Trump e il triangolo Teheran – Washington – Mosca

E’ alta tensione tra Washington e Teheran, dopo il test missilistico che le forze militari iraniane hanno svolto nei giorni scorsi. Per gli Stati Uniti si è trattata di una grave violazione della risoluzione 2231, che regola i test missilistici dell’Iran in sede dell’accordo sul nucleare stretto con Obama.

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Micheal Flynn, consigliere alla sicurezza della nuova amministrazione Trump, ha espresso contrarietà rispetto al test missilistico iraniano, parlando di “azioni che sottolineano il comportamento destabilizzante della Repubblica Islamica in Medio Oriente”. Dichiarazioni dure che fanno il paio con quelle di Trump, che come oramai d’abitudine ha rilanciato su Twitter il suo pensiero sulle azioni militari iraniane: “i leader dell’Iran stanno giocando con il fuoco. Non apprezzano quanto il presidente Obama sia stato “gentile” con loro. Io non lo sarò!”.

Una tensione che col passare delle ore si è tramutata in un annuncio del Dipartimento del Tesoro americano che promuove nuove sanzioni contro 12 persone e 13 entità iraniane collegate allo sviluppo del programma missilistico. Sanzioni in larga parte annunciate da Trump anche durante la campagna elettorale, nella quale Trump ha spesso accusato l’amministrazione Obama di essere stata troppo accondiscendente al momento della firma dell’accordo sul nucleare.

L’equivoco pre-elettorale

Nonostante i continui attacchi di Trump nei confronti dell’Iran durante il periodo pre-elettorale, a Teheran non erano in pochi a preferire il tycoon rispetto alla sfidante democratica. La parte più conservatrice della politica di Teheran ha sempre visto con occhi critici la Clinton, a causa dell’ambiguità con la quale i democratici si sono approcciati all’Iran nel periodo che ha seguito l’accordo sul nucleare. Se è vero, infatti, che Obama ha dato segno di disponibilità e di doti diplomatiche nel portare a casa un accordo che ha soddisfatto anche la controparte iraniana, l’accusa che è stata mossa ai democratici è quella di aver dato carta bianca al Congresso per impedire il pieno funzionamento dell’accordo, rallentando l’implementazione nelle prime fasi in modo tale da scoraggiare eventuali nuovi accordi economici tra il mondo occidentale e quello iraniano.
Rohani stesso si è sempre dichiarato diffidente verso l’amministrazione statunitense, accusando i democratici di essere inaffidabili e pronti a rinnegare l’accordo. Nella memoria storica delle relazioni con gli Stati Uniti dell’Iran post-1979, il sistema politico iraniano ha un ricordo maggiormente positivo nei confronti del pragmatismo repubblicano rispetto alle presidenze democratiche. Ne sono esempio la soluzione della crisi dell’ambasciata americana a Teheran del 1981, o i rifornimenti bellici ottenuti tramite canali “illegali” statunitensi durante la guerra con l’Iraq (il caso Irangate). Entrambi questi episodi, che dimostrarono un pragmatismo da parte di entrambi gli attori in gioco nel superare lo stallo diplomatico ufficiale, avvennero sotto la presidenza repubblicana di Reagan. Durante la campagna elettorale è capitato spesso ai media iraniani di rievocare un parallelismo storico tra Trump e Reagan.
Un altro motivo per il quale l’apparato più conservatore iraniano sembra aver preferito Trump a Hillary Clinton è rappresentato da un fattore politico interno: un atteggiamento di aperto contrasto, e non di dialogo, nei confronti dell’Iran, permette alla classe dirigente iraniana di continuare a identificare gli Stati Uniti come il “grande Satana”, rafforzando l’immagine del nemico esterno per continuare a ricercare una stabilità politica forte e duratura. Inoltre un rallentamento delle attuazioni dell’accordo sul nucleare permette all’ala conservatrice di Teheran di mantenere un approccio graduale alle riforme economiche interne: molti tra i conservatori rifiutano una drastica apertura dell’economia iraniana al mondo occidentale, temendo la distruzione dell’apparato industriale nazionale.

Il test missilistico e le nuove tensioni

Il 29 dicembre l’Iran ha testato un missile balistico a raggio intermedio, che è esploso dopo aver percorso 600 km prima di rientrare nell’atmosfera terrestre. Il progetto missilistico iraniano evidenzia la voglia di Teheran di consolidarsi a ruolo di attore primario nella regione mediorientale: la ricerca nel campo della tecnologia militare iraniana si sta concentrando su vettori a raggio intermedio in grado di poter colpire i principali avversari dell’Iran nella regione. Gli Stati Uniti hanno accusato la Repubblica Islamica di aver violato la risoluzione 2231, firmata nel 2015, che proibisce all’Iran di effettuare test di missili balistici progettati per portare testate nucleari. L’accordo obbliga l’Iran a non effettuare test per 8 anni a partire dal momento della firma.
Anche altri esponenti della diplomazia europea si sono detti preoccupati e hanno condannato le azioni iraniane: Ayrault, ministro degli affari esteri francese, ha parlato del test come di una “sfida alla risoluzione 2231”; stesse parole pronunciate dal ministro degli esteri tedesco, che ha etichettato il test come “incompatibile con la risoluzione”.
Il punto di vista iraniano sulla faccenda è diametralmente opposto: il ministro della difesa Hossein Dehqan ha spiegato che i test missilistici sono “in linea con il nostro programma di difesa”, e “in linea con le risoluzioni Onu”. Anche Ali Shamkhani, segretario del consiglio nazionale supremo di difesa, ha confermato questa versione, ribadendo che l’Iran non permetterà a “nessun paese o organizzazione” di interferire col programma di difesa nazionale.
A difesa delle azioni iraniane si è schierata la diplomazia russa, dichiarando che i test missilistici non sono i contrasto rispetto alla risoluzione 2231.

Trump, l’Iran e la Russia

Il triangolo di relazioni che si può potenzialmente scatenare tra Washington, Teheran e Mosca è difficilmente inquadrabile. La nuova amministrazione statunitense ritiene le azioni iraniane un pericolo per la propria sicurezza nazionale, e ha ripetutamente criticato il ruolo di Obama nella riapertura del dialogo con la Repubblica Islamica. D’altro canto, uno degli obiettivi principali che Trump ha dichiarato in campagna elettorale (confermato dalla nomina di Tillerson alla segreteria di Stato) è quello del riavvicinamento alla Federazione Russa, a cominciare dalla lotta al terrorismo in Medio Oriente.
L’alta tensione degli ultimi giorni con Teheran non aiuta, e non aiuterà, i futuri rapporti con Mosca. In questo momento l’Iran e la Russia sono legati da una convergenza di obiettivi strategici che difficilmente può essere superata. Entrambe le potenze sono alleate di Assad, e in generale sono impegnate a far ritrovare una stabilità statuale alla Siria. Senza l’aiuto dei pasdaran iraniani difficilmente Assad avrebbe difeso Damasco nel biennio 2013-2014, e senza l’intervento dell’aviazione russa l’esercito siriano non avrebbe potuto effettuare quelle conquiste strategiche che permettono ancora oggi ad Assad di mantenere il potere. L’Iran ha bisogno dell’attuale presidente siriano, e in generale dei buoni rapporti con gli alawiti, per continuare ad avere un collegamento diretto con gli Hezbollah, vero e storico deterrente iraniano nei confronti di Israele. La Russia, storica alleata della famiglia Assad, da una parte ha l’obbligo di mantenere la base navale a Tartus per confermare la capacità di proiezione nel Mediterraneo, dall’altra ha la necessità di evitare una sconfitta militare di Assad, perché vedrebbe la Siria trasformarsi in un hub jihadista di aspirazione globale, e tutto questo geograficamente vicino ai confini della regione del Caucaso (da ricordare il grande numero di ceceni presenti tra le fila del Califfato), spina nel fianco dei governi russi negli ultimi decenni.
Il ruolo “on the ground” degli iraniani, unito all’aviazione e al ruolo dell’intelligence russa in Siria, rendono in questo momento l’alleanza tra Iran e la Russia importante strategicamente per entrambi i paesi. L’alta tensione tra Washington e Teheran non è destinata a scendere, con l’annuncio dell’Iran di nuovi test missilistici e la voglia di Trump di delegittimare politicamente la vecchia amministrazione Obama.
Nell’incontro tra Trump e Putin, programmato per avvenire prima del G20 di Amburgo del 7-8 luglio, i due leader dovranno risolvere in primis il nuovo rapporto degli Stati Uniti con l’Iran, per portare a compimento la convergenza in Siria tanto decantata in clima di campagna elettorale.