Tradizione o rivoluzione? La politica estera di Trump al confronto con la tradizione repubblicana

L’elezione di Donald J. Trump a Presidente degli Stati Uniti ha stupito i commentatori della politica estera americana. In campagna elettorale, le proposte di politica estera del tycoon sono state fortemente criticate: Trump è stato definito su questi temi “il peggior candidato Presidente della storia americana”. Anche le prime mosse internazionali del nuovo Presidente hanno attirato feroci stroncature, che hanno messo in luce le prime grandi contraddizioni della nuova Amministrazione americana. Un primo nodo da sciogliere riguarda l’effettiva portata rivoluzionaria delle proposte di Trump in politica estera. Mentre alcune istanze sembrano vere e proprie novità per un Presidente repubblicano, altre sono ormai dei classici della tradizione del Grand Old Party. Come spiegare questa contraddizione?

Tradizione o rivoluzione? La politica estera di Trump al confronto con la tradizione repubblicana - Geopolitica.info U.S. President Donald Trump listens to a translation during a joint news conference with Japanese Prime Minister Shinzo Abe at the White House in Washington, U.S., February 10, 2017. REUTERS/Joshua Roberts

Una chiave di lettura interessante emerge se confrontiamo le proposte (e le prime decisioni) di Trump con la più recente tradizione del Partito Repubblicano su questi temi.Si nota infatti che dalla fine della presidenza di George W. Bush il Partito Repubblicano ha cercato di distanziarsi dai suoi grandi fallimenti in politica estera, operando al contempo un’analisi parsimoniosa di cosa mantenere e cosa buttar via. Il pensiero di Donald Trump si inserisce in questo trend e chiude il cerchio. Si sta aprendo un nuovo capitolo nel pensiero repubblicano sulla politica estera?

Potenza e missione

Partiamo dalle basi. Le scelte di politica estera dell’amministrazione guidata da George W. Bush, così come il discorso pubblico che le ha accompagnate, hanno avuto un impatto profondissimo sul ruolo dell’America nel mondo e, con ogni probabilità, sul corso della storia. A livello geopolitico, l’attenzione dell’Amministrazione è stata monopolizzata dall’area del Medio Oriente, con costose campagne militari volte a contrastare il principale avversario agli occhi americani: il terrorismo internazionale. A livello teorico, alla base della politica estera americana fra 2001 e 2008 si colloca quella che è stata definita la Dottrina Bush. Secondo Tony Smith, la Dottrina si basa su due pilastri. Il primo è il pillar of power, il pilastro della potenza. Si tratta della ferma convinzione che gli Stati Uniti debbano detenere un solido, inattaccabile primato militare: è un elemento essenziale per permettere agli Stati Uniti di porsi come attore globale credibile. Il secondo è il pillar of purpose, il pilastro della missione. Si tratta dell’altrettanto ferma convinzione che gli Stati Uniti debbano rendersi protagonisti della difesa della democrazia, sia dove questa è già affermata sia dove ancora non è emersa. Secondo la Dottrina Bush, gli Stati Uniti hanno un ruolo fondamentale nell’avanzamento della libertà, della prosperità e della pace a livello globale. All’atto pratico, il pillar of purpose si concretizza in una forte tendenza ad intervenire militarmente all’estero, in ottica difensiva (come, ad esempio, in Afghanistan nel 2001) ma anche preventivamente (è il caso dell’Iraq nel 2003).

Fare i conti con la Dottrina Bush

Pur senza negarne l’importanza, oggi la Dottrina Bush è spesso citata come esempio di politica estera fallimentare, un sinonimo dell’arroganza americana. Lo stesso Partito Repubblicanoha iniziato a prendere le distanze dalla Dottrina Bush. In questo,la campagna elettorale del 2008 segna il punto di partenza di un chiaro trend nell’evoluzione del pensiero del partito sui temi della politica estera. Con cauta gradualità gli esponenti di spicco del Partito Repubblicano, in particolare i candidati a Presidente degli Stati Uniti, si sono progressivamente allontanati dalla Dottrina Bush.Invece che rigettarla del tutto, però, il Partito ha operato un attento calcolo, valutando cosa mantenere e cosa abbandonare della tanto vituperata dottrina.

Nel 2008, ad esempio, il candidato repubblicano John McCain propone una versione rivista e aggiornata della Dottrina Bush. Da un lato, rimane fermo il supporto al pillar of power: continua lo sforzo militare in Afghanistan e Iraq, continua il supporto a forti spese militari. Dall’altro, McCain propone nuova versione del pillar of purpose, in cui gli scopi rimangono i medesimi, ma cambiano i mezzi per raggiungerli: gli Stati Uniti devono tornare a sfruttare il multilateralismo a loro vantaggio e devono tenere in maggior conto il ruolo degli alleati storici di Washington.

Il trend continua nel 2012. Il candidato repubblicano Mitt Romney ripropone il pillar of power ma inizia ad allontanarsi dal pillar of purpose. L’importanza di un inattaccabile primato militare è centrale: Romney propone di ribaltare le politiche di riduzione della spesa militare volute dalla presidenza Obama. Per Romney la leadership economica e una buona rete di alleanze possono fare più del costoso interventismo dell’epoca Bush: l’imperativo interventista della Dottrina Bush ne esce, seppur vivo, ridimensionato.

Trump: un nuovo capitolo?

Anche il messaggio di politica estera di Donald Trump ben si inserisce in questo trend: permane la fedeltà al pillar of power della Dottrina Bush, ormai divenuto un cavallo di battaglia repubblicano, ma si giunge al definitivo abbandono del pillar of purpose.

Per quanto riguarda il pillar of power, Trump si è dimostrato un grande sostenitore del primato militare americano, l’unico strumento per “scoraggiare, evitare e prevenire i conflitti”. Per questo, in campagna elettorale, Trump ha prospettato un ambizioso piano di spesa militare, con l’aumento delle dimensioni e l’ammodernamento di tutte le forze armate, il potenziamento del sistema di difesa missilistico e delle capacità dicyberwarfare.

Le proposte di politica estera di Trump sanciscono il rifiuto all’interventismo tipico del pillar of purpose. Per Trump, l’idea che gli Stati Uniti possano creare democrazie occidentali in paesi che non lo sono mai state o non hanno nessun interesse a diventarlo è un’idea “pericolosa”. La stagione dei grandi interventi militari è finita.Ciò non significa che le proposte di politica estera di Trump siano da considerarsi un completoendorsement dell’isolazionismo. Quello che cambia è il ragionamento alla base dell’internazionalismo americano. Secondo la Dottrina Bush, gli Stati Uniti hanno un imperativo morale ad intervenire quando la democrazia, i diritti umani o la sicurezza internazionale sono in pericolo. Secondo Trump, gli Stati Uniti continueranno a fare la loro parte nelle grandi battaglie dell’umanità: saranno leader, ad esempio, nella lotta al “terrorismo islamico radicale”, così come lo sono stati nella lotta al fascismo e al comunismo. A parte questo, però, crisi minori, come gross violations dei diritti umani o minacce alla sicurezza internazionale, saranno oggetto dell’intervento americano solo se passeranno il test dell’interesse nazionale: America First. Per questo, in parziale continuità con la presidenza Obama, anche l’amministrazione Trump pare aver scelto l’Asia Orientale come quadrante geopolitico privilegiato e la Cina come principale rivale: l’ascesa del gigante asiatico è la maggior sfida agli interessi strategici ed economici americani.

La natura ibrida del pensiero in politica estera di Trump, in cui convivono tradizione repubblicana e aspetti innovativi, è un’utile lente per guardare alla prima contraddizione della sua Amministrazione: la natura composita del suo team di politica estera. Come analizzato dal Brookings Institution e da Natalizia e Provvidera su Geopolitica.info, il nuovo Gabinetto, diviso in più fazioni,è attraversato da contrasti in apparenza insanabili. Alla luce della natura ibrida del pensiero di Trump, questo carattere composito non sorprende. La sfida, però, è notevole: il pensiero di Trump basterà a sanare i contrasti e condurre gli Stati Uniti ad una nuova politica estera? Ancora una volta, i primi 100 giorni si riveleranno decisivi.