Trump, le dichiarazioni dei redditi e la trasparenza

La notizia è passata quasi inosservata in Italia. La questione delle dichiarazioni dei redditi del presidente Donald Trump, che avvelena da anni i rapporti tra istituzioni negli Stati Uniti, è giunta finalmente alla Corte Suprema.

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In un’udienza tenuta in videoconferenza a causa dell’epidemia di Covid che sta flagellando gli USA, i giudici hanno ascoltato e interloquito con le tante parti in causa. Si tratta di una vicenda molto complessa che riguarda in estrema sintesi la possibilità del Congresso e della magistratura inquirente (procuratore distrettuale di New York) di ottenere l’accesso alle dichiarazioni dei redditi degli anni passati dell’inquilino della Casa Bianca e delle realtà economiche a lui associate.

Si tratta di documenti che non sono soggetti alle leggi sulla disclosure, sebbene ogni presidente dagli anni Settanta in poi ne abbia sempre volontariamente consentito la visione. Il caso verrà deciso alla Corte Suprema – che ha una maggioranza conservatrice – non prima di giugno e dopo che diversi tribunali federali e corti d’appello si sono pronunciate contro i tentativi del presidente di bloccare l’accesso ai suoi documenti finanziari. Le richieste di accesso sono sostanzialmente tre e di diversa natura. Nei primi due casi diversi comitati della Camera dei rappresentanti hanno citato Mazars USA, la società di consulenza finanziaria del Presidente, e la Deutsche Bank perché Trump avrebbe – nel primo caso – falsificato le sue finanze per ottenere prestiti e sarebbe stato soggetto a influenze straniere (Russia) attraverso il meccanismo di riciclaggio in cui è coinvolto l’istituto tedesco. Il terzo caso, promosso dal procuratore distrettuale di New York, Cyrus Vance jr. riguarda la possibilità che Trump abbia falsificato i suoi documenti finanziari per comprare il silenzio di due donne con cui aveva avuto una relazione prima della campagna elettorale del 2016.

La trasparenza istituzionale negli Stati Uniti è, dalla seconda metà del XX secolo, in un continuo processo di evoluzione e rinegoziazione e riguarda gli assetti di potere tra Presidenza, Congresso, agenzie federali, magistratura e opinione pubblica. Fin dal 1966 con l’approvazione del Freedom of Information Act il Congresso, consentendo che la pubblica amministrazione fosse soggetta a una trasparenza “totale” – con le dovute eccezioni – riguadagnava politicamente spazio rispetto a una presidenza “imperiale” sempre più slegata da ogni forma di controllo. I successivi emendamenti alla normativa sull’accesso, soprattutto quello del 1974, sono coincisi con fasi cruciali di ridefinizione delle relazioni e dei campi di azione fra poteri. L’udienza presso la Corte Suprema è diventata un luogo di dibattito sulle funzioni che oggi hanno i poteri esecutivo e legislativo.

Il Congresso ha il potere di superare le leggi sulla privacy – non è un obbligo rilasciare pubblicamente le dichiarazioni dei redditi – nell’ambito della sua attività legislativa? Il presidente che non è soltanto un cittadinoma “il solo individuo che è una parte del sistema di governo nell’ordinamento federale” ha diritto a una immunità totale durante il suo mandato, come ha affermato l’avvocato di Trump Jay Sekulow? Ma d’altronde, come ha risposto la giudice Elena Kagan: “un precetto fondamentale del nostro ordine costituzionale è che il presidente non è al di sopra della legge”.

Al di là dei veri o presunti illeciti di Trump nella questione delle dichiarazioni dei redditi si scontrano due opzioni politiche, giuridiche, culturali. Quella di un Congresso che correla attività conoscitiva e investigativa alla sua azione di legislatore, e quella di una presidenza che non si sente autonoma nell’esercitare i propri poteri perché il presidente è “molestato” come individuo e possibile oggetto di persecuzioni giudiziarie e mediatiche. I limiti della trasparenza e dell’accesso all’informazioni diventano il campo tecnico e politico in cui si confrontano queste opzioni.  

Daniel Pommier Vincelli,
Sapienza Università di Roma