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#USA2024Trump e Biden tra protezionismo e strategia anti-Cina: punti...

Trump e Biden tra protezionismo e strategia anti-Cina: punti in comune, differenze e prospettive per la nuova presidenza

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Se sotto innumerevoli punti di vista Trump e Biden si presentano come due facce opposte, in particolar modo nei riguardi della politica estera, dell’eccezionalismo americano – l’uno tendendo a forme di unilateralismo, l’altro sottolineando l’essenzialità del coinvolgimento nei consessi multilaterali globali – quando si tratta di politiche di protezionismo e in particolar modo dell’atteggiamento commerciale nei confronti della Cina, i due Presidenti presentano considerevoli punti in comune, sebbene Biden avesse inizialmente ripromesso di rivedere la politica di dazi imposta dal Presidente repubblicano uscente. Qualunque sarà il risultato elettorale alle presidenziali del prossimo novembre, è ragionevole aspettarsi che questa politica di contenimento economico della Cina sarà confermata anche dalla nuova Amministrazione, seppur con le sue peculiarità.

Durante l’Amministrazione dal 2016 al 2020, il Presidente Donald J. Trump, aveva sostenuto una politica basata sul noto motto “America First”, la cui applicazione nel contesto finanziario-commerciale aveva dato vita a una fase di imposizione di dazi sulle importazioni, con lo scopo di ridurre il deficit commerciale americano. Nella fattispecie, il Dipartimento del Commercio era andato a colpire settori di rilevanza strategica nel contesto produttivo statunitense imponendo nel gennaio 2018 una tariffa del 30% sui pannelli solari e del 50% sulla lavatrici e nel marzo 2018 del 25% sull’acciaio e del 10% sull’alluminio, estendendo la misura anche a partner quali l’Unione europea, il Canada e il Messico, con una conseguente crescente tensione con i propri alleati. La politica di protezionismo trumpiana ha avuto però un altro bersaglio principale: la Cina. Durante il suo mandato infatti, la media delle tariffe americane su importazioni cinesi ha visto un aumento da circa il 3% al 20% andando a colpire, all’interno dei $380 miliardi di beni coinvolti, una larga maggioranza di prodotti cinesi. La strategia di protezionismo nei confronti del gigante asiatico trovava giustificazione nelle asimmetrie commerciali del mercato a favore della Cina in particolare per via dell’impossibilità per le aziende americane di accedere al mercato cinese e l’inadeguata protezione a livello cinese del diritto di proprietà intellettuale, oltre al già menzionato trade deficit americano verso la Cina. In questo contesto, tra il 2018 e il 2020, ha avuto un luogo una vera e propria guerra commerciale che è arrivata ad essere dichiarata come emergenza nazionale. Alla fine del mandato di Trump, nonostante l’accordo firmato a gennaio 2020 con l’omologo cinese Xi Jinping, la maggior parte delle tariffe è restata in vigore, passando la gestione del delicato equilibrio al successore: Joseph R. Biden.

La politica perseguita del Presidente democratico ha di fatto visto un proseguimento di quella avanzata da Trump. Si potrebbe difatti affermare che la principale eredità lasciata dall’Amministrazione repubblicana sia stata la concezione, a partire dalla National Security Strategy pubblicata nel dicembre 2017, della Cina come principale competitor e avversario degli Stati Uniti non solo in campo economico-commerciale ma anche in quanto potenza revisionista dell’ordine internazionale. Nonostante secondo quanto riportato dal Tax Foundation i dazi imposti da Trump abbiamo ridotto il tasso di occupazione netto di 166.000 posti di lavoro e secondo le stime della US International Trade Commission il peso della tariffe sia andato a colpire direttamente ed esclusivamente i consumatori americani, e non i prezzi applicati dagli esportatori, Biden ha di fatto mantenuto la politica iniziata dal suo predecessore trasformandola in una sua versione più “professionalizzata” ed “educata”.

Di particolare rilievo a questo proposito, oltre al rinnovo delle tariffe in via di scadenza come quella sui pannelli solari, sono il Chips and Science Act, l’Inflation Reduction Act (IRA) e il caso delle Tariff Trade Quota con l’Unione europea. Il primo, con un investimento iniziale di $280 miliardi seguito da ulteriori, di cui l’ultimo da $6.5 miliardi il 21 febbraio 2024, si incentra sullo sviluppo della produzione domestica e la riduzione di dipendenza da attori esterni in campo tecnologico e in particolar modo per quanto riguarda i semiconduttori. Di questi ultimi infatti, nonostante siano stati un’invenzione statunitense, quelli di matrice americana nel 2022 ricoprivano solo un 10% della fornitura mondiale contro il 75% dell’Estremo Oriente. La legge rientra dunque in maniera molto evidente nella più ampia strategia anti-Cina dell’Amministrazione Biden basata su tre parole chiave “Invest. Align. Compete”. In secondo luogo, l’Inflation Reduction Act si propone come il più grande investimento per l’energia pulita e la lotta al cambiamento climatico volto alla riduzione del deficit americano. L’iniziativa prevede una serie di programmi da parte di una estesa lista di attori governativi tra Dipartimenti e Agenzie, con lo scopo di creare nuovi posti di lavoro, ridurre i costi sull’energia e sull’assistenza sanitaria per le famiglie e rendere più equo l’apparato fiscale.

Per quanto riguarda la Cina, un’ulteriore azione da menzionare è il maggiore scrutinio nei confronti di Paesi partner come il Messico e il Vietnam che fungono da “connector-economies” tra Stati Uniti e Cina, permettendo a quest’ultima di bypassare le misure tariffarie imposte sui suoi beni. Infine, nonostante non rientri propriamente nel discorso anti-Cina, è di fondamentale importanza la controversa questione delle , contro l’Unione europea in quanto si inseriscono nel quadro di protezionismo già descritto con l’ulteriore motivazione, nonostante la poca concretezza pratica, della lotta al cambiamento climatico. Sebbene controversa, la strategia democratica sembra star portando i suoi frutti e, come ironicamente sottolineato in un articolo di Bloomberg, Biden sta vincendo la guerra commerciale contro la Cina secondo i parametri di Trump: il trade deficit è in calo ed è il più basso dal 2010, la produzione americana nei settori strategici è in crescita e la dipendenza dalla Cina è conseguentemente ridotta, secondo quanto riportato dall’Amministrazione.

Preso atto di quelle che sono state le principali azioni delle due Amministrazioni in questo contesto, è possibile evidenziare, come anticipato, una linea di continuità. In primo luogo, entrambi i Presidenti rispondono a degli “interessi speciali” (special interests) in campo economico dal lato dei produttori non dei consumatori, che come visto pagano il prezzo non solo a livello di tasse ma anche per il costo crescente di alcuni beni: il Cato Institute riporta l’esempio delle lavatrici, sulle quali la tariffa era non a caso stata richiesta dalla Whirlpool Corporation, l’azienda produttrice di lavatrici più grande degli Stati Uniti, e aveva causato durante il primo anno un aumento del 25% sul prezzo delle lavatrici in America con una stima di $1.5 miliardi di costo sulle famiglie. Un secondo fattore da tenere in considerazione è la percezione da parte di entrambe le Amministrazioni che l’aumento delle importazioni cinesi sia un fenomeno connesso al declino dei posti di lavoro negli Stati Uniti, sebbene proprio tali importazioni tra il 1995 e il 2011 avevano creato 1.7 milioni di posti di lavoro. Infine un elemento da non sottovalutare è l’analfabetismo economico evidente soprattutto nella percezione del commercio come un zero-sum game o addirittura un negative-sum game, come anche dimostrato nell’atteggiamento di entrambi i Presidenti nei confronti del partner europeo.

Per quanto riguarda il protezionismo e più nel dettaglio l’approccio alla Cina, ci sono tuttavia delle differenze. Da una parte Donald Trump, dopo un iniziale tentativo di dialogo, ha adottato una strategia e una dialettica basata sulla competizione diretta e lo scontro su ampia scala attraverso pressioni e il contenimento del Paese asiatico. Ciò è avvenuto attraverso misure unilaterali, come tariffe punitive e complete restrizioni per le compagnie tecnologiche cinesi, tanto che alcuni hanno individuato nella presidenza trumpiana il più buio momento nelle relazioni tra Stati Uniti e Cina in decenni. L’Amministrazione repubblicana si è basata su politiche mercantilistiche e un focus esclusivamente incentrato sui numeri del trade deficit e dei posti di lavoro, a discapito delle questioni securitarie (e.g. Taiwan) e della presenza diplomatica (e.g. uscita dalla TPP). Un approccio “aggressivo” che ha difatti visto anche un peggioramento nelle relazioni con partner alleati. E’ tuttavia da sottolineare, come analizzato dall’economista David Autor in uno studio per il MIT, che sebbene le tariffe di Trump non abbiamo ottenuto veri risultati sul piano dei posti di lavoro hanno comunque determinato un’impennata dei consensi verso Trump e verso il Partito repubblicano in generale. L’attuale Presidente ha invece avuto il merito di costruire attorno alla Cina una strategia sistematica e comprensiva basata sui principi di riduzione dei rischi (de-risking) e coordinamento con gli alleati (friend-shoring). Inoltre, sono stati ristabiliti canali diplomatici e si è riaperto un dialogo su questioni di carattere globale come il cambiamento climatico. Non è sicuramente sorprendente il fatto che un’Amministrazione democratica sia più aperta al multilateralismo, ma è comunque di fondamentale importanza la volontà espressa da Biden di gestire la competizione tra i due Paesi responsabilmente. Questo approccio più diplomatico e di necessaria comunicazione strategica ha visto la sua concretizzazione nei due incontri tra il Presidente americano e la controparte cinese a Bali a novembre 2022 e a San Francisco a novembre 2023.  Per quanto riguarda l’approccio sistematico sovracitato questo si basa sul già menzionato motto “Invest. Align. Compete.” che prevede investimenti in settori strategici, allineamenti sul piano multilaterale e competizione in particolare tecnologica. A questo si aggiunge una componente ideologica basata sulla contrapposizione tra democrazia e autocrazia che gioca un ruolo di cruciale rilievo nella narrativa di Biden. Si tratta dunque di un approccio comprensivo e di una strategia orientata sul lungo termine basata sulla riduzione di minacce economiche e securitarie e sulla marginalizzazione della Cina con lo scopo di affermare ancora una volta l’egemonia americana, evitando un deterioramento ulteriore delle relazioni, ma non andando neanche verso un reale miglioramento.

In conclusione, è possibile affermare che a prescindere da chi risiederà alla Casa Bianca a partire da novembre 2024 (o meglio gennaio 2025), la strategia complessiva verso Pechino sul lungo periodo rimarrà invariata continuando a vedere la Cina come principale sfidante all’egemonia americana e conseguentemente mobilizzando le risorse a disposizione verso una competizione, anche tenendo conto degli interessi speciali e fattori interni analizzati. Ciò che sarebbe differente per quanto riguarda le politiche economico-commerciali, è l’approccio nel breve termine: da un lato Trump, più diretto, più aggressivo, più propenso alla vocalizzazione dei disaccordi e soprattutto più imprevedibile, il quale ha già dichiarato in un’intervista a Fox News che se tornasse a ricoprire la carica di Presidente aumenterebbe le tariffe esistenti dal 25% a più del 60%; dall’altro Biden con una strategia strutturata nei confronti della Cina di cui queste misure sono solo un pezzo del puzzle e dunque nel complesso più prevedibile e diplomatico. Due linee dunque che vanno verso la stessa direzione presentate da dialettiche e narrative diverse nel breve periodo. Ciò che è certo più in generale è che se due Presidenti, così diversi tra loro, convergono in una visione protezionista delle dinamiche commerciali e si oppongono dunque a quelle che sono le regole del libero scambio anche con i propri partner, è proprio la sopravvivenza di quest’ultimo ad essere in pericolo.

Livia di Carpegna Gabrielli Falconieri

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