Donald Trump: il 19 dicembre l’investitura ufficiale dei “Grandi Elettori”

Da molti salutato trionfalisticamente come il Candidato outsider perché ritenuto non organico al deep State a stelle e strisce, Donald Trump, ad una lettura meno superficiale ed emozionale si rivela un “politikòn zoon” in grado di interloquire proficuamente con esponenti di quello stesso establishment –  anche finanziario – di cui, secondo diversi commentatori e sostenitori, dovrebbe invece rappresentare il contraltare. Ecco perché il neo inquilino della Casa Bianca potrebbe anche non rappresentare una sorpresa.

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Le “key dates” verso la Casa Bianca

Per (l’oramai ex candidato repubblicano) Donald Trump quella dell’8 novembre scorso non è stata una data di arrivo, ma di inizio. Il lungo passaggio di consegne tra l’Amministrazione uscente e il nuovo inquilino della Casa Bianca culminerà, come da tradizione, nell’Inauguration Day (venerdì 20 gennaio 2017, il 21 se la data fosse caduta di domenica), quando – all’ombra del Campidoglio (Capitol Hill, l’edificio che ospita il Congresso) – il 45° successore di George Washington presterà giuramento dinnanzi al Chief Justice della Corte Suprema degli Stati Uniti.

Circa un mese prima (19 dicembre) i cosiddetti “Grandi Elettori” (Electors) che formano il cosiddetto “Electoral College” avranno “ratificato” – ciascuno nel rispettivo Stato di residenza ed elezione – il voto popolare di novembre (General Election), eleggendo il Candidato alla Presidenza con (almeno) 270 dei 538 Voti Elettorali (electoral votes) attribuiti in relazione ai rappresentanti e senatori che ciascuno Stato invia alle due camere del Congresso e ripartiti su base demografica tra i cinquanta Stati che compongono l’Unione.

Il 28 dicembre sarà il termine ultimo entro cui tutti gli Stati dovranno notificare gli electoral votes a Washington. Il successivo 6 gennaio gli attuali membri del Congresso (una parte di essi, benché eletti l’8 novembre, non vi parteciperanno) si riuniranno per effettuare il conteggio dei “Voti Elettorali”. Spetterà poi all’attuale Vice Presidente, il democratico Joe Biden, annunciare i risultati del voto dei “Grandi Elettori”.

Un percorso ad ostacoli

Entro il 13 dicembre gli Stati devono avere risolto ogni controversia circa l’attribuzione dei loro “Grandi Elettori”. Tale circostanza non è di poco peso. Ciò per via della particolare natura del Presidential Election Process.

Il candidato che – nell’Election Day – ottiene la maggioranza dei “Voti Popolari” (Popular Votes) in uno Stato conquista tutti i “Grandi Elettori” ad esso collegati. Ciò può, in alcuni casi, determinare una discordanza tra il totale dei “Voti Popolari” ottenuti dai candidati e i “Voti Elettorali” assegnati loro in ogni singolo Stato, il cui valore, per quanto concerne i secondi, varia in base al peso demografico. E’ il caso, ad esempio, di California e Texas, che attribuiscono rispettivamente 55 e 38 “Voti Elettorali”. Mentre alcuni Stati, pur estesi quanto se non più di altri, eppure meno popolosi, assegnano un numero significativamente inferiore di “Voti Elettorali”.

A rendere il quadro ancor meno definito contribuisce inoltre la circostanza secondo la quale i risultati ufficiali dello spoglio saranno resi noti dalla Federal Election Commission solo verso la metà del 2017. I risultati ufficiosi sembrano tuttavia concordare su un dato: la Senatrice Hillary Clinton avrebbe conquistato la maggioranza dei “Voti Popolari”.

Uno degli ultimi aggiornamenti [CNN Politics] attribuisce infatti a Trump 290 “Voti Elettorali” pari a 61.917.320 “Voti Popolari”, mentre la Candidata democratica può rivendicare 63.515.588 “Voti Popolari” (pari però a 232 “Voti Elettorali”). Anche per tale motivo Trump si trova a dovere evitare quello che potrebbe essere un intralcio sul proprio cammino verso la Presidenza. Circa 600.000 cittadini statunitensi hanno infatti fin’ora sottoscritto una petizione [disponibile sul sito change.org] chiedendo che il Collegio dei “Grandi Elettori” il prossimo 19 dicembre esprima il suo voto a favore di Hillary Clinton. Si tratta – almeno in teoria – di un caso limite, eppure previsto dalla legislazione statunitense che non contempla il vincolo di mandato per i “Grandi Elettori”.

Al di là dei meri esercizi speculativi, una ben più concreta tegola si è abbattuta il 18 novembre sul candidato repubblicano, il quale ha raggiunto un accordo extra giudiziale patteggiando con le (contro)parti il pagamento di 25 milioni di Dollari come risarcimento civile in tre procedimenti (tra cui due class-action) intentate da ex studenti iscritti alla Trump University che, nonostante il pagamento di rette cospicue, non si sarebbero visti fornire adeguate garanzie deontologiche e titoli di studio.

Nomine “in pectore”

Nel frattempo, la Cabinet list di Trump appare ancora lungi dall’essere completa. Unicamente il White House staff sembra già formato, se non altro perché le nomine non devono essere sottoposte all’approvazione del Senato.

A capo dello staff presidenziale Trump ha scelto un nome che premia l’establishment del Partito Repubblicano, ovvero quello di Reince Priebus, presidente del Grand Old Party, mentre il responsabile di “Breitbart News Network”, Stephen K. Bannon, è stato scelto come Senior Counselor e Chief Strategist. L’ex direttore della Defense Intelligence Agency (DIA), il Lieutenant-General Michael Flynn sarà National Security Adviser (Consigliere per la sicurezza nazionale).

Il repubblicano Mike Pompeo dovrebbe, previo consenso del Senato, dirigere la Central Intelligence Agency (CIA). Il nuovo Presidente dovrà inoltre a breve – ovvero nel corso del 2017 – indicare altre due figure chiave nel settore intelligence e difesa: il Director of the National Intelligence (l’attuale, James Clapper, il 17 novembre ha rivelato di avere presentato le sue dimissioni al Presidente uscente Barack Obama) e il Chairman of the Joint Chiefs of Staff, ovvero il Capo degli Stati Maggiori riuniti, nonché massimo consigliere militare per la Casa Bianca, incarico oggi ricoperto dal Generale Joseph F. Dunford Jr., il cui mandato (rinnovabile per due volte in tempo di pace) scade il prossimo 1° ottobre 2017.

Per i principali Dipartimenti che formano l’esecutivo presidenziale e che dovranno ottenere il “parere e assenso” (advice and consent) del Senato degli Stati Uniti, secondo la formula nota come “Appointments Clause”, vi sarebbero diversi nomi al vaglio. Secondo indiscrezioni del “Washington Post” le figure maggiormente accreditate sarebbero quelle del Senatore dell’Alabama Jeff Sessions, indicato come Attorney General (ministro della Giustizia), di Mitt Romney per la Segreteria di Stato (affari esteri) e di Steven Terner Mnuchin in qualità di Segretario al Tesoro. Quest’ultima scelta, se confermata, premierebbe l’establishment bancario e finanziario statunitense.

Mnuchin può infatti vantare un curriculum prestigioso, avendo ricoperto incarichi in svariati board di importanti fondi d’investimento ed essendo stato Chief Information Officier di The Goldman Sachs Group Inc. [fonte: Bloomberg.com]. In alternativa al suo nome, è circolato anche quello di Jamie Damon, proveniente dalla investment bank JPMorgan. Mnuchin può però rivendicare una sorta di “diritto di prelazione”, essendo stato egli molto vicino a Trump in qualità di responsabile finanziario della sua campagna presidenziale sin dal 5 maggio 2016. Già assegnati “in pectore” anche gli incarichi di Secretary for Education, con l’indicazione della leader dei repubblicani del Michigan, Betsy DeVos, mentre il neochirurgo Ben Carson avrebbe accettato la nomina a Secretary for Housing and Urban Development.