrino nei loro paesi, dopo oltre 60 anni di permanenza in Libano.

Diversamente, altri Paesi della Regione hanno scelto politiche diverse. La Giordania ha ritenuto che fosse meglio integrare i rifugiati piuttosto che isolarli. Ha dato loro passaporto e cittadinanza giordana, ed ha ottenuto in cambio che i figli dei profughi non crescessero con la rabbia con cui sono cresciuti i figli dei profughi palestinesi in Libano. E questa strada è stata intrapresa non tanto per ragioni umanitarie, ma in virtù della consapevolezza che una situazione temporanea, dopo 30-40 anni, se non è permanente di diritto, lo diventa comunque di fatto.

Il Libano è un Paese laboratorio, non solo dal punto di vista politico ma anche sociale. Qual è il polso della società locale in questo momento?

In Libano, come in diversi Paesi mediorientali, la società viaggia sempre di più su un binario parallelo a quello della politica, senza che i due percorsi si incontrino spesso.  La politica locale è in larga parte immutata da oltre 40 anni, le fratture politiche si perpetuano, mentre la società negli ultimi 10 anni ha vissuto un forte impulso al rinnovamento, cui ha contribuito in buona parte anche la perdita della memoria storica della guerra civile. I nati dopo il 1992, una buona fetta di popolazione,  sono di fatto una generazione che nutre un forte disinteresse per la politica.  

La società è molto aperta alle avanguardie, ed è sempre più in grado di affrontare in maniera matura tematiche delicate, come i diritti civili e l’omosessualità (basti pensare all’associazione riconosciuta denominata HELEM). La laicità dello Stato è molto sentita e annualmente si organizzano manifestazioni volte a sensibilizzare sull’importanza dei diritti civili.

Dal tuo punto di vista gli attori internazionali out of area, in primis l’Unione Europea, hanno a disposizione strumenti adeguati per esercitare un ruolo pacificatore e stabilizzatore nel Paese?

Gli strumenti economici a disposizione dell’UE sono importanti ma necessitano sempre più di essere inquadrati in una logica sistemica che rifugga il pericolo dell’assistenzialismo day by day, e che vada per forza di cose nella direzione di un’integrazione effettiva delle varie componenti della società libanese, profughi compresi. Il rischio altrimenti è quello di provvedere ai bisogni quotidiani della gente, senza risolverne i problemi strutturali.

Il Medio Oriente è una ragione a livello diplomatico molto sensibile agli equilibri di forza internazionali, e le élites locali hanno sempre cercato di capitalizzare questa sensibilità.  Il rischio che ne deriva è che gli aiuti internazionali diventino una forma di rendita, un po’ come il petrolio per i rentier states del Golfo.

E’ sempre più evidente che la volontà politica europea e statunitense non è di per sé determinante per una soluzione delle questioni regionali in sospeso, e d’altronde anche l’impegno internazionale si sta riducendo, anche per effetto della crisi e in ragione dei cambi di paradigma a livello di dottrine strategiche internazionali.

Come è organizzata la Cooperazione italiana allo Sviluppo in Libano?

La Cooperazione Italiana ha un ruolo importantissimo nella ricostruzione del Paese, ma ancor di più nel passaggio critico dalla gestione delle emergenze all’implementazione di politiche di sviluppo sostenibili e ad ampio respiro. La cooperazione è uno strumento che ha un’importanza strategica anche per i Paesi donatori, perché aiuta a creare l’ambiente economico-sociale favorevole alle operazioni diplomatiche e alle missioni commerciali. La cooperazione italiana ha sempre contribuito a fornire al Paese un biglietto da visita molto ben accetto nelle molteplici aree di intervento.

Inoltre, rispetto ai tradizionali canali diplomatici, i progetti di cooperazione hanno più facilmente modo di coinvolgere sia nella propria fase operativa che in quella progettuale un crescente numero di expertise locali. E questo è spesso garanzia di una maggiore sostenibilità dei progetti.

Del resto le parole di Obama e la scelta di alcuni paesi, come la Gran Bretagna e la Francia, di aumentare le risorse dedicate agli aiuti pubblici allo sviluppo nonostante il momento di difficile congiuntura economica, confermano l’importanza dello cooperazione sul piano internazionale.

Sei stato recentemente riassegnato dal Libano alla Somalia in qualità di consigliere diplomatico dell’’Ufficio Italiano per la Somalia, quali sono le differenze e le somiglianze che ti hanno colpito di più?

Amo scherzare dicendo che la Somalia è un paese africano a livello geografico, ma presenta la tipica struttura politica del Libano, ossia un governo centrale debole e politici locali con una forte presa sul territorio, presenza di milizie armate e criterio di appartenenza ad un determinato gruppo.

Tuttavia le similitudini finiscono non appena si parla di costumi sociali. La società mediorientale è molto più progressista, aperta e tollerante, poliglotta, consumista e fortemente materialista. A Beirut si pratica l’arte ed il cinema, l’opinione pubblica è molto forte e vi è una discreta libertà di informazione e critica. La Somalia di oggi è invece è considerato uno stato fallito. Venti anni di guerra civile, disastri umanitari e carestie hanno distrutto il paese e portato al collasso l’intero sistema sociale. Il tempo delle arti e del cinema sembra ancora molto lontano.