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20/08/2025
Russia e Spazio Post-sovietico, Stati Uniti e Nord America

Trump e l’intricato dossier ucraino

di Giovanni Maria Sorci Airaudo

A sette mesi dal suo secondo insediamento, gli sforzi diplomatici del presidente americano Donald Trump per porre fine alla guerra in Ucraina, almeno per il momento, non hanno dato i risultati sperati, nonostante da parte americana siano stati compiuti notevoli tentativi di avvicinamento alla Russia di Putin. Il Presidente russo sembra poco propenso ad accettare l’inizio di un serio e costruttivo percorso di pace, se non alle proprie condizioni.

A sette mesi dal suo secondo insediamento, gli sforzi diplomatici del presidente americano Donald Trump per porre fine alla guerra in Ucraina, almeno per il momento, non hanno dato i risultati sperati, nonostante da parte americana siano stati compiuti notevoli tentativi di avvicinamento alla Russia di Putin. Il Presidente russo sembra poco propenso ad accettare l’inizio di un serio e costruttivo percorso di pace, se non alle proprie condizioni.

Se diventerò Presidente, farò finire la guerra in Ucraina in un giorno, 24 ore”. L’allora ex presidente Trump fece questa affermazione per la prima volta il 10 maggio 2023 in un’intervista con la CNN. Sempre nella medesima occasione, quando gli fu chiesto chi desiderasse che vincesse la guerra tra Russia e Ucraina egli ignorò la domanda, ben conscio del fatto che l’opinione pubblica americana fosse da sempre poco incline a supportare un candidato favorevole a un lungo e dispendioso sforzo militare ed economico all’estero. Da allora però le sue decisamente troppo ottimistiche previsioni si sono scontrate con la dura realtà dei fatti, che vede la Russia di Putin continuare i propri bombardamenti sull’Ucraina e i tentativi di avanzata nel Donetsk. Sembra dunque che, ironia della sorte, le tanto declamate abilità negoziali del Presidente americano abbiano meno presa proprio con i Paesi nemici o rivali come Russia e Cina. A ciò si aggiunga l’ossessione di Trump per il premio Nobel per la pace, forse per pareggiare il conto con un altro rivale personale nazionale: Barack Obama.

La genesi delle trattative

Se l’Amministrazione Biden aveva più volte ribadito la necessità di costringere Putin a sedersi al tavolo dei negoziati tramite una sconfitta o uno stallo sul campo di battaglia, il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca aveva preannunciato una decisa volontà da parte americana di concludere la guerra in Ucraina nel più breve tempo possibile. Come visto in precedenza, le intenzioni del nuovo Presidente si sono rese palesi ben prima delle presidenziali del 2024 e, dopo l’insediamento del 20 gennaio scorso, si erano materializzate in una lunga serie di aperture verso Mosca: il deciso calo delle forniture militari americane a Kiev, il cambiamento nella dialettica americana nei confronti delle due parti in gioco e le proposte riguardanti grandi accordi commerciali tra imprese americane e russe dopo la fine del conflitto.

Tutto ciò aveva portato molti (tra cui l’autore di questo articolo) già lo scorso marzo a ipotizzare che in realtà il piano di Trump fosse scindere l’alleanza “senza limiti” tra Mosca e Pechino tramite un riavvicinamento tanto controverso quanto potenzialmente utile tra gli Stati Uniti e la tanto vituperata Russia; tutto ciò si sarebbe poi inserito nel contesto di quella che gli americani considerano come la loro vera sfida per l’egemonia globale nel XXI secolo: il confronto con la Cina.

Le reazioni internazionali alle iniziative americane

Il cambio di rotta da parte della Casa Bianca aveva non sorprendentemente generato grande nervosismo e scetticismo tra i Paesi alleati, specialmente quelli europei. In primis il presidente francese Emmanuel Macron e il premier britannico Keir Starmer avevano esplorato la possibilità di una sorta di “europeizzazione” del sostegno militare ed economico a Kiev, sostituendo gradualmente il contributo americano palesemente messo in discussione da Trump: era nata la cosiddetta “coalizione dei volenterosi”. Il gruppo di sostegno europeo però si era arenato poco dopo sulla proposta, sempre del Presidente francese, di inviare dei contingenti militari europei nell’Ucraina dell’eventuale dopoguerra come garanzia sull’integrità della stessa Ucraina in caso di mancata adesione all’Alleanza Atlantica.

Il ciclo di incontri alla Casa Bianca dello scorso febbraio aveva evidenziato tutte le differenze e la profonda distanza tra la posizione americana e quella europea sul conflitto in corso. Il 24 febbraio, Macron aveva sottolineato nello Studio Ovale che l’Europa aveva contribuito quanto gli Stati Uniti nell’assistenza a Kiev, provocando un certo imbarazzo a Trump. Il 27 febbraio anche Starmer aveva tentato di addolcire la posizione del Presidente americano in vista della visita il giorno successivo del presidente ucraino Volodymyr Zelensky sempre a Washington. L’incontro si era conclusosi con l’essere un vero e proprio dramma per Zelensky, attaccato su tutti i fronti da Trump e Vance e costretto a lasciare gli Stati Uniti senza alcuna garanzia sul futuro della propria nazione e senza firmare il famigerato “accordo sulle terre rare” (siglato poi successivamente), infastidendo ulteriormente il Presidente americano.

Lo stallo nelle trattative e il presunto cambio di passo americano

Nei mesi successivi non vi erano stati grandi cambiamenti: le aperture di Trump e la ricerca americana dell’equidistanza tra Mosca e Kiev per assumere una posizione mediatrice nel conflitto non avevano prodotto alcun risultato. La Russia aveva continuato a schivare le proposte americane di pace e di cessate il fuoco, insistendo nel bersagliare le città e le infrastrutture ucraine ed evitando anche un incontro di persona tra Putin e Zelensky a Istanbul. Ciò tuttavia aveva portato Trump a modificare solo parzialmente la sua posizione e a cercare delle soluzioni per la fine del conflitto, addirittura affermando intorno alla metà di aprile che se non vi fossero stati sviluppi positivi tra le parti nel breve periodo, gli Stati Uniti avrebbero potuto perfino defilarsi dai negoziati, relegando la questione ai soli Paesi europei.

Una timida speranza si era accesa in occasione dei funerali di papa Francesco del 26 aprile scorso, quando Zelensky e Trump erano stati immortalati in una storica foto mentre parlavano all’interno della basilica di San Pietro. Ne era seguito quindi un periodo in cui il tycoon aveva irrigidito i toni verso la Russia, denunciando i continui bombardamenti sulle città ucraine e minacciando ulteriori sanzioni economiche, da aggiungersi a quelle già emanate da Biden.

Molti analisti erano giunti ad affermare che il Presidente americano si fosse finalmente convinto della mancanza di volontà da parte russa di scendere a patti con il nemico, forse influenzato anche dalla moglie Melania. Dalla metà di giugno in poi si era assistito a una serie di violenti attacchi verbali da parte americana nei confronti di Putin e dei suoi disumani attacchi sulle aree residenziali ucraine.

L’ultimatum del 29 luglio e il vertice in Alaska

Il 29 luglio scorso Trump infine ha lanciato l’ennesimo ultimatum di 10 giorni alla Russia per la cessazione delle ostilità, minacciando l’entrata in vigore di ulteriori dazi alla Russia. Contemporaneamente è stato presentato dai senatori Lindsey Graham (repubblicano) e Richard Blumenthal (democratico) il Sanctioning Russia Act of 2025, una proposta di legge al Senato degli Stati Uniti sostenuta da una larghissima maggioranza bipartisan. Il contenuto della proposta consiste in sanzioni e dazi devastanti verso i Paesi (come India, Brasile e Cina) che sostengono anche indirettamente la macchina da guerra russa tramite il commercio di prodotti petroliferi, gas e uranio. L’8 agosto, giorno della scadenza dell’ultimatum, Trump ha annunciato un imminente summit con Putin. Come sede è stata scelta la Joint Base Elmendorf – Richardson in Alaska.

Il vertice è stato senza alcun dubbio un trionfo per Vladimir Putin, accolto con un tappeto rosso mentre Trump, che lo aspettava sulla pista di atterraggio, ha addirittura accennato a un applauso per poi invitarlo a salire sull’auto presidenziale americana. È stata la prima visita di Putin in un Paese occidentale dall’inizio della guerra in Ucraina nel 2022. Trump, che durante il viaggio di andata verso l’Alaska sull’Air Force One aveva affermato di avere come obbiettivo il cessate il fuoco immediato, non ha ottenuto nulla. Mentre Putin è uscito in pompa magna dall’isolamento internazionale dovuto alla guerra, il Presidente americano ha per l’ennesima volta ascoltato le richieste russe per fine della guerra, come il ritiro ucraino dalle regioni controllate da Mosca, la loro annessione alla Federazione Russa (da vedere se solo de facto o anche de iure), la rinuncia sempre ucraina di aderire alla NATO e la revoca di almeno una parte delle sanzioni. A Trump sono bastate vaghe promesse, come l’eventuale accettazione da parte russa di truppe occidentali sul suolo ucraino e di non meglio specificate clausole di garanzia postbelliche simil NATO per l’Ucraina.

Propaganda e speculazioni a parte, la Russia da tempo ha capito che per Trump (e di conseguenza per gli Stati Uniti) l’Ucraina non è di primaria importanza, al contrario della Cina. Data questa premessa, la strategia russa appare logica sotto molti punti di vista: forzare la mano sul campo di battaglia confidando su un aiuto militare americano limitato rispetto ai tempi dell’Amministrazione Biden; ignorare gli appelli, le minacce e gli ultimatum (di cui ormai si è perso il conto) di Trump, prendendo tempo in attesa di un processo di pace secondo le clausole dell’invasore, cosa che sta puntualmente avvenendo. Vi è il rischio che la politica trumpiana di appeasement nei confronti della Russia possa essere vista dal resto del mondo come una riedizione della sciagurata conferenza di Monaco del 1938, quando in nome della pace a tutti i costi l’Occidente di allora ritardò solo per poco tempo un conflitto di ben più vaste dimensioni, come già allora aveva intuito Winston Churchill. Sempre che la guerra effettivamente finisca.

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