La trade war tra Washington e Pechino: due appunti

L’inizio della “guerra commerciale” tra Washington e Pechino ha destato inquietudini e paure in tutto il mondo e un intenso dibattito sulla fondatezza delle accuse di Trump alla Cina. Al di là di considerazioni economicistiche e con l’obiettivo di non parteggiare per alcuno, due punti importanti per l’equilibrio politico globale sembrano non essere colti appieno da molti commentatori.

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Il primo riguarda Thomas Schelling. Il concetto di “comunicazione tacita” elaborato dal professore di Oakland ci può servire a valutare le possibili conseguenze della decisione statunitense di imporre ingenti dazi sulle importazioni dalla Cina. Se, infatti, dovesse mancare un efficace canale di comunicazione tra Washington e Pechino durante la crisi, l’interpretazione delle mosse e degli eventi verrebbe lasciata all’esclusiva percezione soggettiva, facendo emergere dalle contingenze un canale di comunicazione tacita fatto di congetture e supposizioni sulle intenzioni altrui. E’ da notare che la cultura strategica cinese tende ad interpretare l’ambiente esterno come un’unica dimensione in cui interagiscono i diversi fenomeni e sulla quale incidere con i diversi strumenti di potere nazionale (come evidenziato da Kissinger in Cina, 2011). La US National Security Strategy 2017 e la National Defense Strategy 2018 hanno individuato in Pechino un “rivale strategico” contro il quale gli USA dovranno mantenere il proprio primato economico, politico, militare. In questo contesto, quindi, non è improbabile che la Cina interpreti l’imposizione dei dazi come parte di una offensiva più ampia e risponda in questo senso, a meno che l’amministrazione Trump non definisca chiaramente le proprie intenzioni limitate al commercio. Tale comunicazione, o meglio non comunicazione, potrebbe aumentare i rischi di escalation in una dinamica ricorsiva in cui ognuno cerca di mettere in salvo il proprio patrimonio (per un approfondimento si rimanda al modello circolare di Louis Kriesberg). Il caso specifico della trade war, poi, potrebbe mostrare una caratteristica distintiva: un pericoloso trade-off nell’approccio di Donald Trump alla questione cinese. Una gestione manageriale del dossier, ipotizzata da molti data la provenienza professionale del 45° Presidente degli Stati Uniti, infatti, potrebbe incentivare ad alzare i toni, minacciare e tenere un comportamento imprevedibile per rafforzare la propria posizione negoziale. In questo contesto, però, ciò aumenterebbe non solo i rischi annessi alla comunicazione tacita, facilitando l’escalation, ma anche le opportunità percepite dalla controparte cinese se questa fosse convinta che il comportamento statunitense apra importanti finestre di opportunità e di essere capace di approfittarne. Per quest’ultimo aspetto, buona parte della partita è giocata, quindi, dalla percezione che Pechino ha del proprio ruolo nell’economia e nella politica globale. Questo ci introduce il prossimo punto.

Il secondo riguarda Joseph Nye. La crisi finanziaria del 2008 ha, infatti, aumentato esponenzialmente l’effetto retorico della propaganda cinese sui benefici del proprio modello di sviluppo economico, definito da alcuni esperti “Beijing Consensus” e proposto come l’antidoto al capitalismo sfrenato occidentale. L’approccio cinese è duplice: da una parte, promuove il Beijing Consensus tra i Paesi in Via di Sviluppo tramite una forte diplomazia economica come dimostrato dal caso del Ciad (2009). Dall’altra, è capace di affacciarsi virtuosamente sui principali palcoscenici liberisti del mondo, come testimonia l’aumento della presenza di leader cinesi al World Economic Forum (WEF). Dal 2008, hanno preso parola al WEF i Premier (la Cina non inviava a Davos una figura di così alto rango dal 1992) Wen Jiabao (2009) e Li Keqiang (2010, 2015) e, per la prima volta nella storia, un Presidente, Xi Jinping (2017). Una maggiore legittimità internazionale potrebbe aumentare il soft power cinese e incrinare il legame tra gli USA e i propri partner economici (soprattutto i più insoddisfatti come dimostra il recente accordo commerciale tra la cancelliera tedesca Merkel e il premier cinese Li Keqiang). Dopo aver conseguito l’inserimento dello yuan tra le valute di riserva del Fondo Monetario Internazionale (FMI) il 1° ottobre 2016 (fondamentale placet del Fondo alla buona condotta monetaria cinese), la Cina progetta di far denominare un numero sempre maggiore di scambi in renminbi scalzando il dollaro come principale divisa internazionale e, anche per tale scopo, è alla ricerca di nuove partnership economiche che si sovrapporrebbero a quelle già presenti legate a Washington.

► [NELL’AFFERMAZIONE FINANZIARIA INTERNAZIONALE, PECHINO INCONTRA ALCUNI OSTACOLI] ►

Oltre all’ampia proiezione bilaterale, a testimoniare l’impegno cinese ci sono esempi le numerose iniziative economiche multilaterali: il crescente ruolo di Pechino nella Regional Comprehensive Economic Partnership (RCEP), la creazione dell’Asian Infrastructure Investment Bank (AIIB), nominalmente di natura regionale ma sostanzialmente a carattere globale, e della New Development Bank (NDB), la cosiddetta “banca dei BRICS”, e il lancio della Belt and Road Initiative (BRI), ribattezzata da alcuni il Marshall Plan cinese. La promozione di istituzione economiche internazionali alternative ricade nella capacità di agenda framing, formalizzata da Nye, ossia il potere di dettare l’agenda delle negoziazioni incidendo sul quadro di regole e procedure in cui esse si verificano. Ciò permetterebbe alla potenza guida di tenere alcune questioni fuori dal tavolo dei negoziati e modificare, ab origine, gli esiti dei processi negoziali. In una guerra commerciale tra Washington e Pechino, la Cina potrebbe sentirsi tanto potente da forzare la situazione e rilanciare e gli Stati Uniti si potrebbero scoprire più soli di quello che pensavano.

Sullo sfondo, il monito, latente ma insistente, è che nella politica internazionale i vuoti si colmano, sempre.

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