A tu per tu con Marco Cilento: lo scenario ucraino da EuroMaidan ai giorni nostri

Geopolitica.info ha incontrato Marco Cilento, professore di scienza politica presso Sapienza Università di Roma ed esperto di dinamiche sociali e politiche dell’Ucraina post-sovietica. Tra le sue pubblicazioni in tema: democrazia (in)evitabile. Lezioni dal mondo post sovietico (Milano, Egea 2013) e L’Ucraina Stato indipendente (Napoli, IOU 1995). Un’occasione per approfondire le ragione e le prospettive della violenta crisi istituzionale che continua a scuotere Kiev.
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Qual è l’origine della protesta in corso da Novembre? Si può tracciare una connessione con la Rivoluzione arancione del 2004?
La protesta nata alla fine dello scorso novembre, definita successivamente EuroMaidan, scoppiò, in modalità pacifiche, a seguito della mancata firma da parte del Presidente Yanukovych dell’accordo di Associazione dell’Ucraina all’UE. Quella protesta, effettivamente, richiamava per molti aspetti la Rivoluzione arancione del 2004, dal punto di vista dei valori e delle finalità politiche. A partire da gennaio di quest’anno, la protesta ha assunto altri caratteri, politicamente poco decifrabili e piuttosto preoccupanti: non solo la capitale Kiev, ma anche altre città ucraine, sono da alcune settimane teatro di proteste violente ad opera di gruppi neo-nazisti, xenofobi, frange estreme di tifo calcistico, che si richiamano ai simboli del nazionalismo collaborazionista degli anni ’40 dello scorso secolo (StepanBandera); alla base di tali istanze non vi sono che dinamiche distruttive, che nulla hanno a che fare con le rivendicazioni politiche di EuroMaidan.

Quale influenza hanno le specificità geografiche e culturali sulle dinamiche politiche in atto?
EuroMaidan, potremmo dire la “piazza buona”, è rappresentativa di una sub-cultura storico-politica dell’Ucraina particolarmente forte nelle regioni occidentali e nella capitale, orientata ai valori delle democrazie sviluppate di stampo liberale e, quindi, filo-europeista. Le regioni orientali e meridionali del paese, al contrario, sono prevalentemente russofone e russofile, quindi più propense a mantenere un legame privilegiato con Mosca. Va detto che la decisione di Yanukovych di fine novembre non fu affatto dettata da considerazioni di natura geopolitica, bensì dalla più conveniente offerta di aiuti economici, anche in termini di tariffe energetiche, che Mosca avanzò e che Bruxelles non si è mai sentita in grado di proporre all’Ucraina.

La politica estera di Mosca sembrerebbe indirizzata a ricomporre il blocco sovietico (ne è un esempio l’Unione Eurasiatica). Crede che la Federazione Russa sarà in grado di arginare l’avanzata occidentale (Nato e Ue) sull’ex spazio sovietico?
Putin non ha mai nascosto le sue mire espansionistiche nei confronti del cosiddetto “estero vicino”: vuole ripristinare, sotto la guida di Mosca, i confini dell’URSS del 1922, e progressivamente ci sta riuscendo (si veda la recente adesione all’Unione doganale con Mosca da parte dell’Armenia). Nell’azione di Putin verso i paesi satelliti ex-sovietici c’è sicuramente soft-power (pan-slavismo, “democrazia sovrana”, ecc.) ma c’è anche molto hard-power (aiuti economici, sicurezza energetica, ecc.). Dal punto di vista dell’identità culturale, fatta eccezione dei territori occidentali dell’Ucraina, anche nella capitale lo spirito anti-russo non è affatto dominante, considerato che la lingua prevalente di comunicazione è pur sempre il russo.

Qual è la sua impressione sulle prospettive dell’Ucraina? E’ verosimile l’ipotesi di una divisione del Paese o finirà semplicemente col prevalere una parte sull’altra?
La situazione è molto delicata. I leaders dei tre partiti di opposizione presenti in Parlamento (Rada) non sembrano avere più il controllo della situazione e tutti gli sforzi di negoziazione con il Presidente sono finora falliti. L’ingerenza della comunità internazionale, soprattutto dei paesi occidentali, negli affari interni dell’Ucraina, non sarebbe ben vista da Mosca. A mio parere, l’unica possibilità per evitare che la situazione degeneri ulteriormente sarebbe ripristinare la legittimità democratica, ridando la parola al popolo. Sarebbe, pertanto, opportuno convocare elezioni, sia parlamentari che presidenziali, anticipate, dando però la possibilità a Yanukovich e al suo partito di concorrervi. E non è detto che i risultati, così come è avvenuto nel 2010 e nel 2012, non possano essere nuovamente a suo favore!