Tribunali Internazionali per il Ruanda e la Ex Jugoslavia: 1993-2020

Il 25 Giugno 2020 il Consiglio di Sicurezza dell’ONU ha adottato la Risoluzione n. 2529 del 2020sulla situazione del Tribunale Penale Internazionale per la ex-Jugoslavia (ICTY) del 1993, istituito all’Aja con la risoluzione n. 827, e del Tribunale penale internazionale per il Ruanda (ICTR), istituito ad Arusha con risoluzione n.955 del 1994 ma con le Camere d’appello all’Aja.

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All’inizio degli anni 90, i due Tribunali Penali Internazionali ad hoc vennero istituiti per garantire l’applicazione del diritto umanitario, attraverso la repressione dei crimini, relativi ad uno spazio e tempo definiti, tanto che  ne era stata prevista l’estinzione non appena avessero portato a termine le loro funzioni.

Negli anni si è tanto dibattuto in merito all’istituzione di detti tribunali, la cui istituzione non viene ravvisata espressamente  nella Carta delle Nazioni Unite ma ha trovato giustificazione sia sulla competenza per il mantenimento della pace e della sicurezza internazionali che sul potere decisionale attribuiti al Consiglio di Sicurezza da parte del capitolo VII della Carta delle Nazioni Unite.

Il Tribunale Penale Internazionale per la ex-Jugoslavia giudica coloro che si sono macchiati di gravissimi crimini rientranti tra le violazioni alla convenzione di Ginevra del 1949: i crimini di guerra, di genocidio e i crimini contro l’umanità, tutte azioni commesse nel territorio della ex Jugoslavia a partire dal 1° gennaio 1991.

Il Tribunale penale internazionale per il Ruanda, invece, ha il compito di giudicare gli autori degli stessi crimini previsti per l’ICTY, commessi in Ruanda e nei territori limitrofi da parte di cittadini ruandesi nel 1994.

Con la presente risoluzione n.2529, il Consiglio di Sicurezza, oltre a ribadire la volontà di voler punire tutti i responsabili di gravi crimini internazionali, incriminati da parte dell’ICTY e dell’ICTR, ricorda l’istituzione del Meccanismo internazionale residuo per i Tribunali Internazionali (o Meccanismo), con la risoluzione n. 1966 del 2010, che, all’ art 14. Par 4 -dello Statuto allegato- fa riferimento al Procuratore Generale da nominare a capo del Meccanismo, e gli artt. 25 e 26 dello Statuto stesso che trattano dell’esecuzione delle sentenze e della commutazione delle pene.

Il Procuratore Generale, scelto dal Consiglio di Sicurezza, su indicazione del Segretario Generale, dev’essere una persona “di alta moralità , competenza ed esperienza nella conduzione di indagini e procedimenti”; con la risoluzione n.  2422 del giugno 2018 è stato designato Serge Brammertz, poi ri-eletto fino al 30 giugno 2022 (Dichiarazione S/2020/580 del  Presidente del Consiglio di Sicurezza del 28 febbraio 2020).

Il procuratore Generale dunque è posto a capo del Meccanismo, il quale deve inviare, con cadenza annuale (all’Assemblea Generale) ed annuale e semestrale (al Consiglio di Sicurezza) reports che dettaglino lo stato dei lavori  rispetto ai due Tribunali ad hoc (par. 17 della risoluzione n. 1966 e Dichiarazione del Presidente del Consiglio di Sicurezza del 28 febbraio 2030 n. S/PRST/2020/4), con riferimento sia alle sue funzioni che a procedimenti e casi specifici (art. 32 dello Statuto), il tutto, con il supporto da parte degli stati membri, attraverso arresti, consegna degli ancora latitanti incriminati (risoluzione n. 74/273 dell’Assemblea Generale del 21 aprile 2020 e par. 4 della risoluzione n. 2422), ma anche con riferimento a persone assolte o rilasciate.

Va poi ricordato che il Meccanismo debba rimanere assolutamente indipendente nell’esercizio delle sue funzioni, senza dunque alcuna pressione esterna di qualsivoglia tipo..  

Nella risoluzione in esame, il Consiglio di Sicurezza accoglie la relazione sull’avanzamento dei lavori  da parte del Meccanismo (S/2020/309), la relazione dell’Ufficio dei servizi di sorveglianza interna (OIOS) sulla valutazione dei metodi e del lavoro del Meccanismo (S/2020/236 e del par. 8 della risoluzione n. 2422), del metodo di lavoro da questo svolto e delle raccomandazioni per migliorare l’efficienza e la trasparenza del proprio lavoro (Gruppo di lavoro informale del Consiglio sui tribunali internazionali).


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Ovviamente, non va dimenticato di garantire, in ogni passaggio, il rispetto dei diritti umani dei detenuti, che, anche se accusati dei peggiori crimini umanitari, devono veder garantita la propria dignità, anche con riferimento all’assistenza sanitaria, secondo gli standard internazionali riconosciuti