Trump e il populismo: analisi non emozionale di un presidente

Salutata come il trionfo del candidato che ha saputo “parlare alla pancia” dell’elettore medio americano, la vittoria del tycoon repubblicano nelle recenti consultazioni presidenziali statunitensi continua ad essere dipinta dalla narrativa comune, soprattutto in Europa, come il preludio ad una rinascita “sovranista”. Nel Vecchio Continente movimenti politici sedicenti populisti sembrano infatti considerare l’inquilino della Casa Bianca come un modello da importare e imitare, specialmente in campo geopolitico. Ma è davvero così o si tratta piuttosto di una falsa percezione alimentata unicamente da spirito di propaganda?

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Prima della geopolitica: l’etimologia

Giuseppe Patota – docente di Linguistica italiana all’Università degli Studi di Siena – in un contributo del 2013 dal titolo “A proposito di populismo”, scritto per il portale Internet dell’Accademia della Crusca, ha spiegato come tale termine sia: “un adattamento dell’angloamericano populism, che a sua volta traduce la parola russa narodnicestvo, derivata dal russo narod ‘popolo’ […] Nel 1891 […] narodnicestvo venne tradotta nell’inglese degli Stati Uniti con populism e populist, a indicare il movimento e i sostenitori del People’s party: cioè, letteralmente, il ‘Partito del popolo, delle persone, della gente’. All’inizio del Novecento i due termini passarono […] all’italiano, diventando populismo e populista […] dopo la seconda guerra mondiale […] furono adoperati per qualificare il tipo di politica attuata da Juan Domingo Peron [presidente dell’Argentina, n.d.A.] dal 1946 al 1955”. Da quel momento – scriveva ancora Patota – “le due parole hanno indicato in senso spregiativo l’atteggiamento di chi da una parte esalta in modo velleitario il popolo come depositario di valori totalmente positivi, dall’altra cerca di conquistarne il favore con proposte irrealizzabili ma di facile presa: cioè […] demagogiche”. Patota aggiungeva: “il populismo è anche quello di chi ritiene che l’unica legittimazione per l’esercizio del potere politico sia quello derivante dal consenso popolare, che […] consentirebbe di superare i limiti […] posti […] dalle leggi all’esercizio del potere politico stesso. In questa accezione il termine non implica necessariamente un raggiro del popolo, ma certamente presuppone il suo consenso”.

Trump nella narrativa mediatica

Anche negli Stati Uniti alcuni commentatori hanno cercato di individuare l’essenza del populismo, con particolare riferimento alla politica del Presidente Donald Trump. Ad esempio Uri Friedman, che, nel tentativo di dare una spiegazione della disistima più volte mostrata da Trump per i media nazionali,  nell’articolo What Is a Populist? And is Donald Trump one? (“Che cos’è un populista? E Donald Trump è uno di loro?”), apparso su “The Atlantic” [27 feb. 2017], ha riportato il pensiero di Jan-Werner Müller (Princeton University) già autore del volume What is Populism? Per Müller, una caratteristica del populismo consisterebbe nella credenza insita tra i movimenti populisti (e i loro sostenitori) che lungo la propria ascesa politica essi siano ostacolati dalle élites al potere mediante una conventio ad excludendum di tipo doloso. Tuttavia qui interviene appunto la narrativa in voga che attribuisce a Trump il ruolo di capofila in quella che viene dipinta come una (nascente) riscossa del populismo a livello globale. Robert Shrum (University of South California) ha tuttavia espresso dubbi a tal riguardo. Con notevole sarcasmo, li ha illustrati – il 29 agosto 2017 – sulle pagine di “POLITICO.com” nell’articolo Donald Trump Is Not a Populist, affermando come Trump sia populista nello stesso modo in cui il regime della Corea del Nord sarebbe democratico. Per Shrum, Trump appare piuttosto: << a demagogue who, under the cover of a contrived populism that traffics in resentment of “the other”, pursues a plutocratic course that betrays the very people he tricked into voting against themselves >>. Egualmente esplicito nella sua analisi è stato Eugene J. Dionne Jr., commentatore per il quotidiano “The Washington Post”, che in un articolo del 18 agosto 2017 ha sostenuto la tesi secondo cui il populismo ostentato da Trump sia (stato) uno stratagemma (“a ruse”), portando come prova le dinamiche che nell’aprile 2017 furono alla base della decisione di estromettere Steve Bannon – definito “right-wing-populist-in-chief” – dal National Security Council e sollevarlo dalla carica di Chief Strategist and Senior Counselor del White House Staff.

 Trump all’esame dei fatti

Dal punto di vista della politica economica Trump sembra avere smentito sin da sùbito il dogma populista concernente la critica ai big del sistema finanziario. Appena eletto infatti ha affidato a due ex top manager di Goldman Sachs, Steve Mnuchin e Gary Cohn, importanti incarichi di governo: il primo – già suo tesoriere nella campagna elettorale – è divenuto Segretario al Tesoro, mentre il secondo è stato nominato Direttore del National Economic Council e Chief Economic Advisor della Casa Bianca (Cohn in particolare, è stato presidente e Chief Operating Officier della banca d’affari newyorkése dal 2006 al 2017). Non dissimile l’approccio nel campo della foreign policy, rispetto alla quale – diversamente da quanto sostenuto dalla narrativa corrente – l’Amministrazione Trump ha mostrato e continua a mostrare una certa continuità con la precedente Amministrazione Obama e perfino con alcune istanze sollevate a suo tempo dalla presidenza Clinton, nonché analogie con la vecchia (ma a quanto pare non del tutto superata) dottrina estera neocon. L’aspetto più delicato è forse rappresentato dalla questione della (presunta) violazione ed elusione del Trattato INF (Intermediate-Range Nuclear Forces) da parte della Federazione Russa. L’accusa era stata formulata in via ufficiosa da Obama per mezzo di una lettera inviata al presidente della Federazione Russa il 28 luglio 2014. Il 23 febbraio 2017, rispondendo ad una intervista della “Reuters” in merito all’argomento, Trump aveva sostanzialmente ribadito tale posizione affermando: “To me it’s a big deal […]  Because it’s a violation of an agreement that we have” (“Per me è un grosso problema […] Perché è una violazione di un accordo che abbiamo”). Anche in relazione alla Crimea la nuova Amministrazione ha mostrato di procedere lungo la via già tracciata da Obama. Il 14 febbraio 2017 il Press Secretary, Sean Spicer [dimessosi il 21 luglio 2017], aveva affermato che Trump avrebbe continuato: “to raise the issue of Crimea, which the previous administration had allowed to be seized by Russia […] President Trump has made it very clear that he expects the Russian government to deescalate violence in the Ukraine and return Crimea […] about the sanctions […] he doesn’t want to lift them until Crimea is returned […] There’s no change in our current sanctions strategy with Russia […]”. Non sembra inoltre che Trump accenni a smantellare o almeno interrompere il dispiegamento in Europa centro-orientale del Ballistic Missile Defense System (“Scudo anti missile”) che preoccupa assai i vertici politico-militari della Federazione Russa. Sempre con riguardo alla Russia – la cui leadership viene spesso esaltata dai populisti – Trump non si è, sino ad ora, mostrato intenzionato a rigettare l’Executive Order 13757 del 28 dicembre 2016 con il quale Obama imponeva sanzioni a quattro cittadini russi e a cinque organismi di Mosca (tra cui le agenzie di intelligence militare [GRU] e civile [FSB]) per le attività di hackeraggio che secondo gli Stati Uniti avrebbero avuto come obiettivo quello di condizionare le passate elezioni presidenziali.

NATO e Corea del Nord nella US Strategy

Anche le iniziali dichiarazioni di Trump, pronunciate a Racine (Wisconsin) il 2 aprile 2016 durante la campagna elettorale, circa l’obsolescenza della NATO, che in Europa (Italia compresa) furono intese da alcuni movimenti populisti come la possibile fine del “dispotico dominio americano” esercitato attraverso il Trattato Nord Atlantico sul Vecchio Continente, in realtà significavano l’esatto opposto. Trump – come più tardi ebbe a specificare – aveva infatti riesumato una questione che affonda le sue radici già negli anni del primo mandato di Bill Clinton: quella del (cosiddetto) burden-sharing, ovvero la condivisione degli oneri – anche finanziari – tra i Paesi membri dell’Alleanza Atlantica. Trump intende infatti ottenere il rispetto della clausola NATO – adottata su pressione di Washington nel 2006 – che impegna ogni singolo Stato membro a destinare il 2% del proprio PIL per la difesa. Tale scelta è stata confermata al Summit NATO di Newport (Galles) nel 2014, fissando al 2024 la data ultima per il suo ottemperamento. La stessa crisi missilistica in Corea del Nord e il conseguente dispiegamento da parte degli Stati Uniti del sistema di difesa anti-missili THAAD (Theater High Altitude Area Defense) nella Corea del Sud rivelano come Trump adotti soluzioni già suggerite dalla dottrina neocon e illustrate, ad esempio, nel documento del think-tank neoconservatore Project for the New American Century datato 2000 e  intitolato Rebuilding America’s Defenses. Strategy, Forces and Resources For a New Century, ove si affermava: “adversaires likes Iran, Iraq and North Korea are rushing to develop ballistic missiles and nuclear weapons as a deterrent to American intervention in regions they seek to dominate” [pag. 4]. Non bisogna infine dimenticare che fu sotto la presidenza di George W. Bush – fortemente dominata dal pensiero neoconservatore – che venne coniata (2002) l’espressione “Asse del male” (axis of evil) raggruppante Iraq (liquidato nel 2003), Iran e Corea del Nord, ma a cui in séguito sono stati associati anche altri Paesi – tra cui Libia e Siria – peraltro già inclusi nella categoria dei rogue states (“Stati canaglia”).

In vero, due rotture rispetto alla precedente presidenza Obama si possono registrare, precisamente nel campo delle relazioni estere. Trump ha infatti manifestato a più riprese l’intenzione di riconsiderare il Joint Comprehensive Plan of Action (Iran deal) firmato il 14 luglio 2015 (anche) dagli Stati Uniti con Teheran per disciplinare lo sviluppo del nucleare (civile) iraniano. In questo senso, il 2 febbraio 2017 Trump aveva già autorizzato il Dipartimento del Tesoro ad applicare (nuove) sanzioni a venticinque – tra personalità individuali ed enti – accusati di fornire supporto al programma balistico iraniano e alla Forza al-Quds del Corpo dei Guardiani della Rivoluzione (Pasdaràn). Inoltre, Il 6 aprile 2017 – diversamente da quanto (non) accadde nel 2013 – ordinando il bombardamento missilistico della Siria, come risposta all’uso di armi chimiche da parte delle forze di Damasco, Trump ha dimostrato di arrivare laddove il Premio Nobel per la Pace, Barack Obama, non osò spingersi.