L’ombra di Trump su COP22. Intervista a Giovanni La Via, Presidente Comm. europarlamentare Ambiente

“Il nuovo corso politico negli Stati Uniti potrà anche rallentare l’attuazione degli accordi di Parigi, ma resta il fatto che 197 Paesi si sono dati un obiettivo per fine secolo. E Trump non è eterno!”. Per Giovanni La Via,  presidente della commissione Ambiente al Parlamento Europeo e capodelegazione alla Conferenza mondiale di Marrakech sui cambiamenti climatici, il “Cop 22” – in programma nella capitale marocchina sino al 18 novembre – non è stato vanificato, reso inutile ancor prima del suo avvio, dal successo del miliardario repubblicano.

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In campagna elettorale, però, Trump aveva promesso la rinegoziazione dell’intesa raggiunta nel “Cop 21” e affidato a un tweet la sua singolare teoria: “Il concetto di riscaldamento globale – aveva scritto – è stato creato da e per i cinesi al fine di rendere la produzione degli Stati Uniti non competitiva”.

Detta così, non ispira certo ottimismo … ma Giovanni La Via, in buona sintonia con i colleghi di Bruxelles, professa fiducia: “Chi si muove nell’ottica del breve periodo, ha poco da aspettarsi. L’accordo di Parigi ha un respiro lunghissimo e una portata rilevante, l’effetto dei singoli è contenuto. Conta, invece, il risultato globale che 197 nazioni realizzeranno assieme”.

Solo da poche settimane l’Europarlamento ha ratificato il documento finale del “Cop 21”, ma già siamo al “Cop 22”. Servirà a qualcosa?
“In realtà, il percorso dopo Parigi è stato lungo e complesso. Lì, si sono definiti i principi dell’accordo ma bisogna stabilire come applicarli. Siamo tutti d’accordo che bisogna ridurre le emissioni e contenere l’aumento della temperatura planetaria ben al di sotto dei 2 gradi. Come farlo, però, non è semplice ne definito. Soprattutto, poi, dobbiamo mettere ogni Stato nelle condizioni di controllare cosa fanno tutti gli altri”.

Controlli “fai-da-te”, affidati ai singoli Governi. E’ proprio questo il tallone d’Achille nell’accordo di Parigi?
“Abbiamo concordato l’obiettivo finale, ma come arrivarci lo vedremo strada facendo. La Conferenza di Marrakech è il primo momento in cui tutti i sottoscrittori di Parigi si siederanno a un tavolo per decidere le tappe intermedie e i controlli, ma anche se ci saranno sanzioni per chi non si muoverà secondo le linee indicate. In questa e nelle altre “Cop”, quindi, verrà fatto un check-up dell’accordo di Parigi. Noi, come Unione Europea, non vorremmo realizzare sforzi all’inverosimile per raggiungere obiettivi pesanti, costosi, impegnativi e vedere che altri stanno giocando, che hanno apposto per scherzo la propria firma su quel documento”.

Centonovantasette Paesi firmatari. O sarebbe meglio dire “centonovantasei”, vista l’avversione di Donald Trump?
“No, dico 197. In questi giorni, peraltro, vi sono stati contatti informali tra l’Unione Europea e i negoziatori Usa che hanno confermato di voler proseguire nella linea d’indirizzo dell’amministrazione Obama. Vedremo, poi, cosa accadrà. Se, cioè, Trump vorrà camminare più piano e fissarsi obiettivi meno ambiziosi”.

Per il neopresidente statunitense, il riscaldamento globale è “un’invenzione cinese”. Solo la battuta di un candidato in cerca di (facili) consensi?
“Già nei primi giorni dopo l’elezione, alcuni toni di Trump si sono ammorbiditi. Quando sarà in carica, vedremo. Non sarà certo semplice, però, mantenere certe posizioni dinanzi al percorso definito da 197 Paesi”.

Nel mondo molti salteranno sul carro del vincitore. Non bisogna temere l’effetto-contagio, a tutto danno dell’ambiente?
“Gli Stati Uniti sono un grande Paese e, se dovessero decidere di cambiare rotta, provocheranno un rallentamento complessivo del processo. Questo, però, resta un processo di lungo periodo che conta su una convinzione diffusa in tutto il mondo scientifico e anche tra gli operatori economici. Non credo che vi saranno sconvolgimenti di indirizzo, solo una velocità maggiore o minore. E sono abbastanza convinto che pure Trump addiverrà a posizioni più miti”.

Dialogo difficile, Unione Europea e Usa più distanti, dopo le affermazioni di Jean Claude Juncker che ha già “bocciato” Trump?
“Obiettivamente, la posizione di Juncker è stata molto dura. Man mano che le nuove amministrazioni si incontreranno, mi aspetto da entrambi i lati toni più accondiscendenti. Donald Trump, d’altronde, dovrà calarsi nei panni dell’amministratore degli Stati Uniti. La campagna elettorale è finita, gli Usa non potranno certo disinteressarsi dei processi globali per chiudersi all’interno dei propri confini. In questa direzione, le affermazioni di Juncker non aiutano molto. Dovrebbe ricordarsi che lui rappresenta ventotto Paesi e che sarebbe consigliabile in questi momenti avere più prudenza”.

In concreto, comunque, qual è la proposta dell’Europarlamento e della Ue perchè la febbre del pianeta non salga ancora?
“Come Unione Europa ci siamo impegnati perchè, entro il 2030, le emissioni di anidride carbonica si riducano del 40 per cento rispetto al periodo preindustriale e cresca del 27 per cento il contributo delle energie rinnovabili. Stesso obiettivo, “più 27”, per l’efficienza energetica. Al contempo, chiediamo che nel breve termine anche aviazione e trasporto marittimo vengano inclusi in questo percorso. Oggi, non è così. Eppure, gli esperti dicono che nel 2050 la mobilità aerea contribuirà per il 30 per cento nelle emissioni globali a effetto-serra: non possiamo permetterci di tenerlo fuori dai nostri sforzi”.