Trump e Clinton: cosa aspettarsi veramente dalla loro politica estera

Con la conclusione del terzo ed ultimo confronto televisivo tra Hillary Clinton e Donald Trump si ha ora un quadro completo delle intenzioni dei due canditati alla presidenza degli Stati Uniti.

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Luoghi comuni e media hanno forse reinterpretato le idee dei due candidati che, almeno per quanto riguarda la politica estera, sono in realtà ben diverse.

Per quanto riguarda Hillary Clinton, le decisioni assunte durante la carica come Segretario di Stato, dal 2009 al 2013, nella prima amministrazione Obama, offrono un panorama interventista che stride con quanto filtrato dai media internazionali e italiani in particolare. Molti sostengono che il suo mandato non abbia raggiunto nessun obiettivo concreto, in quanto le grandi crisi in Iran, Pakistan, Corea del Nord e Israele-Palestina erano presenti prima e sono continuate ad esistere anche dopo la sua conclusione. Altri invece affermano come la “dottrina Hillary”, ovvero il suo impegno nel portare sempre avanti i diritti umani e soprattutto l’empowerment delle donne, sia stata efficace e le abbia fatto guadagnare popolarità e ammirazione sia negli Stati Uniti che nel mondo.

Il rapporto con Obama, che inizialmente sembrava difficile, è risultato invece possibile e spesso i due si sono trovati d’accordo. Altre occasioni invece hanno visto le soluzioni proposte dalla Clinton cedere davanti alle decisioni del Presidente. Questo è il caso ad esempio delle sanzioni applicate nel 2010 all’Iran, quando la candidata democratica aveva proposto un intervento militare.

Nonostante infatti abbia suggerito molte occasioni di confronto con leader internazionali, come la visita di stato in Birmania nel 2011 per incontrare i leader del nuovo governo democratico o i molteplici viaggi in Pakistan, la politica della Clinton è stata sempre di stampo interventista.

A dimostrazione di questo c’è ad esempio il suo voto a favore dell’intervento in Iraq nel 2002 quando era ancora senatrice, o il piano elaborato con la CIA per inviare armi ed addestrare i ribelli contro Assad in Siria poi rifiutato da Obama, o ancora le missioni portate avanti dai droni in tutto il Medio Oriente e soprattutto in Pakistan per “sfoltire” la kill-list di terroristi e nemici degli Stati Uniti.

C’è da aggiungere soprattutto però il caso della Libia. I colloqui con i leader europei e nordafricani per raccogliere consensi per l’istituzione della no-fly zone e per il successivo intervento armato, furono infatti proposti e sostenuti proprio da Hillary, macchiando il suo passato con quello che Obama ha poi definito il peggior fallimento della sua amministrazione.

Le sue proposte di politica estera emerse in campagna elettorale sembrano riflettere le decisioni assunte in precedenza. Continua a sostenere ad esempio gli accordi internazionali di libero scambio e di cooperazione tra stati istituiti durante i mandati di Obama, ma anche la volontà di armare i ribelli ed i curdi nella lotta contro Assad e di portare avanti una politica di attacchi diretti contro al-Baghdadi come quelli attuati in precedenza contro i leader di Al-Qaeda. Per quanto riguarda l’Iran invece sostiene l’accordo sul nucleare siglato dall’ultima amministrazione Obama, che ritiene necessario seppur non perfetto e che implementerebbe con delle ulteriori restrizioni a causa delle recenti violazioni in ambito missilistico.

Per quanto riguarda Donald Trump invece ci si può solo basare sulle sue spesso discordanti dichiarazioni. La sua politica è decisamente non interventista, in quanto sembra ricollegare qualsiasi argomento all’economia interna ed agli sprechi in politica estera che sottraggono risorse al benessere degli Americani. Quella che lui definisce la politica della “America first”, può in realtà ridursi ad una sorta di isolazionismo.

Le sue dichiarazioni decisamente propagandistiche non si sbilanciano più di tanto e si riducono spesso ad affermazioni populiste che generano boati di approvazione nelle assemblee a cui si rivolge. È questo ad esempio il caso delle sue vaghe affermazioni riguardo il terrorismo e lo Stato Islamico, che dice di voler completamente annientare ma non indica come, giustificandosi dietro al fattore sorpresa e al vantaggio che una politica dell’imprevedibilità gli garantirebbe.

Questi sembrano essere gli unici esempi di interventismo in questioni esterne al territorio degli Stati Uniti. Per il resto infatti Trump critica qualsiasi accordo o politica che siano stati fatti in precedenza, a partire dagli accordi internazionali di libero scambio che sarebbero da rinegoziare se non abolire, fino a giungere alla NATO ed alle Nazioni Unite. Il candidato repubblicano infatti definisce entrambe le organizzazioni “obsolete” ed afferma che dovrebbero occuparsi di terrorismo e non di politiche risalenti alla Guerra Fredda che continuano a significare spese imponenti ed univoche degli Stati Uniti per la protezioni di altri stati, soprattutto europei.

C’è poi la soluzione che propone per la Siria, ovvero l’istituzione di zone protette per i rifugiati completamente a spese della Germania e dei paesi del Golfo, ed il completo ritiro delle forze statunitensi in quanto fino ad adesso la politica di Obama e della Clinton ha solo fatto unire Damasco, Teheran e Mosca nella lotta contro lo Stato Islamico facendo sembrare la grande potenza americana debole agli occhi del mondo.

La questione dei rapporti con la Russia e con Putin è più delicata, anche conseguentemente alle recenti accuse da parte dell’intelligence statunitense per l’intromissione nelle elezioni e per l’attacco informatico contro il Partito Democratico. Il miliardario newyorkese ha infatti affermato di voler tentare il dialogo con un paese che è sempre stato dipinto come nemico e di essere sicuro che un accordo sia necessario, e non solo per sconfiggere il terrorismo.

A conclusione del quadro sulle proposte di politica estera di Trump, c’è la sua convinzione che tutto sia riducibile alla convenienza e agli interessi statunitensi: per le relazioni con gli stati basarsi sull’amicizia questi stessi hanno dimostrato negli anni; smettere di comprare il petrolio dei paesi arabi se questi non si impegnano nella lotta allo Stato Islamico; ed infine abbandonare il ruolo di protettore del mondo assunto dagli Stati Uniti negli ultimi anni ritirando le proprie forze armate dagli stati che non partecipano alla gestione delle spese.

Indubbiamente i due candidati sono fautori di una politica estera estremamente diversa, ma c’è sicuramente da considerare anche una serie di fattori che potrebbero influenzare le loro azioni. Primo tra tutti, il clima da campagna elettorale, che obbliga i candidati a delle dichiarazioni mirate alla soddisfazione dei propri potenziali elettori. Inoltre, le situazioni di crisi in rapido stravolgimento specialmente in Medio Oriente, potrebbero comportare un cambiamento di rotta da qui a pochi mesi. Infine in parte tutto dipenderà anche dal tipo di maggioranza che si andrà a formare al Congresso successivamente alle imminenti elezioni, in quanto il bilanciamento dei poteri previsto dalla Costituzione Americana garantisce a quest’ultimo larghi poteri, anche di veto, nei confronti della politica del presidente.