Tre considerazioni sulla vittoria dei Tories

Per poter comprendere al meglio l’esito del voto britannico bisogna conoscere le regole del gioco, altrimenti si rischia di fare molta confusione.  Il Regno Unito è uno dei pochi paesi che da sempre vanta un sistema elettorale profondamente maggioritario, capace indubbiamente di portare stabilità politica al paese. Il territorio, diviso in 650 collegi, prevede scontri territoriali in cui il singolo candidato, che ottenga anche un voto in più rispetto all’avversario, potrà prendere posto a Westminster.

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Questo meccanismo, criticabile per certi versi, comporta ad esempio che il partito liberale abbia ottenuto quasi 4 milioni di voti che corrispondono a 11 seggi, mentre la compagine scozzese con poco più di 1 milione di preferenze, riuscirà, nei prossimi anni ad occupare 48 seggi al parlamento di Londra. Tralasciando questi dettagli non secondari, l’esito del voto delle scorse ore è comunque profondamente chiaro ed incorona, usando un ovvio eufemismo, Boris Johnson come Re politico della Gran Bretagna.

Il partito conservatore, che ha ottenuto 14 milioni di consensi, occuperà 365 seggi che, di fatto, gli consentiranno di governare il paese con tutta la tranquillità di questo mondo per i prossimi cinque anni. Le considerazioni da fare dinnanzi a questo trionfo della destra britannica sono probabilmente almeno tre.

Innanzitutto, in ottica Brexit gli inglesi confermano che il voto del 2016 non è stato causale: giusta o sbagliata questa scelta (e ciò lo potremo valutare solo in futuro) gli elettori britannici hanno decretato che il divorzio da Bruxelles non è frutto di sola pancia ma anche di un ragionamento ponderato per ben 40 mesi. Molti hanno sempre sostenuto che, in caso di nuovo quesito referendario, gli elettori avrebbero cambiato opinione ma, considerando il plebiscito ottenuto da un “hard Brexiter” come Boris Johnson, questa teoria, ormai, appare del tutto priva di fondamento. Bruxelles non potrà non tenerne conto e dovrà farsi qualche domanda.

Il secondo ragionamento è legato alla crisi irreversibile della sinistra europea, sempre più incapace di offrire leader e programmi credibili. Si sostiene che in alcuni casi la colpa delle compagini socialiste nel vecchio continente siano imputabili alla vicinanza che i partiti di sinistra, negli ultimi tempi, hanno avuto con i mondi elitari della finanza e bancari. Un ragionamento che può avere un fondo di verità ma non comunque interamente valido per il caso britannico in cui il leader della sinistra, l’antipatico Jeremy Corbin, tra una dichiarazione antisemita e l’altra, auspicava espropri proletari e nazionalizzazioni nel mondo economico. Forse, una via di mezzo in questa materia e una seria politica a fianco dei lavoratori, vittime di una crisi mondiale dovuta ad un’incontrollata globalizzazione, sarebbe stato auspicabile.

L’ultima considerazione da fare è invece in merito al mondo sondaggistico e della comunicazione che, oggi come ieri, è nuovamente incapace di cogliere l’espressione di voto delle persone. Per quanto prevista, la vittoria dei conservatori è assai più ampia di quanto mai pensato. Negli ultimi giorni le più autorevoli testate europee parlavano di uno “scarto minimo” o della “probabile ingovernabilità del paese” per il numero dei seggi che sarebbero stati attribuiti al partito di Johnson. La verità è tutt’altra ma, se dopo anni di continue previsioni sbagliate nulla pare cambiare, forse, anche il sistema comunicativo europeo qualche domanda forse dovrà porsela.

È vero che il consenso oggi come non mai è fluido e difficile da intercettare, ma è altrettanto vero che spesso si tende a giudicare e ad imputare all’elettorato opinioni preconcette. La sfida futura di tutti è invece capire il sentimento ed il disagio delle persone specie se vuole evitare una nuova Brexit.