Il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca ha suscitato non poche preoccupazioni negli Stati europei, anche in riferimento al futuro della propria difesa. Il secondo mandato di Trump ha trascinato il rapporto transatlantico in un mare di incertezza, in un contesto geopolitico già caratterizzato da crescente instabilità a causa delle numerose sfide globali. Il futuro della difesa europea potrebbe essere presto in bilico a causa della realizzazione di scenari poco favorevoli: dal timore di un disimpegno militare statunitense alla pretesa di maggiore responsabilità a carico degli Stati europei nella gestione di una difesa comune. La linea della nuova amministrazione americana non sta solo stimolando un risveglio europeo, ma anche una capacità di reazione davanti alla necessità di rafforzare il sostegno militare a favore dell’Ucraina.
Difesa europea nell’era Trump 2.0
Nove anni fa, dopo la prima elezione di Trump, gli Stati europei si ritrovarono in una situazione di incertezza: di fronte a una retorica aggressiva e al timore che essa potesse tradursi in scelte pericolose – come il possibile ritiro unilaterale dalla NATO, eventualità sfiorata nel 2018 – l’Unione europea aveva reagito avanzando una serie di iniziative. Sul piano della difesa si decise di predisporre una sorta di ‘piano B’, conosciuto come hedging, per correre ai ripari. Le manifestazioni più evidenti di questa strategia si concretizzarono attraverso il lancio della Cooperazione strutturata permanente (PESCO) nel 2017 e la creazione del Fondo Europeo per la Difesa (EDF) nel 2021. Sebbene la vittoria di Biden nel 2020 abbia temporaneamente attenuato l’urgenza di queste misure, la loro implementazione è proseguita. Lo scenario si è ulteriormente aggravato con il ritorno di un conflitto alle porte dell’Europa, scatenato dall’invasione russa dell’Ucraina nel 2022, che ha spinto la maggior parte dei Paesi europei ad aumentare sensibilmente le proprie spese militari .
Il ritorno di Trump alla Casa Bianca nel 2025 si inserisce all’interno di un contesto internazionale sempre più complesso e articolato, alimentato da due conflitti in corso in Europa e Medio Oriente e da uno scenario globale caratterizzato da crescente instabilità geopolitica. Dinanzi a questo tipo di sfide, il ritiro degli Stati Uniti dalla NATO appare al momento un’ipotesi molto rischiosa e poco probabile. Un totale disimpegno dall’alleanza atlantica avrebbe un effetto boomerang con conseguenti ricadute sulle relazioni economiche, politiche e commerciali tra USA e UE.
Inoltre, nel caso in cui il Presidente degli Stati Uniti volesse ritirarsi dalla NATO dovrebbe ricevere l’approvazione dei due terzi del Senato o essere autorizzato da un atto del Congresso, secondo quanto previsto dal National Defense Authorization Act, il quale rende ancora più remota l’opzione di intraprendere questa strada. Quello che ad oggi invece sembra più probabile è un maggiore disinteresse nei confronti dell’alleanza che vede prediligere l’instaurazione di rapporti bilaterali più forti con i singoli Paesi. Questa decisione incontrerebbe minori resistenze da parte del Congresso rispetto all’ipotesi, ben più radicale, di un ritiro completo .
L’approccio distaccato dell’amministrazione americana si inserisce all’interno della volontà di spingere i Paesi europei a contribuire in maniera più sostanziale ai meccanismi di difesa collettiva e ad assumersi maggiori responsabilità . Il nuovo Presidente non ha mai nascosto il suo malcontento per il limitato contributo dell’Europa a favore della sicurezza e delle spese militari: secondo Trump – e con lui, gran parte del Partito Repubblicano – l’Europa ha beneficiato troppo a lungo della “generosità” degli Stati Uniti . Durante il summit di Newport in Galles nel settembre 2014, dopo l’annessione illegittima della Crimea da parte della Russia, i capi di Stato e di governo dei Paesi NATO si erano posti l’obiettivo di raggiungere la soglia del 2% del PIL per le spese militari entro i successivi dieci anni. In quel momento solo tre Paesi dell’Alleanza spendevano già quanto stabilito: gli Stati Uniti, il Regno Unito e la Grecia. Dopo dieci anni dalla dichiarazione, nel 2024, tra i grandi Paesi europei solo la Francia e la Germania hanno rispettato l’impegno preso, mentre Italia e Spagna si trovano ancora distanti dall’obiettivo. Nel complesso, nel 2024 gli stati europei hanno raggiunto una quota stimata di 326 miliardi di euro, pari a circa l’1,9% del PIL dell’Unione europea .
Tuttavia, la corsa verso l’obiettivo finale non è ancora finita e il traguardo sembra ancora più lontano a seguito dell’appello di Trump di portare le spese militari al 5% del PIL. Questa decisione è sostenuta anche dal Segretario generale della NATO Mark Rutte che propone di investire il 3,5% del PIL per le forze armate, unito ad un ulteriore 1,5% per spese militari di carattere logistico, atte a garantire lo spostamento delle truppe e dei materiali tramite apposite infrastrutture. Le persistenti pressioni esercitate dalla presidenza statunitense sollecitano quindi gli Stati membri della NATO ad aumentare in modo sostanziale i propri bilanci per la difesa, avvertendo che, in caso contrario, potrebbe venire meno la protezione militare degli Stati Uniti.
Per il momento si tratta solo di annunci o anticipazioni, le cifre precise e le tempistiche di attuazione saranno discusse e definite durante il vertice NATO in programma all’Aja dal 24 al 26 giugno, in cui ogni Stato sarà chiamato a formalizzare i propri aumenti di spesa. Il confronto avverrà anche in vista del Consiglio europeo del 26 giugno, quando le capitali disporranno di tutti gli elementi necessari per valutare come impiegare gli strumenti finanziari previsti dal piano di riarmo.
Nel complesso l’elezione di Donald Trump ha accelerato un processo ormai inevitabile per l’Europa che mira a costruire una difesa più autonoma, riducendo la propria dipendenza dagli Stati Uniti. Nel breve termine, i governi europei dovranno aumentare gli investimenti nella difesa, rafforzare la cooperazione tra le Forze armate nazionali e sviluppare capacità tecnologiche in grado di colmare il divario con Washington . Guardando invece al lungo periodo, viene posto l’obiettivo di realizzare un sistema di sicurezza europeo più integrato e sviluppare delle capacità militari elevate in grado di affrontare le sfide globali in modo autonomo. Il tempo a disposizione è limitato e le decisioni che verranno prese nei prossimi mesi saranno decisive per definire il ruolo dell’Europa in un contesto geopolitico in continua trasformazione.
Readiness2030
Il ritorno sulla scena di Donald Trump e il dispiegarsi di guerre alle porte del Vecchio Continente accompagnati dalla mancanza di una strategia condivisa e operativa nel settore della difesa, espone l’Europa a una grande incertezza strategica. A tale fine risulta oggi più che mai impellente un cambio di passo sul piano politico, industriale e culturale. Un crescente timore è scaturito dall’eventualità di un minore coinvolgimento da parte degli USA, la cui spesa militare copre i due terzi degli investimenti per la difesa all’interno della NATO rendendo evidente la necessità di incrementare il bilancio europeo.
Nell’ottica di aumentare la spesa militare europea, il 12 marzo 2025, il Parlamento Europeo ha approvato una risoluzione non vincolante sul Libro Bianco sulla difesa relativa al piano “ReArm Europe” (ribattezzato poi Readiness 2030) proposto il 4 marzo dalla Presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen. La risoluzione è stata approvata con 419 voti a favore, 204 contrari e 46 astensioni. Il Libro bianco sulla difesa europea affronta la questione del riarmo e del potenziamento dell’industria bellica del continente come risposta storicamente necessaria di fronte all’attuale scenario internazionale, segnato da una forte instabilità e da una transizione verso un nuovo assetto dell’ordine mondiale. Come ribadito dalla Presidente della Commissione “siamo in un’era di riarmo e l’Europa è pronta ad aumentare massicciamente la spesa per la difesa. Sia per rispondere all’urgenza di agire a breve termine e per sostenere l’Ucraina, ma anche per affrontare la necessità a lungo termine di assumersi molte più responsabilità per la nostra sicurezza europea” .
Il piano mira quindi a dotare l’Europa di una strategia ambiziosa volta a rafforzare le capacità difensive dell’UE attraverso un investimento fino a 800 miliardi di euro nel settore della difesa, da implementare principalmente a livello nazionale. L’obiettivo dell’iniziativa è cercare di rispondere all’emergenza a breve termine di sostenere l’Ucraina, ma anche affrontare la necessità a lungo termine di rafforzare la sicurezza e la difesa dell’Europa. Il piano è strutturato attorno a cinque punti chiave delineando un nuovo approccio della difesa attraverso l’individuazione di esigenze di investimento prioritarie .
Il punto focale del piano riguarda l’attivazione della clausola di salvaguardia nazionale che consente ai paesi europei di sottrarsi temporaneamente dai vincoli del Patto di stabilità, il quale regola i bilanci degli Stati membri dell’UE. Attraverso questa misura i governi europei possono superare il limite del 3% del deficit per finanziare la spesa in difesa, senza incorrere in procedure di infrazione. In altre parole, sarà possibile investire di più in armamenti e capacità militari senza il rischio di sanzioni da Bruxelles innescate dai disavanzi eccessivi. Nel caso in cui gli stati membri incrementassero in media la spesa per la difesa dell’1,5% del PIL, ossia, il massimo permesso dal piano, del PIL sarebbe possibile generare fino a 650 miliardi di euro di investimenti in un periodo di quattro anni.
Il secondo punto del piano introduce un nuovo strumento finanziario da 150 miliardi di euro destinato a sostenere investimenti militari congiunti. Questo piano ha definitivamente preso forma il 27 maggio scorso, con l’istituzione del Security Action for Europe (SAFE) attraverso un Regolamento del Consiglio, secondo cui i 150 mld saranno a debito comune. La base giuridica per l’emissione del nuovo debito europeo è stata trovata nell’art. 224 del Regolamento EURATOM 2024/2509.
La caratteristica distintiva di questo fondo è che i finanziamenti saranno concessi solo per acquisti effettuati in forma coordinata tra più Paesi, incentivando così l’acquisto di sistemi d’arma standardizzati e interoperabili. In questo modo si cerca quindi di incentivare una domanda comune in modo da favorire acquisti congiunti nell’ottica di spendere meglio insieme. Questo approccio mira a ridurre la frammentazione militare europea favorendo l’instaurazione di economie di scala e una maggiore capacità di operare congiuntamente in tempo di crisi.
Il terzo elemento del piano riguarda la concessione agli Stati della possibilità di estendere l’uso dei fondi di coesione a progetti destinati al settore della difesa indirizzando parte delle risorse verso iniziative militari, come, ad esempio, l’acquisto di equipaggiamenti o la costruzione di infrastrutture strategiche.
Il quarto pilastro del piano mira a coinvolgere il settore finanziario privato nel rafforzamento della base industriale della difesa europea. A tal fine, la Commissione si impegnerà a rimuovere le barriere normative tra i mercati nazionali e a incentivare gli investimenti transfrontalieri nel comparto militare, nell’ottica di favorire la creazione di un mercato interno nel settore della difesa.
Infine, il piano propone di rivedere il ruolo della Banca europea per gli investimenti (BEI), oggi impossibilitata dal suo statuto nel finanziare progetti militari; attraverso una proposta di modifica del regolamento che mira a consentire il sostegno di progetti nel settore della difesa, contribuendo così al rafforzamento dell’autonomia strategica europea .
Nel complesso, sul fronte della difesa, l’Europa si sta muovendo lungo due direttrici principali: la prima riguarda un piano a medio-lungo termine volto a rafforzare le capacità militari degli Stati membri, considerato un prerequisito per una futura difesa comune europea, ma ancora scevro di tratti che siano veramente comuni; la seconda fa riferimento a una serie di iniziative a sostegno dell’Ucraina. Su quest’ultimo punto, è stato ribadito il sostegno politico, accompagnato da nuovi aiuti, inclusi quelli militari, sebbene per importi inferiori rispetto a quanto proposto inizialmente dalla Commissione. Sono inoltre in fase di discussione diverse proposte per definire un contributo europeo significativo volto a predisporre un sistema di garanzia di sicurezza credibile per l’Ucraina, il quale potrebbe costituire un elemento chiave di un futuro accordo per la fine del conflitto .
Conclusione
Il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca ha generato uno squilibrio nello scenario internazionale, in cui l’Europa è coinvolta in prima linea. Questo cambio di rotta, che sicuramente suscita molti interrogativi, potrebbe rappresentare un’occasione unica per intraprendere una trasformazione strategica di ampio respiro attraverso il rafforzamento della propria architettura politica e securitaria, nonostante per ora sembra mancare l’elemento veramente comunitario. Per garantire la propria sicurezza e conquistare una reale autonomia strategica, l’Europa dovrà cogliere questo impulso al rinnovamento ma, ancor più, sarà chiamata a ridefinire il proprio ruolo sulla scena internazionale. Sul piano delle intenzioni, alcune azioni sono già state formulate e messe in campo anche se il risvolto pratico dovrà confrontarsi con le complessità dei processi decisionali, la convergenza delle diverse sensibilità dei governi nazionali e la continua evoluzione dello scenario globale.

