Tigri ed Eufrate: geopolitica dell’acqua nel cuore dell’Isis

Com’è noto a chi studia i cambiamenti geopolitici globali, dopo la caduta del Muro di Berlino e la fine del bipolarismo, il mondo è cambiato radicalmente. Nuovi attori si sono affacciati sulla scena geopolitica, nuovi confronti si sono imposti agli agenti in campo, nuove esigenze sono venute determinandosi nelle agende politiche dei governi.

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Tutte queste novità, che spesso vengono riassunte con il concetto di cambiamenti della Globalizzazione, hanno comportato tra l’altro che alcuni attori del quadro geopolitico ed economico globale, si siano inventati un nuovo ruolo, ad esempio grazie alla presenza di risorse strategiche sul loro territorio, vedi il caso della Russia post-Sovietica che proprio grazie al petrolio ed al gas ha dato nuovo impulso ai suoi bilanci statali e di conseguenza alla sua azione politica internazionale, e così tanti altri ancora, che vanno dalla presenza delle terre rare ai diamanti all’uranio.

Il controllo delle risorse, dunque, è certamente uno degli elementi fondamentali che determinano il potere statuale su un territorio. L’importanza quindi della gestione di una risorsa va ben oltre la sua necessità strutturale, questo vale per il petrolio, così come per il gas ed anche e soprattutto per l’acqua. Tanto è vero che negli anni ’60 lo stesso presidente americano J. F. Kennedy dichiarò: ”Chiunque fosse in grado di risolvere il problema dell’acqua sarà degno di due premi Nobel, uno per la pace e uno per la scienza”. Questo ci fa ben comprendere l’importanza strategica di questa risorsa.

La gestione delle risorse diventa un’arma geopolitica e geostrategica in modo particolare in alcuni casi specifici e soprattutto in determinati contesti.  Pensiamo all’acqua ad esempio, la quale in alcuni teatri a causa  della scarsità e della difficoltà di accesso diviene una risorsa ancor più fondamentale. E se a ciò aggiungiamo ulteriori elementi come l’aumento della popolazione mondiale oggi intorno ai 7 mld di persone (e che alcune stime danno in crescita a 9 mld entro 30 anni), l’urbanizzazione galoppante che ha portato ad avere delle megalopoli che superano i 20 mln di abitanti, i nuovi investimenti industriali e in agricoltura di alcuni PVS che richiedono quantità sempre maggiori di acque dolci, comprendiamo come il problema comincia a diventare sempre più preoccupante.

In questo mutato contesto le risorse cominciano a scarseggiare, alcuni corsi d’acqua stanno conoscendo un aumento del livello di salinità (il che comporta un danno sia per le persone che per l’agricoltura); alcuni corsi attraversano due o più paesi ponendo dei problemi sulla gestione di quelle acque, per utilizzo interno ad esempio, alcuni Stati chiedono maggiori quantità rispetto al passato, vuoi perchè sono mutate le condizioni politiche interne, oppure perchè si cerca una via per il proprio sviluppo economico attraverso l’agricoltura o l’industria, o perchè è aumentata la popolazione urbana a scapito di quella rurale, a questo si aggiunge la richiesta di maggiore quantità di energia elettrica e quindi la necessità di costruire nuove dighe, dove inoltre vi è la tendenza anche alla privatizzazione del servizio anche nei PVS, tutto ciò ci fa comprendere quanto sia diventato preoccupante questo problema.

Se prendiamo ad esempio il contesto mediorientale, alcuni fiumi da sempre sono fondamentali per quei territori, la gestione del Bacino del Nilo è l’esempio più importante in tal senso; attraversa ben 9 paesi ognuno dei quali chiede maggiori quantità di acqua per se stesso, creando problemi politici tra Stati vicini. Lo stesso possiamo affermare per il fiume Giordano, necessario per gli approvvigionamenti idrici dei territori che attraversa. Nell’area oggi in parte controllata dal cosidetto Islamic State invece insistono due tra i più celebri corsi d’acqua, il Tigri e l’Eufrate. Quei due fiumi oggi tornano a far parlare di essi in un contesto particolarmente mutato e delicato, ma sempre per la loro importanza geopolitica e strategica di contesti intrisi di storia millenaria.

L’etimologia stessa di Mesopotamia, come da sempre viene definito quel lembo di terra piana, significa proprio terra di mezzo cioè tra i due fiumi, la quale oggi vede la presenza di Daesh -il cosidetto Califfato islamico-, concentrato su una parte specifica del Bacino del Tigri e dell’Eufrate. Gli arabi chiamarono al Jazira (l’isola) la parte alta dei due fiumi, la quale forma una nicchia quasi a voler tracciare un’isola felice, dove l’agricoltura fioriva in maniera meravigliosa e prospera. L’origine dei due fiumi è quasi simbiotica, partono dalla Turchia per rincontrarsi nei pressi di Bagdad per poi proseguire verso sud nella zona delle cosidette paludi salmastre, dove vivono delle popolazioni rurali di religione sciita. Corsi d’acqua che a causa della sempre più alta richiesta di energia elettrica hanno conosciuto una riduzione dei loro flussi dovuta alla costruzione di numerose dighe sia in Turchia che in Siria ed Iraq. Se a questo aggiungiamo l’aumento della siccità da un decennio a questa parte, ci possiamo rendere conto della delicatezza del problema.

Contesto territoriale nel quale nuovi attori si sono aggiunti a quelli tradizionalmente presenti, e cioè il Kurdistan iracheno a nord e l’IS che si è inserito a gamba tesa dettando le sue regole, imponendo il pagamento delle tasse alla popolazione locale, per poi utilizzare quei proventi per le sue strategie politico-militari-terroristiche e per creare in quei territori anche una sorta di welfare state e quindi consenso sociale. La leva su cui fare forza per costringere la popolazione a pagare le imposte è stata tra le altre, la restrizione dell’acqua, dell’energia elettrica e la minaccia di far saltare le dighe creando un disastro ecologico ed economico pesante, elementi non certo secondari. L’unico attore tradizionale ad aver mantenuto e probabilmente rafforzato la propria influenza sulle scelte idropolitiche di entrambi i fiumi è sicuramente la Turchia, mentre la Siria sembra completamente assente.

Tutto ciò ci fa comprendere come in Medioriente ed in particolare sul territorio controllato da Daesh non è solo il petrolio l’elemento di maggior interesse per i contendenti in campo, bensì è il controllo delle acque l’elemento strategico su cui si sta giocando una partita a scacchi, tra gruppi contrapposti, nella quale sono tutti ufficialmente contro Daesh, ma nella realtà essendo tutti avversari tra loro nessuno cede quote del proprio potere in favore degli altri avvantaggiando di fatto i terroristi dello Stato Islamico; nei confronti del quale si sta discutendo anche la scelta più opportuna di intervento da parte delle forze che lo contrastano, una lotta all’Isis che sarà “una guerra di lungo periodo” e che necessiterà di “nuovi contributi da parte dei paesi della coalizione”, queste sono state le parole del Segretario di Stato americano John Kerry, al termine della riunione della coalizione anti-Isis a Roma di pochi giorni addietro, il quale avverte i partecipanti che molto resta ancora da fare nel contrasto allo Stato islamico. Un contrasto che passa non solo dal territorio siriano ma anche e forse soprattutto dalla Libia.