Trump e il difficile rapporto con la Cina e l’OMS

Novembre 2019. Siamo ancora inconsapevoli, perlomeno noi comuni cittadini, della tempesta che si abbatterà sul mondo nei mesi successivi e delle conseguenze che un tale shock provocherà su un sistema internazionale unipolare già fortemente in crisi. Nello stesso mese viene pubblicato il nuovo libro di Federico Rampini, La seconda guerra fredda, dove il giornalista illustra in modo preciso una situazione che qualche mese dopo sembra divenire sempre più reale: “E’ cominciata la seconda guerra fredda. Sarà profondamente diversa dalla prima. Cambieranno molte cose per tutti noi, nella sfida tra America e Cina nessuno potrà rimanere neutrale. L’economia e la finanza, la scienza e la tecnologia, i valori politici e la cultura, ogni terreno sarà investito dal nuovo conflitto. Dobbiamo smettere di parlare di globalizzazione come se fosse irreversibile: la sua ritirata è già cominciata. (…) Il tramonto del secolo americano e la possibile transizione al secolo cinese bruciano le tappe.”

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L’accordo commerciale.

Nei mesi successivi la puntuale analisi viene solo parzialmente smentita dall’accordo commerciale tra USA e Cina del 15 Gennaio 2020, un accordo più volte descritto come una pace di facciata e colpevole di aver rimandato la discussione dei veri nodi che impediscono una maggiore collaborazione economica e tecnologica tra i due Stati. Nonostante ciò, il tempo per festeggiare quello che Trump aveva definito un passo avanti storico nei rapporti con la Cina non si dimostra sufficiente.

La pandemia rompe gli equilibri.

Nello stesso periodo, infatti, con un escalation cronologicamente difficile da descrivere il mondo subisce i tragici effetti della pandemia globale e alle celebrazioni si sostituisce la consapevolezza delle due superpotenze di essere di fronte ad una sfida storica fondamentale per gli sviluppi internazionali dei decenni a venire e il cui esito dipende strettamente dall’efficacia nella gestione e soprattutto nella reazione alla difficoltà. Entrano in gioco i  vari meccanismi legati alla gestione della sanità, alla tecnologia, alla futura ripartenza economica e sociale e cresce di pari passo la competizione che vede contrapposti due modelli politici antitetici e la loro capacità e prontezza nel rispondere all’emergenza: da una parte il sistema politico autoritario, dall’altro il sistema occidentale o democratico liberale. Nonostante sia impossibile compiere una categorizzazione di questo genere nella valutazione di costi sostenuti e risultati, i dati di cui fino ad oggi disponiamo sembrano però dimostrare in modo innegabile che, teorie del complotto a parte, la Cina sia riuscita a controllare in modo più risoluto gli effetti dell’epidemia. Il Ministero della Salute in data 5 giugno riporta come i casi della Cina confermati clinicamente e in laboratorio siano 84.614 con un numero di morti pari a 4.645. Negli Stati Uniti, invece, i casi sono 1.837.803 ed i morti sono 106.876, numero decisamente più alto anche della totalità dei casi che sono stati dichiarati in Cina.

L’attacco di Trump.

Se è difficile analizzare e confrontare in modo puntuale questi dati senza una certezza assoluta sulla loro veridicità, la colossale differenza emerge in modo chiaro e netto. Trump è stato a più riprese criticato per aver sottovalutato il rischio del contagio e per aver conseguentemente ritardato l’adozione di misure efficaci di contrasto, ma il Presidente americano non ha perso tempo per replicare duramente, adottando la strategia di scaricare le colpe all’esterno puntando il dito contro OMS e Cina e minacciando più volte ed in piena fase emergenziale di tagliare i fondi all’Organizzazione Mondiale della Sanità, attribuendogli soprattutto la responsabilità, in condivisione di colpe con Xi Jinping, di aver nascosto dati e informazioni reali sul virus in tutti questi mesi. Nei primi giorni di Maggio le accuse si aggravano tanto che Trump e il Segretario di Stato Usa Mike Pompeo annunciano pubblicamente di avere le prove che Covid-19 sia stato prodotto nel laboratorio di Wuhan ed alcune dichiarazioni di Trump prevedono anche la possibilità di tagliare i legami con Pechino. Emerge puntuale la smentita dell’Intelligence statunitense che nega di essere in possesso di tali informazioni, ma questo non indebolisce l’attacco frontale programmato da Trump, che il 18 Maggio rende nota una lettera da lui scritta al direttore generale dell’OMS Tedros Adhanom Ghebreyesus dove minaccia la sospensione senza limite di tempo di fondi e dove viene messa in dubbio la stessa adesione degli Stati Uniti all’Organizzazione. Le accuse rivolte a OMS e Cina sono severe e gravi: da una mancanza di indipendenza dell’organizzazione e un legame troppo stretto con la Cina, alla colpa dell’OMS di aver ignorato sistematicamente le notizie sulla diffusione del virus circolanti già da dicembre 2019, fino alla poca trasparenza del gigante asiatico nel periodo iniziale del contagio. Non solo lacune gestionali quindi, seguendo tali teorie, ma anche un dolo evidente che, se confermato, sarebbe sconvolgente e pericoloso.

Le risposte non si fanno attendere, a partire da quella dell’ex ambasciatore Usa in Cina (2014-17) Max Baucus, che spiega come la strategia di Trump sia quella di disegnare erroneamente la Cina come il grande colpevole che ha causato tutte le difficoltà e tutti i mali che gli americani stanno vivendo. Sulla stessa scia, ancora più chiara e forte è la risposta, alle sopra citate accuse, del portavoce del Ministero degli Esteri Cinese Zhao Lijian, che il 19 Maggio definisce apertamente la lettera di Trump piena di calunnie e con il primario obiettivo di spostare la responsabilità nascondendo l’incompetenza americana nel gestire l’emergenza. Un diverso ma curioso spunto viene fornito anche dal giornalista Pierre Hansky che in un articolo ripreso da Internazionale costruisce un’interessante metafora in cui il primo termine di comparazione è il recente “piano 2025” di Xi Jinping in riferimento alla completa ristrutturazione dell’industria e alle tecnologie di cui la Cina vuole diventare leader mondiale nei prossimi anni. Il “piano 2025” viene accostato al lancio dello Sputnik nel 1957 che fece prendere coscienza agli Stati Uniti del loro ritardo sull’Unione Sovietica. Hansky pensa che la stessa logica e strategia che scaturì da quel momento storico sia quella oggi adottata da Trump per combattere il nuovo temibile avversario.

Una pericolosa escalation

I particolari nascosti sono sicuramente incalcolabili, ma ciò che è certo è che dal 15 Gennaio sono cambiate così tante cose che la definizione di Rampini utilizzata in apertura torna ad essere, forse oggi più che mai, attuale e centrata. Come riportato in un articolo del 15 Maggio di Chiara Gentili pubblicato da Sicurezza Internazionale, Trump ha recentemente dichiarato che l’ottimo affare commerciale con la Cina ora non  sembra più lo stesso, lasciando così non pochi dubbi sulla futura collaborazione tra i due Stati. Danni profondi e irreversibili nei rapporti tra le due superpotenze sarebbero una vera e propria catastrofe per le sorti dell’intero sistema internazionale perché, pur non considerando scenari di più lungo periodo, nell’immediato questa sfida sempre più accentuata compromette una più che mai vitale cooperazione internazionale. Gli sviluppi ancora più recenti, in questo senso, non sembrano andare nella direzione auspicata, come dimostra la conferenza stampa di Trump del 29 maggio in cui il Presidente americano ha annunciato pubblicamente il ritiro dall’OMS, manifestando una volta in più come l’agenzia delle Nazioni Unite per la salute sia ormai diventato il più adatto capro espiatorio della nuova guerra fredda tra Stati Uniti e Cina.

E diventa sempre più complicato giudicare da cosa sia motivato il generale comportamento di Trump, se da prove o quantomeno sospetti reali o se invece dalla paura di perdere un primato e quindi da una pura e calcolata strategia. Sebbene l’ipotesi di una mancanza di dati reali sulla situazione in Cina sia azzardata, l’accusa su una presunta negligenza o proposito di occultamento senza possedere prove è un rischio enorme. Se l’obiettivo fosse quello di erodere la figura della Cina come superpotenza e potenziale alternativa al modello liberale e l’atteggiamento statunitense fosse legato esclusivamente ad una strategia di potenza “anti-declino”, la sua immagine e credibilità ne risulterebbero a fine corsa irrimediabilmente compromesse.