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TematicheCina e Indo-PacificoCon Trump la Cina “aspetta sull’altra sponda del fiume….”

Con Trump la Cina “aspetta sull’altra sponda del fiume….”

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La vittoria di Donald Trump alle elezioni presidenziali, messi da parte gli errati pronostici dei sondaggi e lo stupore al momento dei risultati finali, desta di certo interesse nel solo negli Stati Uniti d’America ma in tutto il mondo.

Descritto in varie occasioni come un uomo che si è distaccato dalla politica tradizionale nel modo di rivolgersi ai suoi concittadini, nei mezzi di comunicazione usati durante l’intera campagna elettorale e nel programma che ha presentato – in pratica l’opposto di Hillary Rodham Clinton – ora sarà capace di porre in essere anche sullo scacchiere internazionale tutto quello che ha sostenuto così fermamente? Nello specifico, che tipo di rapporti ha intenzione di stabilire con la Cina?

Ormai sono note le sue denunce al colosso asiatico di aver attuato comportamenti sleali inficiando e deteriorando il commercio statunitense, del furto di segreti commerciali e di aver svalutato appositamente la propria moneta per essere più competitivo nel mercato globale. Altrettanto conosciute sono le intenzioni del neo Presidente di utilizzare ogni potere a lui consentito per porre rimedio a tali controversie qualora la Cina non interrompesse le sue attività illegali, ricorrendo tra l’altro all’applicazione di tariffe in linea con la Sezione 201 e 301 del Trade Act del 1974 e con la Sezione 232 del Trade Expansion Act del 1962.

Nell’opinione di Trump la Cina è responsabile di circa la metà dell’intero “trade deficit” americano, il che porta ad una diminuzione sostanziale dell’occupazione.

Si evince dunque che le sue preoccupazioni siano mosse soprattutto da ragioni economiche. Seguono la stessa linea di pensiero le sue critiche dure al NAFTA, visto che l’entrata di Pechino ha avuto come effetto un forte decremento nel settore manifatturiero e nel PIL.

Il TPP sarebbe conseguentemente solo il voler percorrere una strada già dimostratasi errata e infruttuosa. Inoltre la presenza di una Commissione internazionale sulle cui decisioni i cittadini americani non avranno potere di veto, indebolirà l’indipendenza economica statunitense. L’America, sempre secondo Trump, ha bisogno di accordi bilaterali, non di un ulteriore trattato multilaterale che le crei solo svantaggi.

Se su tali questioni Trump si delinea come un avversario, su altre potrebbe svelarsi addirittura come un benefit per il referente asiatico.

Mentre Hillary Clinton, in questi ultimi anni ed anche sotto l’amministrazione Obama, ha spesso messo l’accento sulla violazione dei diritti umani da parte del governo cinese (si ricordi quando nel 1995, durante la Quarta Conferenza Mondiale sulle Donne tenutasi a Pechino, si espresse duramente contro la posizione cinese circa i diritti delle donne), Trump non pare molto interessato a ciò che avviene all’interno della grande muraglia. Una politica estera basata principalmente sull’isolazionismo, sul concetto di “United States First” (porre attenzione in prima battuta alla politica nazionale e soltanto successivamente muoversi per risolvere questioni interne ad altri stati in realtà è un tema ricorrente da decenni sia nell’ala repubblicana che in quella democratica) e su un intervento militare, politico ed economico esclusivo, solo in quei paesi il cui presente e futuro incidono sugli Stati Uniti d’America, lascia di certo campo libero alle politiche espansionistiche della Cina, e contemporaneamente alla Russia.

La secca critica al “Pivot to Asia” che, lanciato nel 2011, fin dall’inizio non ha portato ai risultati sperati, è un altro segno che il governo di Li Keqiang può interpretare positivamente, con una maggiore libertà di movimento nell’area asiatica e del Pacifico.

Calcolando che il Presidente non agisce da solo, ma di concerto ad altre istituzioni, in primis il Congresso, e che spesso le campagne elettorali sono specchi per le allodole, esprimendo propositi che durante gli anni di amministrazione rimangono tali senza essere implementati, si può solo aspettare che Trump entri nel pieno del suo incarico per vedere se prevarrà la sua capacità di contrattazione da uomo d’affari o la fermezza con cui si è espresso negli anni della campagna elettorale. Da notare che già nel suo primo discorso da Presidente ha mostrato un atteggiamento ed un tono decisamente più miti e propensi al dialogo con gli altri attori del sistema internazionale. Ai posteri l’ardua sentenza….

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