Tianhe: lanciato in orbita il “cuore” della presenza umana cinese nello spazio

È un periodo ad alta densità di pietre miliari per il programma spaziale cinese. Iniziato sulla scia del successo della missione Chang’e 5 dello scorso dicembre, che ha riportato sulla Terra campioni di suolo lunare segnando un ulteriore capitolo nella “nuova” corsa al satellite naturale della Terra tra Cina e Stati Uniti, il 2021 è proseguito con l’entrata in orbita marziana di Tianwen-1, lanciata lo scorso luglio. Oggi, a Wenchang, la Repubblica Popolare Cinese ha registrato un nuovo successo nella sua lunga marcia verso le stelle, con il lancio di Tianhe, il “core module” della futura stazione spaziale cinese.

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Il «Tempio del Cielo»

Inizia ufficialmente la nuova era del volo spaziale umano della Repubblica Popolare Cinese. Oggi, 29 aprile 2021, alle 11:22 locali (le 5:22 italiane) dallo spazioporto di Wenchang, sull’isola di Hainan, è avvenuto il decollo di un razzo Lunga Marcia 5B incaricato di inserire nell’orbita bassa della Terra (LEO) Tianhe («Armonia Celeste»), modulo principale di quella che è destinata a diventare la prima Stazione Spaziale Cinese, la cui costruzione, stando ai piani di Pechino, dovrebbe essere portata a termine entro la fine del 2022. Il Presidente Xi Jinping ha accolto il successo della missione con un messaggio di congratulazioni, definendo l’evento come un passaggio-chiave per lo Space Power cinese. Al lancio del core module farà seguito una serie di lanci ravvicinati (per un totale di 11, di cui quattro con equipaggio), allo scopo di inserire in orbita le componenti necessarie a completare la costruzione (o forse sarebbe meglio dire l’assemblaggio) della Stazione entro i tempi previsti. I prossimi due lanci dovrebbero avvenire a maggio e giugno, i quali vedranno rispettivamente l’inserimento in orbita del veicolo cargo Tianzhou-2 («Nave del Cielo») e il decollo dei primi tre “inquilini” del modulo Tianhe, i quali rimarranno in orbita per un periodo di tre mesi. Nei mesi di settembre e ottobre verranno invece lanciati un secondo veicolo cargo e il nuovo equipaggio di tre taikonauti, che resterà in orbita per i successivi sei mesi. I moduli rimanenti per il completamento della Stazione Spaziale Cinese saranno invece lanciati nel 2022. 

La Cina, terzo paese al mondo dopo Russia e Stati Uniti ad aver inviato con successo esseri umani nello spazio (nel lontano 2003), si è preparata a lungo per questo giorno. Nel 2011 fu lanciato il primo prototipo di laboratorio spaziale, il Tiangong-1 («Tempio del Cielo» o «Palazzo Celeste»), divenuto celebre per essere rientrato nell’atmosfera terrestre in maniera totalmente incontrollata nel 2018, con la caduta di frammenti che fortunatamente finirono nell’Oceano Pacifico senza arrecare danni a cose o persone sulla terraferma. Si trattava di un modulo diviso in due sezioni e dotato di due punti d’attracco, primo tassello fondamentale per il programma spaziale cinese nello sviluppo e test di tecnologie e procedure di rendez-vous e docking: capacità abilitanti la costruzione della (ormai non più) futura stazione spaziale cinese. Ad esso seguì nel 2016 il Tiangong-2, il quale permise al programma spaziale cinese di compiere il necessario ed ulteriore passo avanti: la presenza continuativa di tre taikonauti a bordo per un periodo di 33 giorni, attuale record di permanenza cinese nello spazio. A differenza del predecessore, il Tiangong-2 venne correttamente deorbitato in maniera controllata nel luglio 2019; i suoi detriti si inabissarono anch’essi in una zona (prestabilita) sopra il Pacifico Meridionale. Con il lancio del modulo Tianhe inizia ufficialmente la nuova fase di questo ambizioso progetto, ovvero la costruzione di un vero e proprio «Tempio del Cielo», la prima Stazione Spaziale Cinese modulare, terza nella storia dopo la Mir russa e la ISS. Secondo la sua configurazione di base, essa avrà una forma a “T”, con al centro il modulo di servizio Tianhe, che ospiterà gli alloggi dei futuri equipaggi, e ai lati del quale nel corso del 2022 verranno agganciati altri due moduli-laboratorio, Wentian («Ricerca celeste») e Mengtian («Sogno celeste»). Quando la costruzione sarà portata a termine, l’intera stazione spaziale avrà una massa prevista di 66 tonnellate che potrebbero salire fino a 100 con l’attracco delle capsule Shenzhou per il volo spaziale umano ed i moduli cargo Tianzhou. Per confronto, la ISS ha una massa complessiva di 420 tonnellate, mentre la Mir russa si aggirava sulle 130 tonnellate. La CSS (Chinese Space Station) sarà in grado di offrire ai taikonauti che l’abiteranno (con periodi previsti a rotazione della durata di sei mesi ciascuno) un totale di 110 metri cubi di volume abitabile, oltre ad una piattaforma esterna per attività extra-veicolari ed un telescopio ottico Xuntian che tradotto significa «Incrociatore del cielo» o, in maniera ancor più altisonante “Pattugliatore del cielo”. Tale telescopio, a tutti gli effetti in linea (seppur estremamente più evoluto) col famigerato Hubble Space Telescope statunitense anch’esso prossimo alla pensione, verrà inserito nella stessa orbita della CSS e sarà predisposto per l’eventuale aggancio con essa. Il lancio di quest’ultimo è al momento previsto per il 2024.

Parlando di dimensioni, quelle della CSS sono piuttosto ridotte, ovvero pari a circa il 20% della ISS: un dato, questo, che ovviamente ha dei pro e dei contro, se comparata con la Stazione Spaziale Internazionale. Se è vero infatti che dimensioni ridotte significano maggior efficienza operativa e soprattutto costi minori (aspetto, quello economico, particolarmente delicato quando si parla di progetti così complessi), esse restringono di molto il ventaglio di attività di ricerca eseguibili nelle varie missioni, sia in termini di “ambienti dedicati” (cioè di veri e propri spazi a disposizione), sia soprattutto per una banale questione di “manodopera”. Se la ISS è in grado di ospitare 7 astronauti per periodi di 6 mesi, aumentabili a 10 astronauti per lassi di tempo molto più brevi, la CSS, seppure espandibile, non potrà mai ospitare più di 3 persone nello stesso di arco di tempo, oppure equipaggi di 6 per un periodo di 3 mesi. Va inoltre tenuto conto del fatto che, stando a quanto dichiarato dalle autorità cinesi, la CSS avrà una vita operativa di “soli” 10 anni, mentre la Mir ne è durata 15 e la ISS è tuttora in orbita da oltre un ventennio. 

L’importanza di avere una stazione orbitante

Per anni il sostegno politico e finanziario del governo cinese al proprio programma spaziale è andato aumentando. Pechino riconosce come obiettivo strategico quello di rendere la Cina una potenza spaziale completa, e di usare le proprie capacità spaziali per aumentare la propria influenza globale. Sul piano della scoperta scientifica e dell’innovazione tecnologica, i benefici derivanti da una Stazione Spaziale sono evidenti, e per individuarli basta osservare gli avanzamenti resi possibili in 20 anni di ricerche a bordo della ISS. Dalla scienza medica all’agricoltura, passando per una mole considerevole di “spillover” tecnologici di cui siamo testimoni in ogni momento della nostra vita quotidiana, la parola d’ordine è sempre «innovazione», o meglio «capacità indipendente di innovazione», che è non solo un obiettivo critico che la Cina di Xi Jinping intende raggiungere con la propria stazione spaziale, ma anche una chiave di lettura della sfida tecnologica tra Cina e Stati Uniti.  La Repubblica Popolare punta ad ampliare le sue capacità di innovazione scientifica e tecnologica, accrescere la propria esperienza nel campo del volo spaziale umano e gettare le basi per le future missioni di esplorazione interplanetaria. Dare una spinta agli sforzi della Cina per diventare leader nel campo della ricerca e dell’innovazione è l’obiettivo primario della CSS, un progetto dalla grande complessità ingegneristica, oltre che dall’elevatissimo valore politico-strategico. La Stazione Spaziale Cinese sembra infatti destinata a cambiare drasticamente il panorama geopolitico dello spazio. Il suo lancio avviene nella fase finale della vita operativa della Stazione Spaziale Internazionale, in orbita da oltre venti anni e frutto di una partnership che ha coinvolto 15 differenti paesi ospitando, nel corso della sua esistenza, astronauti appartenenti a cinque diverse agenzie spaziali (NASA, Roscosmos, ESA, JAXA, CSA). Un progetto, questo, al quale tuttavia la RPC non è mai stata ammessa. A seguito del successo della missione Shenzhou 5, che aveva portato nello spazio il primo taikonauta cinese (Yang Liwei), Pechino aveva infatti presentato la propria richiesta di accedere al programma ISS, incontrando però la ferma opposizione degli Stati Uniti. Fu a seguito di quel rifiuto che il governo cinese annunciò l’intenzione di costruire una propria stazione spaziale e non è un caso che (prima che la vita della ISS venisse prolungata ancora di qualche anno) nei piani cinesi il lancio della CSS sarebbe dovuto avvenire in coincidenza proprio con il suo pensionamento, in modo tale che la stazione cinese si sarebbe trovata ad essere l’unico avamposto umano in orbita attorno alla Terra

Se questa eventualità, tutt’altro che da escludere, dovesse prendere forma nei prossimi anni, per Pechino potrebbe significare essere nella condizione di tirare a sé nuovi collaboratori internazionali (una possibilità già caldeggiata dagli ufficiali cinesi), come ad esempio quelli rimasti “orfani” della propria presenza nello spazio (in particolare Europa e Russia), per non parlare di quelle potenze spaziali emergenti che fino ad ora non hanno nemmeno fatto parte della ISS. 

L’apertura agli “stranieri” e l’iniziale collaborazione italiana

Nel marzo 2019, all’apice del flirt tra Italia e RPC (che vedeva la prima “sedotta” dal potenziale economico della seconda), a margine della firma da parte dell’allora premier Conte e del Presidente Xi Jinping di quel Memorandum of Understanding che, almeno nelle intenzioni, avrebbe legato l’Italia all’ambizioso progetto di investimenti cinese, ASI e CNSA si accordavano circa la cooperazione industriale e tecnologica tra i due paesi per la futura stazione spaziale cinese. In particolare, l’Italia avrebbe costruito il modulo abitativo della nuova Stazione, forte della propria esperienza in questo campo (buona parte dei moduli pressurizzati della ISS sono made in Italy), e in cambio astronauti italiani sarebbero saliti a bordo del «Palazzo Celeste» per future missioni al fianco dei propri colleghi cinesi. Obiettivo dell’Italia era probabilmente quello di assicurare la permanenza dei propri astronauti nello spazio anche dopo la fine delle operazioni della ISS, sempre più vicina al suo pensionamento. 

Ma già in quella fase lo spazio era generalmente riconosciuto come uno dei teatri del confronto strategico tra Cina e Stati Uniti, per di più con una evidente dimensione militare. La stessa idea del programma Tiangong, come già accennato, nasceva dalla (forzata) non-partecipazione della Cina alla Stazione Spaziale Internazionale. Oltre a ciò, le due superpotenze si stavano preparando ad iniziare una nuova corsa alla Luna, e il nostro paese aveva già raggiunto un accordo con gli americani per la costruzione di due moduli del futuro Lunar Gateway.  L’annuncio della cooperazione sino-italiana, dunque, non poté non indispettire la Casa Bianca, che già aveva “invitato” i propri alleati a non collaborare con il Dragone, preoccupata soprattutto del fatto che partnership del genere potessero portare a un trasferimento di capacità tecnologiche strategiche alla Repubblica Popolare. 


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Gli Stati Uniti presentarono dunque agli alleati una sorta di ultimatum, tenendo in una mano una serie di dazi sull’export italiano negli USA per un valore (simbolico) di circa un miliardo di euro, e nell’altra (letteralmente) la Luna, offrendo all’alleato europeo la possibilità di svolgere un ruolo di primo piano nel programma Artemis, con la possibile progettazione del veicolo che avrebbe riportato astronauti americani sul satellite della Terra (gara poi vinta dalla compagnia privata americana SpaceX). Si trattava di un’offerta difficile da rifiutare, e nel giro di un mese il governo Conte II si riallineava all’alleato americano, firmando gli Artemis Accords e rinunciando quindi al «Palazzo Celeste».

Lorenzo Bazzanti, Geopolitica.info